RAVAIOLI DANIELE IN
UN CAPPELLO SOTTO L’ALBERO
Romanzo autobiografico
Anno 2005
INTRODUZIONE
Se ripenso alla mia infanzia, mi tornano alla mente ricordi belli e altri meno belli. Quando nacqui, mia madre ebbe un parto prematuro e durante il mio primo mese di vita venni ricoverato in ospedale: una mattina i miei guardando nella culla videro che ero diventato cianotico perché avevo trattenuto il respiro troppo a lungo. Fui trasportato d’urgenza all’ospedale e lì ricoverato sotto una tenda ad ossigeno, dove rimasi per un mese intero, circondato dalle cure e dall’apprensione dei miei genitori e dei dottori che disperavano di potermi salvare. Dopo un mese le mie condizioni cominciarono a migliorare, finché tornai a casa.
Passarono gli anni, e arrivò il primo giorno di scuola. Il mio impatto con la scuola fu molto faticoso sia per lo studio che per il rapporto con gli altri bambini. Io ero molto debole e timido, tanto che quando gli altri bambini volevano giocare con me, mi allontanavo restandomene in disparte. Questo mio modo di fare mi faceva molto soffrire, perché mi rendevo conto di essere in errore, rimanendo così tanto chiuso in me stesso. Questo mio comportamento preoccupava anche i miei genitori, che non riuscivano a fare nulla per aiutarmi a cambiarlo. Gli anni passavano ma il mio carattere rimaneva lo stesso rendendomi difficile continuare gli studi: per lo studio in sé ero negato, la scuola rappresentava per me solo un problema.
Durante la mia infanzia ebbi altre disavventure. Avevo 6 anni quando mia madre si ammalò. Seppi da mia nonna che mia madre aveva un male incurabile. La diagnosi fu cirrosi epatica, ma essendo piccolo non capii cosa fosse. Le sue prime condizioni erano abbastanza buone. La ricoverarono nell’ospedale di Savignano sul Rubicone. Andavo molto spesso a farle visita, accompagnato da mio padre, e da quel che riesco a ricordarmi, lei era molto contenta. Col passare dei mesi, le sue condizioni peggiorarono sempre più. La vedevo sempre più strana. Ormai non c’era più nulla da fare. Le sue speranze e le sue sofferenze durarono altri trenta giorni. Negli ultimi giorni della sua malattia, vedeva gli scarafaggi sul muro e brandiva in mano una ciabatta per ammazzarli. L’unica cosa che mi ricordo di lei è molto dolorosa, e il raccontarla mi fa soffrire. Eravamo tutti insieme a pranzo, io, mio fratello, mia mamma e mio padre. Sentivo che mia mamma si stava lamentando dei dolori che aveva in quel momento, e mio padre le diceva di finirla perché non era nulla. Lei continuò a lamentarsi, quando a un tratto vidi mio padre afferrare un piatto e scaraventarglielo addosso. Io e mio fratello rimanemmo sbalorditi. Subito accorsi per vedere come stava mia madre, sanguinava, noi non ci rendevamo conto di quello che era successo, almeno io. Poi subentrò mio padre che ci fece andare nella camera per non vedere. Il piatto che le aveva tirato addosso le aveva provocato un taglio sulla fronte, per il quale le diedero otto punti.
Il 22 Febbraio del 1975 alle tre e venticinque del mattino, mia madre si spense, mentre teneva stretta la mano di mio padre. Per lui fu tragico vederla chiudere gli occhi per sempre, pensando anche al momento in cui le aveva tirato quel piatto in testa. Era una giornata così bella, tutti erano lì vicini a lei, circondata di fiori profumati. Fuori gli uccelli fischiettavano, sembrava che le dicessero “svegliati, alzati, vieni ancora tra noi!”. Purtroppo la morte non dà speranza e in quel momento non rimaneva altro che rassegnarsi.
Nostro padre venne a chiamarci senza dire nulla, disse solo che dove ci saremo recati di lì a poco avremmo dovuto fare molto silenzio. Eravamo piccoli, io avevo 9 anni e mio fratello dodici, ancora non riuscivamo a capire. La vedemmo nella bara, tra i fiori e tutti i parenti. Nessuno parlava. Era molto bella, la guardavo ma non capivo che stava riposando per sempre dentro a una cassa. Poco dopo vennero due persone per chiuderla, prima però ci diede la benedizione il parroco e tutti insieme le regalammo l’ultimo saluto. Partiti dalla camera mortuaria dell’ospedale, raggiungemmo il cimitero di Sant’Ermete, dopo la celebrazione della santa messa in sua memoria nella chiesa nei pressi. Usciti dalla chiesa, quattro persone presero la bara, se la issarono sulle spalle e fecero capo a un corteo che la accompagnò al cimitero, distante quasi due chilometri, che facemmo a piedi. Io e i miei cugini portammo quelle belle corone di fiori. In prima fila c’era mio padre, insieme a tutti i parenti che cercavano di farlo calmare per aver perso la moglie.
Giunti al cimitero, ecco la nuova casa di mia madre, ancora non mi rendevo conto fosse proprio lei. La misero dentro a quel tombino, dopodiché il prete le diede l’ultima benedizione. Io continuavo a guardare, ma non riuscivo a rendermene conto. Dopo la scossa, nostro padre tenne con sé me e mio fratello ancora qualche anno. Ci mandò a scuola, ma entrambi non eravamo portati per i libri. Ricordo che io, il più delle volte, tornavo a casa con dei cinque e mio padre mi metteva in castigo. Io purtroppo per lo studio non ero proprio all’altezza, tanto che con mio padre rimasi fino alla fine della prima media e gliene combinai di tutti i colori. Ogni mattina ero sempre fuori dalla porta, perché mi avevano messo vicino a un compagno col quale mi divertivo a fare casino, invece che a studiare. Quando arrivò l’esame per finire la prima media fu una liberazione: l’incubo era finito.
Passò qualche mese, e un bel giorno, mentre cenavamo, mio padre mi disse che presto sarei andato a vivere con mia nonna, perché lui non era più in grado di tenere sia me che mio fratello dopo il dolore della perdita di mamma. Sulle prime rimasi stupito, ma poi accettai ben volentieri.
Appena arrivato a Ravenna, mia nonna mi accolse contenta, e saputo che sarei rimasto lì per sempre fece i salti di gioia. Un’ora dopo mio padre se ne andò: gli dissi di venire a trovarmi spesso. Da mia nonna feci conoscenza con altri ragazzi del palazzo. Poco dopo il mio arrivo, lei si diede da fare e mi fece continuare la scuola iscrivendomi alla seconda e alla terza media. Prima di ricominciare gli studi, mi divertivo a giocare coi ragazzi del palazzo dove abitavo con mia nonna. Lei spesso, essendo religiosa, si faceva accompagnare in chiesa, e col tempo cominciai a frequentarla. Anche lì conobbi altri amici, imparai a fare il chierichetto e mi piaceva a tal punto che tutti i giorni andavo a servire la santa messa e a giocare con gli altri bambini. Mi divertivo anche ad essere utile, e aiutavo il parroco a scrivere lettere di invito o a consegnarle casa per casa.
Quattro o cinque mesi dopo, un giorno mi capitò di andare con mia nonna a trovare la zia: era tanto tempo che non la vedevo e mi fece molto piacere. Quel giorno c’era anche mia cugina. Se ne stava in camera sua a esercitarsi con la fisarmonica. Rivolto a mia zia dissi: “Posso andare su a sentire suonare la Dania?”
Lei mi rispose “Certo, vai pure” e andai a bussare alla sua porta. Dania mi fece entrare, la baciai e mi chiese come stavo.
“Vieni dentro Daniele – mi disse – mi sto esercitando a studiare. Accomodati. Io intanto continuo.”
La sua cameretta era piccola ma molto carina. La guardai con molta curiosità, e mentre osservavo le cose attorno a me, mi entrava nell’orecchio il dolce suono di quella fisarmonica. Rimasi molto affascinato, sentivo dentro di me qualcosa che mi entusiasmava. Sentivo anche io il desiderio di imparare a suonare quello strumento. Le melodie che suonava mi colpivano nel cuore. Ad un certo punto le chiesi: “E’ molto faticoso suonarlo?”
Lei rispose che era facilissimo, ma che era necessario andare a scuola. Le dissi del mio desiderio di imparare, e di quello che avevo provato ascoltandola, così Dania chiamò subito mia zia e mia nonna, che al sentire la notizia rimasero stupite. Non avrebbero mai immaginato che mi sarebbe venuta quell’ispirazione.
A quel punto, mia zia mi diede l’indirizzo della scuola, che guarda caso si trovava poco lontano da casa sua. Con mia nonna mi precipitai a prendere un appuntamento per fissare il mio primo giorno di lezione. Non stavo in me, e non vedevo l’ora di iniziare. Col passare dei giorni e dei mesi, questa passione diventò sempre più forte, tanto che andavo avanti più del solito, senza che la mia maestra me lo insegnasse. Lei mi sgridava, dicendo che non ero ancora all’altezza per suonare quel genere di brani, ma era più forte di me. Quei bei motivi mi trasmettevano un non so ché, che mi faceva andare oltre, più del dovuto. Anche se sbagliavo, e la maestra non era d’accordo, io continuavo in quella maniera. Ero incontenibile. Mia nonna era molto entusiasta di avere un nipote così, però una cosa che ricordo, quando era il momento dell’esercitazione, fino a quando non avevo finito non potevo uscire a giocare.
Frequentavo ancora la chiesa. Mi divertivo la domenica ad andare a vedere i film in parrocchia. Il parroco della chiesa, una volta all’anno organizzava il “Cavallino d’Oro”, una festa che durava quattro giorni e dove tutti i bambini si esibivano per cantare. Inoltre, c’era la pesca di beneficienza. Un giorno, mentre mi trovavo là ad aiutare il parroco, mi lasciai sfuggire che suonavo la fisarmonica. Il parroco, tutto contento, mi invitò a esibirmi. Avevo una paura terribile, non avevo ancora provato l’emozione di suonare in pubblico. Piano piano si sparse la voce tra i parrocchiani che, conoscendomi come bravo ragazzo, facevano il tifo per me. Tanti giorni di studio, tante sgridate da mia nonna per le esercitazioni. Avevo ancora paura. Mi preparai un brano, secondo le mie capacità, un brano molto bello.
Circa un anno dopo, arrivò il giorno dell’esibizione. Ero in agitazione, ma ce la misi tutta per non fare brutta figura nei confronti delle persone che tifavano per me. Era il mese di Maggio, e in parrocchia si festeggiava il Maggio con Maria, rosari e messe in ricordo della Beata Vergine. Una festa molto bella e divertente. Erano le otto e mezza del primo di Maggio, le luci erano molto abbaglianti, la gente iniziava ad arrivare, mentre una parte entrava prima in chiesa per dire il santo rosario e dopo veniva ad ascoltare. La paura si faceva sempre più vicina. Era arrivato il momento.
Lo spettacolo iniziò con l’esibizione di alcuni bambini. Giunto il mio momento,, finalmente mi esibii, e dentro di me rimase il timore fino alla fine. Quanta gente c’era, il cortile era pieno. Mia nonna era in prima fila insieme a mia zia e a mia cugina. Tutti erano presenti, tranne mio padre. Conclusi l’esibizione e non credetti ai miei occhi: appena uscito da dietro le quinte, tutti mi vennero incontro per complimentarsi con me, augurandomi di continuare sempre così. Che serata fu quella, mai avrei creduto di passare una serata così divertente.
I mesi trascorrevano, e un giorno, mentre facevo lezione, la mia maestra ritenendomi in grado mi invitò insieme al suo gruppo a partecipare a un concorso che si teneva ad Ancona, con il suo complesso “Villanella Junior”, formato dagli allievi della scuola. Iniziai a mettermi d’impegno nelle prove, perché il concorso si sarebbe tenuto il 27 Aprile del 1981.
Il brano da lei scelto era abbastanza difficile, ma lo studiavamo con molta passione per poter ottenere un buon risultato, e far fare bella figura alla nostra maestra. Dopo tanti sforzi, arrivò il giorno del concorso. Partimmo alle sei del mattino e raggiungemmo Ancona per le nove. Il concorso si teneva in un teatro, e quando arrivammo le sale erano già piene di complessi, solisti e così via, tutti già pronti per esibirsi. Tutta quella gente occupava ogni angolo del teatro, e a noi non rimase che metterci in un angolo della scalinata, in attesa della chiamata. Eravamo abbastanza terrorizzati, ma sicuri che ce l’avremmo fatta. Sotto il palco dove ci dovevamo esibire c’era la giuria, formata da dieci persone. Finita l’esibizione, ce ne tornammo lungo la scalinata ad aspettare l’esito di questo concorso. Le risposte sarebbero state pronte solo nel pomeriggio, così insieme alla nostra maestra ci recammo a mangiare qualcosa.
Al ritorno, di fronte al teatro vedemmo esposti i famosi risultati: primi assoluti. Fu incredibile, eravamo tutti contenti, e anche la nostra maestra era rimasta molto soddisfatta dell’impegno dei suoi allievi. A tutti diedero un diploma di partecipazione e a lei un diploma di merito. Anche l’anno successivo venni chiamato a partecipare a un altro concorso e lì purtroppo arrivammo terzi.
Col tempo, conobbi un altro ragazzo fisarmonicista. Ci frequentavamo molto spesso, tanto che diventammo amici. Aveva quindici anni, anche lui con ottime capacità musicali. Tutti i giorni andavo a casa sua non solo per giocare, ma anche per sentirlo suonare. Volevo sentire se era come lo descriveva mio padre, “il più bravo di tutto il paese”. Devo dire che se la cavava molto bene. Frequentava una scuola professionale, diversa dalla mia, e questo lo faceva esaltare. Ogni tanto suo padre e il mio ci mettevano a confronto per vedere chi suonava meglio. Naturalmente mio papà, per non deludere i suoi e sentirsi superiore, non esitava a dare loro ragione, dicendo che anche io ero bravo ma che venendo da una scuola privata ero meno valevole di lui. Ero ancora giovane e non mi rendevo bene conto che quel che diceva mi faceva male. Avevo ancora molta voglia di giocare e divertirmi, così la presi a ridere.
Quando andavo a trovare il mio amico, notavo che ogni giorno arrivavano tre o quattro pacchi alla volta. Incuriositomi, gli chiesi cosa fossero, e mi rispose che erano pacchi di musica che si faceva mandare da complessi folcloristici. “E come fai a riceverli a casa?” gli chiesi.
“Facile! Devi solo scrivere all’indirizzo che vedi sopra alla busta, una lettera in cui dici che desideri ricevere spartiti musicali. Ricordati di accludere che fai parte di un’orchestra di liscio!”
“Posso prendere un pacco? Vorrei provare...”
“Prendi pure, guarda quanti ne ho, ogni settimana me ne arriva sempre.”
Lo ringraziai, tornai a casa e provai a inviare la lettera come mi aveva consigliato. Dopo due settimane, iniziarono ad arrivarmi pacchi e pacchi di musica. Ero davvero contento. Questa mia ispirazione per la musica mi fece andare più in là del previsto. Vedendo che componeva anche musica, presi spunto da lui e a quel punto mi misi anche io a scrivere. Un giorno andai a lezione e dissi alla mia maestra che sapevo comporre musica. Lei rimase molto stupita. Io, copiando altri brani avevo provato a scrivere un piccolo pezzo e glielo feci vedere. Lei capì subito che non era opera mia. Lo guardò molto attentamente e disse: “Sei sicuro che questo brano l’hai composto tu?”
Io annuii e la maestra mi guardò in modo strano, poi disse: “Io non ci credo, secondo me lo hai copiato. Come puoi aver composto un brano del genere, quando ancora non ti ho insegnato come fare?”
Rimasi immobile senza parole, e a un tratto alzandosi prese un foglio musicale, e mettendomelo davanti mi ordinò: “Ora voglio proprio vedere se sai scrivere musica. Queste sono quattro misure, tu ne devi formare trentasei. Ti dò un’ora, giusto il tempo di andare a casa e tornare qui per controllare.”
La guardai stupito, il suo gesto mi aveva messo in crisi, aveva capito che non ero io il compositore di quel brano. Ero davvero disperato, non sapevo che inventare per non collezionare una brutta figura nei suoi confronti. Mi era rimasta solo una cosa da fare: provare a comporre queste trentasei battute. Ancora non ero pronto ad affrontarlo, ma dentro di me sentivo che volevo imparare. Era più forte di me, non stavo bene senza imparare anche a comporre. Passò l’ora che avevo a disposizione, e io non avevo composto nulla nonostante ci avessi provato. La maestra arrivò, e il cuore mi batteva forte per la brutta figura che stavo per fare.
“Allora, come sei messo?” mi chiese. Le risposi con sincerità.
“Mi perdoni, ma ciò che ho detto è falso. Aveva ragione, non sono ancora pronto per comporre, però le voglio dire che desidero imparare al più presto.”
“Lo avevo capito subito, dal primo momento, che il brano era copiato.”
“Ma se le dico che vorrei imparare, lei è d’accordo?”
“Per me non è un problema, se vuoi ti insegno.”
Vedendo il mio entusiasmo, iniziò subito. Si alzò, aprì l’armadio e prese dei fogli musicali vuoti, poi si rimise a sedere e scrisse le prime quattro battute, da dove ne dovevo formare trentasei.
“Ecco, questi sono piccoli esercizi per imparare a comporre musica, quando verrai la prossima volta me li farai vedere.”
La ringraziai scusandomi della bugia, e me ne andai tutto contento a casa perché volevo iniziare a esercitarmi a comporre, senza vedere nessuno. Non volli vedere neppure mia nonna, che non capì cosa era successo. Per tutta la settimana mi impegnai molto, e il mio impegno alla fine mi premiò perché in poco tempo imparai a scrivere musica.
Quando andai a lezione, mostrai alla mia maestra ciò che avevo fatto. Nonostante ci fosse qualche errore che mi era sfuggito, ma era naturale, lei disse: “Devo dire che ce l’hai messa tutta, con pochi errori, hai dimostrato di avere buone capacità. Mi lasci davvero sbalordita, sei il primo allievo che va avanti più del solito senza ascoltare i miei insegnamenti.”
Col tempo, iniziai a comporre i miei primi veri pezzi musicali. Il primo lo composi nel 1985 e gli diedi il titolo “Il pezzo grosso”, dedicato a una persona che avevo conosciuto nel frattempo, e che mi aveva insegnato come scrivere musica. Questo maestro mi insegnò anche come tenere coperti i diritti del compositore, iscrivendomi alla S.I.A.E. perché io non sapevo come fare.
Nel frattempo, ero riuscito a trovarmi un’orchestra di liscio con la quale uscivo, ma non solo: le mie capacità mi portarono a partecipare pure a un concorso in TV, dove ottenni il primo premio consegnatomi alla “Cà del liscio” a Ravenna. Non mi sarei mai aspettato di avere tanto successo e arrivare secondo o primo in assoluto, vedendo che vi partecipavano tutti i più bravi musicisti del paese.
La cosa che mi diede più fastidio fu il comportamento di mio padre davanti a parenti, amici e gente che si complimentava con me: invece di essere contento, aveva preferito dare soddisfazione al ragazzo che andavo a trovare tutti i giorni e che non aveva partecipato al concorso. Visto il suo comportamento e sentitogli dire davanti a tutti che ero bravo ma quel ragazzo era migliore, non ci vidi più. Appena arrivati a casa, gli dissi tutto ciò che si meritava. Rimase molto meravigliato, ma io non ne volli più sapere di lui tanto che lo invitai a andarsene a casa sua, gli dissi che se fosse tornato a trovarmi, non avrei più suonato davanti a lui e che avrebbe fatto meglio ad ascoltare l’altro ragazzo, visto che a suo dire era meglio di me.
Passato qualche mese, ritornò a farmi visita. Ero ancora arrabbiato con lui, e quando disse che voleva sentirmi suonare gli risposi: “C’è un’altra persona che ti aspetta per questo, io non c’entro. Non sono bravo come lei.”
Mi disse che potevo imparare molte cose da lui. Così parlammo un po’.
“Hai visto anche tu che quel che ho fatto, l’ho imparato da solo.”
“Sì, ma frequentare una scuola più professionale potrebbe essere una cosa valida.”
“E’ vero, ma io ho già cinque anni di scuola alle spalle, e non ho proprio intenzione di cambiare metodo.”
“Ma perché non provare?”
“I suoi genitori ti hanno proprio convinto, vista l’insistenza con la quale vuoi che venga là.”
“Vedrai che ti troverai bene.”
“Io non ci credo, ma dato che ci tieni tanto, proviamo.”
Non appena accettai, il suo comportamento nei miei confronti cambiò radicalmente. Così iniziai a provare. Quando mi trovai alla prima lezione, subito vidi che il modo di fare del nuovo maestro era troppo diverso e molto difficile da apprendere. I suoi allievi, quando non riuscivano a farcela, venivano sgridati spesso, e io non lo accettavo. A dire il vero, era un maestro molto bravo, ma non riuscii ad apprendere il suo metodo nel giro di un mese, tanto che un bel giorno, dopo aver avvisato mio padre che non volevo più spendere soldi senza vedere risultati, dissi al maestro che non sarei più andato a lezione, perché non mi sentivo più all’altezza della situazione. Mio padre non accettò per nulla la mia decisione, per lui io dovevo assolutamente continuare, ma a cosa sarebbe servito spendere soldi e non riuscire a imparare? Cercò di convincermi ma io fui irremovibile, e nulla mi fece cambiare idea. La sua rabbia gi impedì di accompagnarmi dal maestro, tanto che fu mio fratello a farlo, sebbene fosse molto arrabbiato anche lui. Giunto a scuola, spiegai subito al maestro le mie ragioni, e rimase molto sorpreso, ma vista la mia decisione, mi fece tanti auguri per il futuro e mi congedò.
Finalmente mi ero tolto un peso, ma ne subentrò subito un altro. Mio padre a riguardo non disse una parola, mi caricò con la fisarmonica in auto e mi accompagnò in stazione, lasciandomi lì da solo senza un soldo, e andandosene via. Era buio, e non sapevo come fare. Decisi di prendere ugualmente il treno. La fortuna volle che nessun controllore si fece vedere. Montai su e raggiunsi Ravenna. Giunto in stazione, c’era un nuovo problema: dovevo portare a casa la fisarmonica. Piano piano iniziai ad avviarmi, mia nonna sapeva già tutto ma non immaginava che mio padre avesse avuto un comportamento del genere. Il caso volle che proprio dopo aver fatto qualche metro, due signori che erano clienti del bar dove lavoravo passarono proprio di lì e, vedendomi, mi salutarono e mi chiesero se avevo bisogno. Gli risposi di sì e raccontai il mio viaggio, e rimasero molto sorpresi dall’atteggiamento che aveva avuto mio papà.
Arrivai finalmente a casa, e mia nonna era in cortile che mi aspettava. Mi vide scendere dall’auto pensando fosse quella di mio padre e mi venne incontro, ma quando scoprì che i miei accompagnatori erano altri, li ringraziò molto. Stanco, portai su in camera mia la fisarmonica. Sembrava essere tornato tutto a posto, e ritornai così alla mia vita di sempre.
IL SERVIZIO MILITARE
Compiuti diciannove anni, venni chiamato per il servizio militare. Insieme a me partì un mio caro amico, che abitava nel mio stesso stabile sopra di me, e venne mandato nello stesso paese e nel medesimo contingente. Nonostante questo, la mia mente era piena di sconforto, pensando a tutti gli affetti che lasciavo, a dov’ero nato, alla musica che era la mia vita e all’ignoto a cui andavo incontro per la prima volta. Sentivo che la mia vita da ragazzo spensierato era finita, e cominciava la mia vita di uomo.
La stazione è un luogo triste, la gente si lascia, il tempo vola e si vorrebbe che il treno non arrivasse mai. E invece, purtroppo, il treno porta via tutte le illusioni, e quando ti ci siedi sopra pensi che ormai è fatta, che non rimane altro che rassegnarsi e pensare al futuro. Un anno, era questo a cui pensavo in quei momenti: un anno da trascorrere con persone che non conoscevo e che venivano da ogni parte d’Italia.
Partimmo io e lui insieme, dalla stazione di Rimini, alle sei del mattino del 22 Giugno 1986. Eravamo un po’ abbattuti, lasciare i propri cari faceva un brutto effetto ed era faticoso da accettare, ma dovemmo affrontare anche questa esperienza. Durante il viaggio parlammo di tante cose, compresa l’esperienza a cui stavamo andando incontro. Eravamo molto preoccupati, perché chi aveva già fatto il servizio militare ci aveva detto che erano molto severi, e che, se ci fossero stati i cosiddetti “nonni”, l’anno sarebbe stato molto difficile da superare. Il viaggio fu molto lungo fino a Foligno. Arrivati in stazione, visto che nessuno era presente ce ne andammo a prendere un panino. Riuscimmo a malapena a finirlo, perché ad un tratto si presentarono due militari e ci chiesero i nomi. Il loro tono secco e perentorio e i loro ordini di seguirli ci lasciarono, almeno a me, molto spaventati, facendoci capire che davvero la vita di caserma era pesante. Ormai era fatta, da lì non si poteva più uscire.
La caserma era abbastanza vicino alla stazione. Appena entrati, ci portarono in una stanza dove controllarono le valige, per essere certi che non avessimo coltelli, ferro o altri oggetti pericolosi. Poi, presero i nostri dati anagrafici e ci separarono: mi mandarono nella terza compagnia, mentre lui finì nella prima. Accettai con difficoltà questa separazione, perché conoscevo solo lui, ed era il mio punto di riferimento. Potevo solo sperare di rivederlo, un giorno.
Arrivato in camerata, non riuscii a trattenere la mia commozione davanti a tutti. Non conoscevo nessuno, e per questo si divertivano a farmi scherzi, costringendomi a spostare la mia roba dal luogo in cui ero stato assegnato, dicendomi che avevo sbagliato. Li guardavo sempre con il timore negli occhi, e iniziavo a capire molte cose che mi avevano detto prima della mia partenza. Condividere la stessa stanza con tutto gli altri commilitoni per me fu molto difficile, non solo perché subivo i tiri che mi giocavano, ma anche perché non riuscivo ad avere dialogo con loro.
Dopo qualche settimana, iniziai finalmente a fare conoscenza con qualcuno, e la mia timidezza nei loro confronti andò piano piano scemando. Diventammo tutti ottimi amici, come fratelli, e passammo il primo mese in allegria. Erano tutti ragazzi in gamba, e quando vedevano che ero triste, mi venivano incontro e cercavano di farmi superare i brutti momenti, aiutandomi a non pensarci troppo. Il rapporto di amicizia con loro era bellissimo, ma era la mancanza del mio compagno di viaggio e dei miei genitori a buttarmi giù di morale.
La sveglia del mattino era alle sei e mezzo. Ci si vestiva di corsa, per poi precipitarsi a fare colazione e all’adunata, dopo trenta minuti di ginnastica. I superiori erano molto severi, non dovevi sgarrare: la divisa doveva essere sempre in ordine, e se così non era ci ritiravano il cartellino che ci permetteva di uscire dalla caserma. Alla sera, la libera uscita era per le sei, con il rientro previsto alle ventitrè. Nell’arco del primo mese, non riuscii nemmeno una volta a vedere il mio carissimo amico d’infanzia. La cosa mi rattristava sempre di più, anche se mi ero creato nuovi amici.
Quando rientravamo dalla libera uscita, si svolgeva di corsa il contrappello: dovevamo indossare di nuovo la divisa, prima che il comandante ci chiamasse uno ad uno. Come in tutte le caserme, il vitto non era eccellente, così quando potevo andavo insieme ai miei compagni a mangiare fuori. Si avvicinava il giorno del giuramento, e noi tutti non vedevamo l’ora.
Il quattordici Luglio dell’84 arrivò il sospirato evento: ci fecero alzare molto presto e ci lasciarono fare colazione, dopodiché chiamarono l’adunata per prepararci a quel giorno così importante. L’interno della caserma si stava già riempiendo di genitori e parenti. Io ero molto contento perché sapevo che in mezzo a tutta quella gente c’erano anche mio padre e mia nonna.
I miei superiori, però, non mi lasciarono partecipare perché mi avevano trovato ancora un po’ brillo dalla sera prima, che avevo trascorso fuori a cena. Non ero stato giudicato idoneo, e così, quando finì la cerimonia mi precipitai a vestirmi da civile e andai di corsa davanti al portone, per vedere se il mio amico e mia nonna fossero lì come tutti gli altri genitori. Non li vidi, e deluso pensavo che non fossero riusciti a venire. Non mi rimaneva altro che tornarmene in camerata, dove mi sdraiai sul letto, fissando il muro sopra di me. Qualche lacrima scendeva dal mio viso, lo stanzone era vuoto ed ero completamente solo. Mi chiedevo perché non fossero venuti, quale problema avessero avuto per non avermi avvisato. Piangevo come un bambino, quando d’un tratto arrivò un mio commilitone.
“Daniele, cosa stai qua a fare? Non senti che ti hanno chiamato?”
“Ma dai. Non sono nemmeno venuti i miei...”
“Tu stai scherzando! Ti stanno chiamando da più di mezz’ora!”
Lo ringraziai concitato e commosso, e andai a cercare i miei. Finalmente rividi tutti, il mio carissimo amico d’infanzia, nonna e papà. Non si può comprendere né immaginare la mia gioia, non ero più solo. Anche io avevo qualcuno che era venuto fino a lì a trovarmi.
La libera uscita era all’una, non stavo più in me e non vedevo l’ora di riabbracciarli. Quando li strinsi a me, ero agitatissimo: quel giorno mi venne una parlantina tale, che nessuno riuscì a bloccarmi. Ero troppo contento.
Andammo a festeggiare l’evento ad Assisi, non molto distante da Foligno. Volevo raccontare tutto, entusiasta, dire loro come avevo trascorso quel mese, degli amici che avevo trovato e tante altre cose. Il tempo trascorse veloce e arrivò il momento di tornare in caserma, il più brutto della giornata. Fu un duro colpo, ma lo affrontai perché la visita dei miei mi aveva ridato serenità e coraggio. Il giorno dopo, alle dieci, non sapendo che fare mi misi a girare per la caserma e guarda caso, mi scontrai col mio carissimo amico.
“Dove stai andando così di fretta?” gli chiesi.
“Me ne vado a casa.”
Stupito, gli domandai se avesse la libera uscita anche quel giorno.
“No, basta che ti giustifichi con una visita ai parenti, e ti lasciano uscire” mi rispose. Gli chiesi di aspettarmi, e mi disse di sbrigarmi perché il treno stava per arrivare. “Un attimo e sono da te!”
Andai di corsa a prendere il portafoglio e lo raggiunsi per andare a prendere il treno. I nostri genitori erano all’oscuro di tutto, non si sarebbero mai aspettati il nostro arrivo improvviso. Prendemmo il primo treno disponibile, senza accorgerci che era un rapido: dovevamo pagare la differenza ed eravamo nei guai. Costretti a mettere gli ultimi soldi per il supplemento, alla fine partimmo: eravamo così contenti che ci si divertiva a scherzare tra di noi cantando e ridendo. Tra una risata e l’altra, giungemmo a destinazione: ci accorgemmo però che era quella sbagliata, il treno si era fermato a Sant’Arcangelo, mentre noi avremmo dovuto proseguire fino a Savignano sul Rubicone.
“E adesso che facciamo?”
“Andiamo a vedere se c’è un altro treno che si ferma.”
In piedi davanti al tabellone, leggemmo che di treni non se ne fermava nemmeno uno. Ci guardammo in faccia. Rimaneva una sola cosa da fare. L’autostop.
“Stai scherzando?!”
“Vedi alternative? Vogliamo andare a casa? Speriamo di essere fortunati e trovare qualcuno che ci carichi.”
La fortuna volle assisterci, tanto che dopo un po’ di strada a piedi, si fermò una persona. Andava a Forlì, e visto che per Savignano si percorreva la stessa direzione, ci caricò in auto e ci accompagnò. Una volta raggiunta casa, lo ringraziammo di cuore della sua gentilezza.
I nostri genitori si trovavano in cortile, e non si immagina la contentezza che provarono nel vederci arrivare, dopo la visita a Foligno.
“Come mai di nuovo qui?!”
“Avevamo la libera uscita, e visto che c’era un po’ di tempo, abbiamo pensato di venire a trovarvi.”
Anche mia nonna era lì con loro. Pranzammo tutti insieme e io e il mio caro amico, in particolare, festeggiammo quest’ultimo giorno, perché sapevamo bene che, al nostro rientro, il distacco sarebbe stato inevitabile. Il tempo era poco e passò molto velocemente. Arrivò presto l’ora di ripartire e con tristezza lasciammo di nuovo i nostri genitori. Mia nonna era talmente giù di morale che subito si mise a piangere. Per lei stare lontano da me significava quasi perdermi, ma riuscì a superare quel momento. E così, ripartimmo mogi.
Due giorni dopo il nostro rientro, i nostri superiori ci chiamarono per avvisarci che ci avrebbero spostato, mandandoci in un’altra città. Sperai fino all’ultimo che affidassero il mio amico alla stessa compagnia a cui ero destinato io, ma purtroppo non fu così. In quei giorni ci si vide e se ne parlò. Lo avevano destinato a Portogruaro, mentre io sarei partito per Bracciano, in provincia di Roma. Questo nuovo distacco mi mandò in crisi: non avrei potuto più stare insieme a lui, che era il mio punto di riferimento, e non solo; pesava in tutto questo anche il distacco coi miei commilitoni, coi quali avevo instaurato un bel rapporto di vera amicizia. Superare quella situazione era difficile per me.
L’ultima sera, prima della partenza, andammo a cena fuori tutti insieme. Ero davvero contento, ma l’idea che quella serata sarebbe stata l’ultima mi spinse a bere più del dovuto, per scacciare i pensieri tristi e dimenticare. Mi bastarono solo tre bicchieri di vino per mandarmi su di giri. I miei compagni, che avevano già notato le mie condizioni, cercarono di tenermi d’occhio, perché non capivo cosa facevo e scappavo di qua e di là, ritrovandomi spesso in mezzo alla strada, col rischio di essere investito. Dopo una breve corsa, riuscirono a prendermi e, tenendomi in tre, mi riportarono in caserma. Non stavo in piedi, e guarda caso dovevamo fare il contrappello in mimetica. I miei commilitoni cercarono di aiutarmi, ma nonostante questo io non riuscii a fingere che non fosse accaduto nulla. Entrò il tenente e guardò subito me, perché si notava che avevo bevuto, ma per fortuna chiuse un occhio. Finito il contrappello, gli amici mi aiutarono a spogliarmi e a mettermi a letto. Mi risvegliai il mattino seguente, completamente bagnato e circondato da carta igienica: fu quello l’ultimo scherzo di addio.
Stavo ancora molto male, ma purtroppo quello era il giorno del trasferimento e dovetti farcela a tutti i costi. Ci radunarono tutti in cortile, vidi da lontano il mio carissimo amico d’infanzia e lo salutai. Poco dopo salì sulla camionetta che lo portò a Portogruaro. Non ci saremmo più visti per tutto il periodo della naja. Arrivò anche la mia camionetta, che mi caricò insieme agli altri e ci accompagnò in stazione: prendemmo il treno con destinazione Bracciano. Non conoscevo nessuno, e così mi isolai mentre tutti gli altri erano contenti e si divertivano a scherzare tra di loro. Arrivati a destinazione, dovetti farmi aiutare a trasportare le valigie, non mi sentivo ancora bene dalla bevuta della sera prima e non ero ancora in grado di farlo da solo. Scendemmo dal treno, e in stazione ci attendeva già una camionetta, che ci caricò per portarci in caserma. Vicino c’erano altri mezzi, che trasportavano dei ragazzi, ex militari in congedo. Questi si rivolsero a noi, che eravamo nuovi, e ci dissero, a voce alta: “Non vi passa più!”. Era il loro modo di salutare quelli che iniziavano.
Alle 17.30 arrivammo in caserma. Il reparto che mi avevano assegnato era quello degli Specialisti. Appoggiammo le nostre valigie i camerata, in attesa di essere chiamati di nuovo. Dopo poco, ci mandarono a prendere lenzuola e coperte, perché il resto l’avevamo già portato con noi.
Dopo averci consegnato il necessario, venimmo chiamati dal nuovo tenente che prese di nuovo nota dei dati anagrafici. Finalmente ritornai in camerata. La maggior parte dei commilitoni che stavano con me erano tutti di Roma, tanto che quando erano in libera uscita, tornavano a casa dai loro genitori, mentre io dovevo stare lì da solo perché ero l’unico più lontano. Non avevo trovato ancora nessuno con cui legare e instaurare un’amicizia.
Due settimane dopo ci chiamarono per andare al poligono. Avevo una fifa terribile. Vedevo gli altri sparare, e ricordo che uno dei miei commilitoni tirò una bomba vicino al suo tenente, tanto che rimasero feriti entrambi.
Questo fatto mi preoccupò moltissimo, tanto che quando fu il mio turno, dissi al mio tenente: “Per piacere, spara lei al posto mio?”
Mi rispose con rabbia, chiedendomi se stavo scherzando e se fossi o no un miliare. Io avevo solo paura.
Dovetti mettermi il cuore in pace e prepararmi all’esercitazione. Il mio comandante si accorse subito che il colpo in canna non era inserito alla perfezione e con rabbia, e per questo motivo mi diede tre giorni di sospensione. La mia reazione immediata fu quella di piagere come un bambino. Quando il comandante mi vide in quello stato, mi fece capire che l’aveva fatto per aiutarmi a reagire alla paura. Una volta finita l’esercitazione, si ritornò in caserma.
Prima di partire per il servizio militare, pensavo che sarebbe stata una vita molto difficile, ma una volta iniziata e trovato un punto di riferimento, mi accorsi che era meglio di quanto non credessi. Il primo anno, anche se molto duro, avevo cercato di passarlo nel migliore di modi, conoscendo molte persone che non avrei mai conosciuto altrimenti. Certo ci furono anche momenti più pesanti da sopportare.
Un giorno mi diedero il compito di pulire le pentole, in mensa. Avevo svolto il mio lavoro normalmente, anche se mi sentivo influenzato, ma quando il caporale venne a ritirare le pentole, mi disse che non erano lavate bene.
Gli risposi che non era vero, che avevo messo tanto impegno per pulirle, ma dopo averle ricontrollate, lui mi ripetè la stessa cosa: “Guarda che non sono pulite bene.” Stavo molto male, e la cosa mi rendeva ancora più nervoso, tanto che improvvisamente sbottai: “Se non ti vanno bene, lavatele tu!”
Per questa sciocchezza ci mettemmo a discutere, fino al punto in cui alzai la voce verso di lui, offendendolo. Finito il mio lavoro, ritornai in camerata e mentre mi preparavo per farmi una doccia, improvvisamente vennero ad avvisarmi che avrei dovuto presentarmi al più presto dal colonnello. Pensai a cosa mai fosse successo, non immaginavo che la mia risposta data al caporale avesse già fatto il giro della caserma fino ad arrivare al colonnello. Mi vestii velocemente e mi recai subito da lui.
Arrivai davanti alla porta del suo ufficio e attesi la chiamata. Una volta entrato, feci subito il saluto militare, dopodiché mi fece sedere e disse:
“Ravaioli, mi è stato riferito che lei oggi sul lavoro ha avuto una discussione con il suo caporale. E’ vero?”
Io annuii e confermai.
“Lo sa che non si può discutere con il suo caporale quando le dà un ordine?”
“Lo so, e me ne dispiace tanto. Ero stanco e non mi sentivo bene, comunque le chiedo ancora scusa, non succederà più.”
Questa infrazione mi portò un giorno di che regolarmente si sconta alla fine sel servizio, ma io fortunatamente non lo scontai. Mi aveva dato solo una piccola lezione, per farmi capire che in quel mondo non si poteva fare come si voleva.
L’ispirazione per questo diario, e la voglia di appuntare tutto quel che mi è accaduto dall’infanzia fin’ora, mi venne proprio in caserma, vedendo un commilitone scrivere: io non seppi mai quel che si annotava, perché era molto riservato e non amava fare leggere i suoi scritti privati.
Passato qualche mese, mi misero in ufficio sino al congedo, perché non vedevano in me una persona in grado di fare la guardia come tutti gli altri. I miei compagni, quando vennero a sapere della cosa, si infuriarono e mi diedero del “paraculo”, perché pensavano fossi una persona debole che era riuscita ad avere qualche raccomandazione.
Un giorno, parlando col tenente in ufficio, mi lasciai sfuggire che quando ero civile suonavo la fisarmonica: lui ne fu entusiasta, e visto che mi si presentava l’occasione di tornare a casa e rivedere i miei, mi lasciò andare raccomandandosi di portarla con me, al ritorno. In questo modo avrebbero potuto organizzare un ritrovo e una festa, dove avrei suonato e divertito i miei compagni.
I giorni al mio paese passarono molto velocemente, ormai la mia vita era cambiata, tanto che era nato in me il desiderio di firmare e continuare la vita militare: col tempo, questo desiderio svanì perché avevo capito che non era decisamente il mio ramo.
Finiti i giorni di libertà e ritornato a Bracciano, mi resi conto che alle dieci di sera, solo in mezzo alla strada, raggiungere la caserma con la fisarmonica sarebbe stato un bel problema. Chi si doveva presentare in stazione a prendermi, non era venuto. Così, mi incamminai pian piano e, dopo qualche chilometro, passò in auto un mio commilitone, che mi riconobbe e mi diede un passaggio fino a destinazione.
Erano tutti impazienti di sentirmi suonare, e così li accontentai. Non appena attaccai con la melodia, loro rimasero molto stupiti, senza parole, tanto che mentre suonavo, si misero a ballare. La sintonia che si era creata tra di noi era bellissima, sentivo il profumo dell’amicizia vera. Eravamo diventati come fratelli. Mi fecero tantissimi complimenti, e da quella volta la vita passò un po’ meglio a tutti noi, con maggiore divertimento. Quell’anno passò quasi senza che ce ne rendessimo conto. E io tornai alla mia vita di sempre.
Dopo l’esperienza nel servizio militare, però, qualcosa in me era cambiato. Era maturata un’attrazione verso gli uomini, e sentivo sempre più pressante il desiderio di avere qualcuno accanto.
La prima occasione per entrare in contatto con quel mondo a me fin’ora sconosciuto, la ebbi casualmente un giorno mentre, in cortile insieme a mia nonna, ascoltai la conversazione dei miei vicini di casa. Parlavano di una spiaggia nudista dove erano presenti coppie etero e omosessuali, che si ritrovavano lì a prendere il sole integrale. La cosa mi colpì, e la curiosità di vedere coi miei occhi era davvero forte. Cercai di capire come fare per raggiungere questa spiaggia, perché l’idea mi attraeva moltissimo.
Un giorno, con l’aiuto di un mio amico, iniziai le mie ricerche: lui in motorino, io in bicicletta, ci alleammo per cercare questa famosa spiaggia di cui tutti parlavano sottovoce. E finalmente, lì feci le mie prime scoperte.
LE PRIME ESPERIENZE
Finalmente, riuscii a soddisfare la mia curiosità su quella spiaggia e, dopo quella volta, ci tornai da solo. Mi incamminai seguendo le indicazioni che avevo sentito dire dai miei vicini. Il posto era lontano circa un chilometro dal luogo in cui mi trovavo, e il sole picchiava forte, tanto che dovetti mettermi al riparo da quanto scottava. Andai dietro alle dune della spiaggia, e mi resi conto del via vai della gente. Rimasi sorpreso: erano tutti nudi, famiglie intere, donne, uomini, persino bambini. L’avevo trovata.
Mi comportai come gli altri, passeggiando e osservando i presenti: l’unica cosa di cui mi vergognavo era quella di spogliarmi nudo, come lo erano loro. Mentre me ne andavo in giro, mi accorsi che alcune persone mi seguivano. Sulle prime feci finta di nulla, poi, spaventato dal loro comportamento insistente, pensai che l’unica soluzione fosse quella di raggiungere la spiaggia, per capire bene che cosa volessero, e attesi che si avvicinassero.
“Ciao, come va?” mi salutarono. Io risposi loro che andava tutto bene.
“Ti sei forse spaventato? – incalzarono – Sei scappato via come un fulmine!”
“A dire il vero, un po’ sì...”
Iniziammo a parlare, e mi chiesero se fosse la prima volta, quella, che frequentavo la zona. Quando gli risposi di sì, mi chiesero il nome e si presentarono a loro volta, dandomi la mano. Si chiamavano Andrea e Giuseppe.
“Scusaci se ti abbiamo fatto paura, ma appena ti abbiamo visto, ci sei sembrato un nostro amico.”
La conversazione si prolungò il tempo di una passeggiata. Visto che si era fatto tardi e avevano fretta, mi lasciarono salutandomi, e io continuai la mia camminata dietro alle dune. Improvvisamente, comparve un bel ragazzo, alto e fatto bene, che mi invitò a raggiungerlo nel posto che aveva scelto. Io ero timido, ma ero così interessato a conoscerlo ed ero così attratto da lui, che mi incamminai per andare da lui.
Giunto davanti a lui, non riuscii a spiccicare parola, così iniziò a parlarmi:
“Guarda che non ti mangio mica..”
“Lo so” risposi.
“Ti ho visto girare qua intorno e mi hai molto colpito, volevo conoscerti.”
“Anche io desidero la stessa cosa, solo che sono timido.”
“Questo lo avevo già notato” mi tranquillizzò. Così gli raccontai un po’ di me.
“E’ la prima volta che vengo qui. Ne ho sentito parlare dai miei vicini, e la curiosità è stata talmente forte, che sono venuto a dare un’occhiata.”
Scegliemmo un posto più adatto per poterci sdraiare. Stendemmo a terra i nostri asciugamani. I suoi occhi, il suo sguardo, il suo corpo mi attraevano molto. Imrpovvisamente, avvicinammo le nostre labbra l’uno all’altro, e ci baciammo intensamente, abbracciandoci. Lo baciai ovunque. Mi faceva perdere la testa, tanto che finimmo per fare l’amore. Fu un incontro meraviglioso, benché io all’epoca fossi molto chiuso e inibito.
Guardai l’orologio, e mi accorsi che il tempo era volato. Lo dovetti lasciare.
“Si è fatto tardi, mia nonna mi sta aspettando.”
“Vengo con te, anche io devo tornare a casa!”
“Bene, facciamo la strada assieme allora...”
“Molto volentieri.”
Ci allontanammo a piedi dalla spiaggia, scambiandoci le sensazioni sulle ore trascorse insieme. Gli chiesi se era stato bene con me.
“Da quando ti ho incontrato, la mia giornata è andata benissimo.”
Era la mia prima volta, e cercai di fargli capire che per me era stato davvero un momento speciale. Iniziammo a chiaccherare durante il tragitto fino alla sua auto. Poi, ci guardammo negli occhi, ci abbracciammo e con un lungo e appassionato bacio ci salutammo.
Avevo imparato come arrivare alla spiaggia, e così vi feci ritorno anche le settimane successive, facendo sempre degli incontri interessanti. Quando mia nonna mi chiedeva dove andavo, le rispondevo che andavo al mare a prendere il sole, rimanendo sul vago. In realtà, frequentavo di continuo quel luogo, e dopo un po’ scoprii un’altra zona adiacente, imparando col tempo che era un’altra spiaggia per nudisti. Mi spinsi fino a lì, per curiosità, e feci ottimi incontri, conoscendo nuovi amici.
Questa spiaggia era distante qualche chilometro, e per raggiungerla avevo due possibilità: usare l’auto oppure guadare l’acqua, rischiando di cadere in qualche buca di sabbia. Osservai attentamente il corso d’acqua, per valutare se ci fosse pericolo di buche non visibili o di corrente troppo forte. Ero assai indeciso, ma la curiosità fu più forte di qualsiasi titubanza e decisi di attraversare, raggiungendo fortunatamente l’altro lato della spiaggia senza farmi male. Notai che molte persone, che si trovavano lì nei pressi, mi avevano guardato in modo strano perché avevo fatto quel gesto, evidentemente per loro sconsiderato e pericoloso. A me non interessava, la mia curiosità era quella di raggiungere la spiaggia e dare un’occhiata su quel che vi accadeva.
Era un pomeriggio caldo, davvero un caldo pesante, tanto che fui costretto a ripararmi nel sottobosco. Mi incamminai tra gli alberi quando, improvvisamente, vidi un gruppo di persone ferme in un punto di passaggio. Mi chiesi che cosa stesse accadendo, senza rendermi subito conto che stavano tutti guardando qualcosa. Mi avvicinai anche io, e un po’ scandalizzato mi resi conto che due uomini stavano facendo l’amore sotto gli occhi di tutti. Capii che erano esibizionisti: le persone attorno a loro non si limitavano solo a osservare, ma si avvicinavano per toccare chi avevano vicino. Li guardai molto incuriosito, e provai a fare quel che facevano loro, toccando gli spettatori. Sapevo di essere attratto dagli uomini, ma non ero ancora pronto per assistere a determinati comportamenti. Tutti, in gruppo, si toccavano, si baciavano ed era una cosa piacevole per chi apprezza quel genere di esperienze sessuali.
Finito lo spettacolo, ognuno andò per conto suo. Io dovetti andare a casa, mia nonna mi stava aspettando, guai se facevo tardi! Ritornato sui miei passi, dovetti guadare di nuovo l’acqua che nel frattempo si era alzata ed era agitata da una corrente piuttosto forte. C’era più rischio, ma con un po’ di pazienza e affrontando la paura, piano piano raggiunsi l’altro lato della spiaggia e tornai a casa.
Ogni giorno che passava, aumentava la curiosità di rivedere quel posto, e sentivo che dovevo assolutamente imparare la strada per arrivarci in auto, per evitare i disagi e i pericoli della camminata a piedi. Mi avevano detto che di sera era più frequentato, e la voglia di esserci si era fatta logicamente più forte.
Una sera raggiunsi il posto con l’auto. La misi nel parcheggio. Era buio e non nego di aver avuto un po’ di paura. Scesi dall’auto, mi guardai attorno e mi incamminai seguendo altri che si erano già avviati, nello stesso momento in cui arrivava altra gente. Raggiunsi l’entrata del sentiero che portava in spiaggia. Era lì il famoso ritrovo, si potevano incontrare ragazzi e conoscere persone nuove. Quel giorno c’era la luna piena, si vedeva qualcosa ma non troppo. Era una stradina sabbiosa, molto buia. Vedevo tutta quella gente girare avanti e indietro, col buio, senza farsi alcun problema, così dissi a me stesso: “Se lo fanno loro, posso farlo anche io”. Mi misi a camminare, ma faticavo nell’oscurità a trovare gli altri sentieri lungo la stradina. Per capire se un ragazzo ti piaceva, inoltre, dovevi vederlo da vicino e andargli quasi addosso, o non riuscivi a distinguere nulla. Mentre giravo nel buio, notai che erano in parecchie le persone che mi seguivano per conoscermi, ma io avevo un po’ di paura e li feci stancare a forza di starmi dietro.
Abituatomi all’oscurità con gli occhi, vidi tante situazioni interessanti. In mezzo ai sentieri si formavano gruppetti di cinque o sei persone che facevano sesso. Anche io mi avvicinai diverse volte a questi gruppi. Gli incontri di quel tipo mi piacevano e mi divertivano molto.
A un tratto, vidi un ragazzo sui trentacinque anni, alto circa uno e ottantacinque, bello, slanciato, che mi osservava. Eravamo proprio uno di fronte all’altro. Io avevo paura, e mi allontanai precipitosamente, ma lui mi stette dietro. Nonostante il buio, sembrava che non riuscissi a seminarlo, e per circa un’ora lo sentii che mi seguiva. Capivo che avrebbe voluto conoscermi, ma io ero ancora preso dai miei timori, fino a quando ad un certo punto non lo vidi più attorno a me. Pensai dentro di me: “Finalmente ha capito che non ne voglio sapere nulla!”
A dire la verità, era molto attraente, mi piaceva e avrei voluto sapere il suo nome, ma la mia timidezza mi aveva portato a comportarmi in quel modo. Visto che era sparito dalla mia vista, andai alla ricerca di altre persone: all’improvviso, apparve un’altra volta lui. Mi bloccai di colpo, la mia attrazione verso di lui era davvero molto forte, non sapevo più come fare e ormai ero incastrato. Provai di nuovo a spostarmi, ma lui mi mise in trappola tanto che mi trovai in un vicolo cieco. A quel punto, non avevo alternative. Mi venne incontro.
“Hai finito di girare come una trottola?” mi disse.
“Penso proprio di sì” risposi io.
“Ma ti faccio così tanta paura?” mi chiese di rimando.
Risposi che ero solamente un po’ timido.
“Ma se fai così con tutti, fai diventare matto! Come ti chiami?”
Gli dissi che mi chiamavo Daniele, e lui si presentò a me come Doriano.
“Che fai qua di bello?”
“Giro, è la prima volta che vengo qui. Devo dire che all’inizio ero un po’ imbarazzato, ora un po’ meno...” risposi con sincerità.
Ci guardammo fissi negli occhi, ed entrambi provammo una vera attrazione reciproca. Le sue mani si allungarono verso il mio viso, accarezzandolo.
“Sei un ragazzo molto dolce. E’ un peccato che da poco mi sono lasciato col mio compagno, con il quale ho vissuto una storia di due anni. Ora non voglio più soffrire. Ti dirò la verità: vedo in te una persona molto affettuosa, non intendo farti soffrire prima del tempo.”
“Ci samo appena conosciuti! Perché dovrei soffrire?” gli chiesi.
“Sì ma io vedo già, in te, una certa attrazione nei miei confronti, non è così?”
Timidamente annuii con la testa, mi aveva davvero colpito.
“Beh, è meglio che vada.”
Si allontanò subito e in fretta, lasciandomi lì da solo. Lo guardai andare via. In quel momento mi passarono accanto molte persone per fare la mia conoscenza, ma il mio cuore mi diceva che dovevo andare da lui.
Poco dopo gli corsi dietro per vedere dove si trovava. Lo trovai che era ancora al parcheggio, in auto che ascoltava musica, e non mi aveva visto. Piano piano mi avvicinai e bussai sul vetro. Lui tirò giù il finestrino e bruscamente disse: “Che ci fai ancora qua?!”
“Vorrei conoscerci meglio...”
“Ti ho detto che non mi va di conoscere nessuno!”
“Allora perchè mi hai inseguito tutta la sera se nulla ti attraeva di me?”
Mi fissò e mi rispose: “Forse è stato solo un momento di sconforto. Ora è meglio che ci lasciamo. Ciao.”
Mi allontanai tristemente, mentre lui mise in moto la sua auto e fece per andarsene. Prima di partire, si fermò proprio di fronte a me guardandomi negli occhi: i miei stavano lacrimando. Mi fissò, ingranò la marcia e se ne andò, veloce.
Io stavo male. Era tardi e non c’era più nessuno. Montai anche io in auto e me ne tornai a casa, ma una volta a letto non riuscii a prendere sonno per tutta notte: il mio pensiero era fisso, era solo per lui.
Il giorno dopo, ritornai di nuovo alla spiaggia per vedere se ci fosse. In effetti, lo trovai ma non ebbi subito il coraggio di avvicinarmi alla sua auto. Poi però mi feci coraggio e andai a bussare al finestrino, come la prima volta.
“Volevo solo salutarti, in amicizia” gli dissi.
“Vieni dentro, che è freddo” mi invitò.
Lo ringraziai e salii sulla sua auto molto volentieri. Il cuore mi batteva forte, sentivo pressante la speranza che potesse nascere qualcosa tra noi.
Ascoltammo musica, in quel momento non avevo nessuna voglia di conoscere persone nuove. Volevo stare solo con lui. Parlammo di tante cose, su di me, su di lui. Era un uomo sposato, con tre figli, aveva la casa al mare ma abitava in provincia di Parma. Scendeva solo durante il periodo estivo, per passare qui le vacanze. Discorrendo del più e del meno, finimmo per lasciarci andare e ci abbracciammo, intensamente.
“Scusa per l’altra sera, ero giù, non ce l’avevo con te” si giustificò.
“Non ti preoccupare, non è successo nulla. Avevo capito che era quello il motivo. Mi hai fatto passare una notte in bianco, sai? Non so che cosa mi stia prendendo, non mi era ancora capitato di affezionarmi così a una persona.”
Lui mi guardò, e mi rispose: “Forse la mancanza di tua mamma ti ha portato a provare sentimenti verso le persone del tuo stesso sesso.”
“Non saprei – dissi io – comunque spero solo che, se mai tra noi nascerà qualcosa, non ci capiti mai di doverci lasciare.”
Dopo un breve silenzio tra di noi, riprese: “Vieni a trovarmi, ogni tanto.”
“Se mi dai l’indirizzo, lo farò volentieri.”
Il mio cuore batteva ancora più forte dopo che decise di darmi l’indirizzo: ci teneva anche lui. Qualche giorno dopo mi recai a casa sua a trovarlo, a sua insaputa, e arrivato sul posto scesi dall’auto, la chiusi e andai a bussare a una finestra. In un primo momento non mi sentì, ma alla fine venne ad aprire. Era tutto contento della sorpresa, tanto quanto io lo ero nel rivederlo: gli ero di nuovo vicino. Per me esisteva solo lui, non l’avrei sostituito con nessun altro. Aiutandoci e stando vicino l’uno all’altro, passammo tre mesi indimenticabili, fatti di sincerità e affetto. Alla sera, frequentavamo insieme la pineta, dove ci eravamo conosciuti. Incontrai altri due suoi amici, che tutte le volte che ci vedevano arrivare, per prenderci in giro dicevano sempre “Ecco che arriva il pulcino sotto l’ala!”. Lui era alto quasi un metro e novanta, mentre io solo uno e sessantasette, e stavamo sempre appiccicati.
Un giorno, Doriano mi fece una proposta, probabilmente perché aveva percepito da qualche mio atteggiamento la curiosità e il desiderio di cambiare partner per sperimentare il sesso. Così affrontò l’argomento, e mi chiese se l’idea di farlo in tre o più persone mi stuzzicava. Dapprima lo guardai sorpreso, ma la voglia di provare era molto forte, e così accettai.
Ci trovammo in pineta una sera, eravamo in quattro lungo un sentiero, e appena fummo in grado di trovare un luogo appartato in cui nessuno potesse vederci o disturbarci, facemmo sesso. Io prima di allora non avevo mai provato a farlo in gruppo, e mi piacque molto. Da quel momento, io e il mio compagno diventammo molto amici con gli altri due, e ci si trovava spesso per andare a mangiare insieme, senza che nessuno si intromettesse nel nostro rapporto. Arrivati al terzo mese, una sera commisi uno sbaglio che in seguito pagai molto caro.
Ero ancora molto attratto da Doriano. Quella sera, andai a trovarlo per stare insieme con lui tutta la notte. Ad un tratto mi venne un piccolo sbalzo di temperatura: lui, che lavorava presso un ospedale, aveva già capito tutto e senza dirmi nulla si recò nella stanza accanto, prese una siringa e tornò da me, per iniettarmi una sorta di aspirina.
“Ora ti faccio una puntura, mi raccomando: corri a casa immediatamente perché potrebbe farti reazione.”
Io annuii e mi preparai per andare subito a casa. La sua, però, era tutta una messa in scena perché aveva capito che nel mio comportamento c’era qualcosa di sospetto. Ci salutammo e io partii. Avevo proseguito fino ad arrivare al ponte dopo al quale, svoltando, si andava alla pineta, e tutto era filato liscio. Ma quando fui lì, qualcosa mi obbligò a girare l’auto e a dirigermi alla pineta. Non mi ero reso conto che era tutta una scusa, la sua.
Arrivai sul posto e scesi dall’auto, mi portai all’interno a piedi e iniziai a girare a vuoto. Ad un certo punto, incontrai una persona che conoscevo già da tempo. Ci salutammo e cominciammo a conversare tra noi. Io ero completamente all’oscuro del fatto che Doriano era partito poco dopo di me.
All’improvviso, apparve lui nel buio. Io rimasi immobile, senza parole, e il ragazzo con cui stavo parlando si allontanò da noi. Mi venne vicino, e appoggiando una mano sulla mia spalla, mi disse: “Io sono più scaltro di te, Daniele. La siringa era una scusa, avevo capito tutto.”
Poi ne se andò di corsa, senza lasciarmi rispondere né spiegare. Io avevo capito d’un tratto o sbaglio enorme che avevo commesso. Tornò da me la persona con la quale stavo parlando prima della comparsa del mio compagno e mi chiese chi fosse, e se avevamo litigato.
“No, affatto, – risposi io – sono io che ho sbagliato tutto. Sono stato a casa sua fino a poco fa, poi lui, vedendo che non stavo un granché bene, mi ha fatto una puntura, dicendomi di andarmene a casa il più presto possibile. E invece era tutta una scusa, e come al solito la mia ingenuità mi ha fregato...”
“Sei ancora in tempo a recuperare, io e te non stavamo facendo altro che parlare!”
“E’ proprio questo il guaio. Io l’ho deluso! Non dovevo venire fino a qua, non dovevo fare tutto questo. Gli voglio bene e avrei fatto di tutto perché la nostra storia non finisse, invece... qualcosa è andato storto.”
“Sai cosa ti dico? Vagli incontro, e chiedigli scusa, digli veramente come sono andate le cose!”
“Non conterà a nulla.”
“Tu prova comunque: vuoi che vengo anche io con te?”
“Non lo so... sto male e non so come comportarmi!”
Mi invitò a seguirlo, e insieme ritornammo verso l’uscita, quando improvvisamente mi bloccai: lui era già in compagnia di un altro giovane, e non appena li vidi, mi si spezzò il cuore. A quel punto, non mi rimase altro da fare che rassegnarmi, ormai sentivo di averlo perso. Il ragazzo che mi aveva accompagnato e si era dimostrato un amico, mi stette vicino. Andammo alla mia auto, dove continuammo la nostra conversazione. Volevo aspettare Doriano per chiarire l’accaduto. Dopo poco, l’amico mi salutò e mi diede un appuntamento per la prossima volta: lo ringraziai per essermi rimasto accanto in quel momento difficile, e rimasi solo.
Non ero ancora riuscito a capire che cosa avesse provocato in me quel comportamento, che mi aveva portato a commettere quel terribile errore, e non riuscivo a darmi pace. Piangevo come un bambino, cosa mai avrei potuto dire a mia nonna!
Finalmente lo vidi uscire dalla pineta: era solo, e rimasi fuori dall’auto ad aspettarlo mentre si avvicinava. Aveva parcheggiato vicino a me. Mi guardò, e si vedeva che era molto triste.
“Permettimi almeno una parola” gli dissi.
“Cosa cerchi da me?” rispose, tagliente.
“Lo so, ho sbagliato, ma posso chiederti almeno scusa?”
Si staccò dalla sua auto e mi venne incontro.
“Tu sei giovane, e hai tutta la vita davanti, sicuramente troverai di meglio.”
“Ma io voglio stare con te!” piagnucolai.
“Io non dò un’altra possibilità a chi mi fa del male. Tu me l’hai fatta davvero grossa, mi hai deluso, mi hai preso in giro.”
“Perché non mi concedi una possibilità per recuperare, ti prego...”
“No, è finita.”
Il dolore che avevo dentro scoppiò violento, mi voltai di spalle per non lasciarmi vedere da lui e mi misi a piangere.
“Inutile piangere, – disse Doriano – dispiace anche a me, ma io su questi errori non passo sopra come se fosse niente. Vedrai, troverai un altro che ti darà di più.” Così, mi abbracciò tenendomi stretto senza farmi girare.
“Non sarà più la stessa cosa” sussurrai io.
“Si è fatto tardi, io me ne vado.”
Lo pregai di stare con me ancora un po’, ma decise che era meglio andarsene e ci salutammo. Salì in auto e partì, mentre io piangevo come un bambino: la sofferenza per averlo perso bruciava tantissimo, perché ero consapevole che era stata tutta colpa mia. Me ne andai anche io, e una volta arrivato a casa, piansi tutta la notte nel mio letto.
Mia nonna mi chiese cosa stava succedendo, ma non potevo dire la verità: così, inventai una scusa, le dissi che avevo conosciuto una ragazza che mi aveva lasciato. Dispiaciuta, anche lei si mise a piangere, compartecipando al mio dolore.
Cercai di tornare alla mia vita normale, ma la voglia di rivederlo e di provare a ricostruire il mosaico degli affetti fu più forte anche di me stesso: qualche giorno dopo, tornai alla spiaggia. Nel tratto di strada che portava al parcheggio, c’erano case ancora in costruzione. Io parcheggiai davanti alla spiaggia, mi misi a sedere sul muricciolo all’angolo per vedere se sarebbe ritornato. Non più di mezz’ora dopo, lo vidi arrivare.
Avevo paura di affrontarlo, e mi precipitai dentro alle casette in costruzione per non farmi vedere da lui. Osservai quello che faceva e dove stava andando. Mentre andava verso la spiaggia, si fermò un secondo con l’auto proprio all’altezza del punto dove io mi trovavo, guardandolo dal mio nascondiglio. Non scese, evidentemente pensando che non fossi io. Ripartì e parcheggiò nel solito posto, e lo vidi entrare nella pineta. Il mio cuore batteva forte, tanto che mi misi di nuovo a piangere.
Poco dopo averlo visto sparire dentro la pineta, ne uscì un ragazzo che riconobbi. Lo vidi venire verso di me, che nel frattempo ero uscito dal punto in cui mi ero nascosto, e sapevo in cuor mio che era già venuto a conoscenza di quello che era successo tra me e Doriano, probabilmente proprio da lui.
Lo lasciai avvicinare, e una volta che mi fu giunto davanti mi salutò e mi chiese come stavo.
“Così così...” dissi io.
“Perché piangi?”
“Nulla, cose mie...”
“Se vuoi ne possiamo parlare...” rispose, comprensivo.
“Non risolveresti nulla.”
Lo dissi con un tono così risoluto, che mi chiese se avessi litigato con Doriano. Io rimasi sulle mie: “Anche se fosse...”
“Non ti ho mai visto così scontroso, sai?” si meravigliò lui.
“Non sempre le cose vanno bene. Per me, adesso, non vanno proprio.”
“Ho capito, ti lascio in pace, me ne vado.”
Lo trattenni scusandomi, e dicendogli che non avrei voluto trattarlo così: il problema era che stavo davvero male, e la causa di tutto quello ero stato proprio io.
“Per colpa mia è finito tutto.”
Mi domandò cosa fosse successo, facendo finta di niente, e gli chiesi se effettivamente nessuno gli aveva detto nulla.
“Doriano mi ha accennato qualcosa...” rispose, vago.
“Non è vero, - lo accusai, – tu sai già tutto. Se no come mai poco dopo che lui è entrato in pineta, ne sei uscito tu?”
Lo costrinsi a confessare.
“Beh sì, è vero, in effetti mi ha detto tutto. Mi ha anche detto che non gli dà noia il fatto di incontrarti. Se entri nella pineta anche quando c’è lui, di certo non ti mangia, sai?”
“Preferisco soffrire, a questo punto. Anzi, sai che ti dico? Ora me ne torno a casa, e mi tolgo la vita!”
Ero completamente sconvolto, e il mio sguardo era così disperato e deciso, che lo spaventai.
“Stai scherzando spero!?” mi disse.
“No, affatto. Che cosa sto a fare al mondo quando le cose vanno storte??”
“Ma ti senti bene? Vuoi che lo vada a chiamare?”
“No, per carità! Comunque... qualcosa combinerò. Ora ti saluto, me ne vado.”
Mi allontanai e andai per la mia strada. Preoccupatissimo, lui andò di corsa da Doriano per dargli la notizia che avevo iniziato a straparlare e a dare segni di cedimento. In poco tempo, entrambi si precipitarono da me. Ero ancora all’interno del parcheggio, quando lui mi apparve davanti improvvisamente.
“Cosa stai combinando?!”
L’amico al suo fianco intervenì: “Lo sai che cosa mi ha detto prima, no? Che appena arrivava a casa si sarebbe suicidato!”
Ero molto depresso, e non appena mi vide capì che nelle condizioni in cui mi trovavo, il gesto poteva essere inevitabile. Io gli avevo volto la schiena, si avvicinò a me e voltandomi con una furia inaudita mi gridò: “E’ vero ciò che hai detto??”
Con un filo di voce, risposi: “Sì. A che serve vivere?”
Improvvisamente vidi arrivarmi uno schiaffo in pieno viso, accompagnato dalla sua voce che mi sfidava: “Provaci!”
Dal nulla apparvero i carabinieri, e ci trovammo costretti a scappare subito da quel posto. Loro da una parte, io dall’altra. Disperato, cercai di raggiungere di corsa la strada perché volevo buttarmi sotto a un’auto. Ma loro mi videro e capirono al volo la mia intenzione. Si precipitarono verso di me, salvandomi all’ultimo secondo da un’auto che stava sopraggiungendo: l’impatto sarebbe stato fatale, ma nel momento stesso in cui loro mi presero, l’auto frenò di colpo. Ero ancora tutto intero.
“Stai dando i numeri??!” mi gridò Doriano.
“Per favore, lasciatemi andare, non voglio più vivere!”
Mi teneva stretto un braccio mentre mi parlava. Era furioso.
“Viani qua! Cosa pensi di poter ottenere ammazzandoti?!”
Si era riunita un po’ di gente lì attorno, e fummo costretti a spostarci in un luogo più appartato per discutere.
“Nulla ormai può cambiare le cose. Il nostro rapporto è finito. Possiamo rimanere buoni amici, se vuoi. Cerca di reagire!”
Si offrì di accompagnarmi all’auto, ma gli dissi che ce la facevo da solo e non volevo il suo aiuto. Mi chiese se ne ero sicuro, e io dissi di sì. Mi precipitai alla mia auto, vi montai sopra e me ne tornai piangendo verso casa. Durante il tragitto di ritorno mi si annebbiò la vista per le lacrime, facendomi fare per poco un incidente, ma riuscii ad arrivare a destinazione senza provocare danni.
Questa fu la prima storia d’amore che ebbi con una persona del mio stesso sesso. La sofferenza che mi aveva provocato la fine della nostra storia continuò ancora, per circa un mese: ero nei luoghi che frequentava tutte le sere, ma alla fine dovetti convincermi che non c’era proprio più nulla da fare. Con Doriano rimasi buon amico, anche se dopo esserci persi di vista non seppi più nulla di lui.
UNA VITA DIFFICILE
Dopo questa mia prima fallimentare esperienza sentimentale, ritornai alla vita di sempre. In quel periodo frequentavo e mi confidavo spesso con un mio caro amico di scuola. Ci raccontavamo tutto, e io arrivai a confessargli anche la mia omosessualità e la storia dolorosa che avevo vissuto con un altro uomo. Stette ad ascoltarmi con attenzione, e alla fine mi disse:
“Hai mai pensato di cambiare vita, di trovarti una ragazza e sposarti?”
“Sei impazzito?! – risposi io, - a me non piacciono le donne, non ci riesco! Lo so che per te e gli altri è difficile accettarmi come sono, ma io non ci posso fare nulla, questa è la mia vita. Se mi volete accettare bene, altrimenti mi troverò altri amici...”
“Ma non è un problema, per me. Io ti ho già capito e accettato, ma immagina gli altri quando verranno a saperlo!”
“Faccio del male a qualcuno? Io non ho difficoltà, se loro ne avranno, ognuno a casa propria!”
Io continuavo a fare le ose di sempre. Ripresi a frequentare la spiaggia e conobbi molti giovani, ma mi resi conto che col passare degli anni, non era più come prima, in quell’ambiente: fare amicizia diventava sempre più difficile, tutti ti cercavano per sesso. Io ero ancora molto giovane.
Un giorno mi trovavo a Bologna, in una sauna che frequentavo: proprio lì notai un cartello, dove pubblicizzavano una scuola di recitazione. Mi annotai i dati, dopodiché mi misi in contatto con quelli della scuola. Per me era un vero sollievo, abitando con mia nonna non avevo molti svaghi. Così, sfruttai questa occasione per farmi nuove compagnie. Quando diedi la notizia a mia nonna, in un primo momento criticò e non accettò la mia decisione, ma col passare del tempo non disse più nulla a riguardo. Per fortuna, nessuno sospettava nulla.
Un giorno, finite le lezioni a scuola di recitazione, tornai all’auto e mi resi conto che non si metteva più in moto. Proprio in quell’occasione, c’era uno sciopero dei treni che finiva la mattina seguente. Ero a piedi.
Mi venne in mente la scuola di recitazione, e pensai che se avessi avuto fortuna, avrei trovato i miei colleghi ancora presenti. Corsi immediatamente e tornai sui miei passi, ma una volta arrivato alla scuola, non trovai nessuno. Non c’era altra soluzione.
Era una giornata fredda, non sapevo come fare. Avevo sonno e provai a dormire chiuso in auto. Il freddo gelava i vetri dei finestrini, ma non volevo lasciare la mia auto incustodita. Mi addormentai e mi riposai per un’oretta circa. Quando mi svegliai, mi accorsi che attorno a me si erano formati gruppi di tossici e di prostitute. Un viavai che durò molto, mettendomi paura. Continuai a stare schiacciato giù, contro al sedile, in modo che non mi vedessero, e rimasi ad aspettare che se ne andassero via. Dopo un po’ i gruppetti si spostarono in un altro punto. Vidi la polizia girare nei paraggi, così ne approfittai per recarmi in stazione a dormire: anche lì la gente non era troppo rassicurante, ma ero molto stanco e così mi addormentai di nuovo. Mi svegliai la mattina seguente.
Al mio risveglio, tornai all’auto per vedere se sarei riuscito a metterla in moto, ma nulla, non volle saperne. Telefonai a mia nonna, preoccupatissima, per avvisarla dell’inconveniente, poi mi misi a cercare un meccanico per far riparare l’auto. La lasciai a Bologna da un carrozzaio, e presi il primo treno per ritornarmene a casa.
Tutte queste esperienze, i viaggi, le conoscenze in qualche modo mi aiutarono a scoprire nuove cose, nuovi mondi a cui non ero abituato. Col tempo, oltre a coltivare la mia vita sessuale, imparai anche come mettere annunci pornografici su riviste specializzate. Fu un altro conoscente a portarmi nel mondo della pornografia, dicendomi che in quel modo potevo fare soldi. La cosa mi incuriosì talmente che accettai la sua proposta.
Mi convinsero a comprare una telecamera, in cui spesi la bellezza di settecentomilalire: ci riuscii grazie a sacrifici e risparmi, ma non fu facile. I miei non sapevano niente di tutto questo. Qualche tempo dopo, iniziai la mia nuova carriera.
L’annuncio fu pubblicato, così cominciarono le prime telefonate. Non mi rendevo minimamente conto che quello era un settore pericoloso.
Iniziai le riprese, e mi diedero centomilalire per la realizzazione di questo filmato, commissionatomi da una coppia etero. Ero molto contento, tanto che ero impaziente di ricevere altre chiamate. Le coppie che mi telefonarono all’inizio furono quattro, poi ne seguirono tante altre. Nel frattempo, lavoravo anche in un’impresa di pulizie. Coi miei nuovi amici dissi che volevo essere sicuro che il mio datore di lavoro non sarebbe mai venuto a saperlo. Loro mi risposero di stare tranquillo, perché nessuno sarebbe venuto a conoscenza di nulla. Diedi loro fiducia, e continuai a portare avanti questi servizi: filmavo le coppie mentre facevano sesso, e la cosa mi entusiasmava parecchio.
La mia vita privata procedeva sui soliti binari: conobbi nei soliti posti un ragazzo sui trentacinque anni, del quale poi mi innamorai. Lui aveva perso il suo compagno da poco, suicidatosi in casa sua per un esaurimento nervoso. Per lui era stato un duro colpo, la loro relazione durava già da cinque anni.
Il nostro incontro avvenne a Bologna, in sauna. Ci eravamo chiusi nello spogliatorio per evitare che altre persone potessero disturbarci. Parlammo di molte cose, e mano a mano che approfondivamo la nostra conoscenza, nasceva attrazione da parte di entrambi. A me dispiaceva moltissimo vederlo in quello stato di depressione, e dal primo momento cercai il modo di farlo stare allegro. Ci abbracciammo forte, senza fare sesso. In quel momento, bastava solo quello. Poi ci lasciammo, perché lui doveva tornare a casa, dandoci un appuntamento per il sabato successivo.
Io rimasi lì, il mio pensiero era per lui, non mi interessava nessun altro. Quando me ne andai per tornare in stazione, non riuscii a trattenere il groppo in gola, e mi misi a piangere: mi sentivo innamorato veramente. La gente mi guardava, mi chiesi cos’avesse mai da guardare, non avevano mai visto una persona piangere? Scacciai il fastidio e continuai per la mia strada, e raggiunsi la stazione. Avevo un unico pensiero: volevo rivederlo ancora.
A mia nonna raccontai una bugia: le dissi che mi avevano chiamato per un servizio fotografico, e così trovai i modo di raggiungerlo senza destare sospetti, e poter stare insieme a lui.
Il paese dove abitava era piccolo: la casa gli era stata data dal Comune. Era bellissima, due stanze al piano superiore, un bagno, le scale, una sala, una cucina e un ampio giardino fuori pieno di verde.
La sera in cui andai a trovarlo lo rese molto contento. Andammo a fare la spesa insieme, mi mostrò il paesino in cui abitava, molto grazioso. Ad un certo punto lo vidi un po’ strano. Sembrava quasi si volesse allontanare da me. Dentro me, mi chiedevo se fosse una questione di feeling, magari, pensai, non ero la persona adatta a lui. Però poi trascorremmo quella serata in modo così tranquillo, che pensai che la crisi fosse passata.
Il giorno dopo mi invitò ad andare con lui sui colli bolognesi a vedere la basilica di San Luca. Accettai volentieri: dopo essere arrivati, parcheggiammo l’auto e ci incamminammo a piedi.
Ad un certo punto, mentre eravamo impegnati nella salita, in lui qualcosa cambiò. D’un tratto, lo sentivo sempre più lontano. Se gli facevo delle domande, sembrava quasi infastidito e la sua reazione era molto sgarbata. Mi trattava come se non ci fossimo mai conosciuti. Il suo comportamento mi infastidiva parecchio.
Il cammino per raggiungere la basilica era di circa tre chilometri e una volta che arrivammo in cima, ebbe un’altra crisi. Iniziai a chiedergli il motivo del suo comportamento, perché ne soffrivo da impazzire. Si faceva sempre più assente e lontano. Non avendo da lui alcuna risposta ai miei dubbi, mi allontanai per vedere se questa mia reazione lo avrebbe fatto tornare in sé.
Mi cercò. In un primo momento non ne volli sapere, mi ero nascosto dietro a una grossa pianta per non fami vedere. Poi, dispiaciuto, uscii e gli andai incontro.
“Si può sapere dov’eri finito?!” chiese lui.
“Ero laggiù, dietro a quella pianta. Meditavo” risposi io.
“Meditavi su cosa?”
“Sul tuo comportamento – dissi. – E’ tutt’oggi che sei strano, come se non ti interessasse più nulla di me.”
Quello che gli avevo detto aveva colpito nel segno. Stette zitto per un po’.
“Cerca di capire” – mi rispose alla fine, - questa è la basilica dove io e lui ci siamo detti che non ci saremmo mai lasciati...”
“Ormai è passato del tempo, non pensi che sia meglio reagire?”
“Per me è ancora troppo presto...”
Quando lo sentii dire così, mi sembrò di ricevere una pugnalata.
“Allora, per quale motivo mi hai cercato, e mi hai fatto innamorare?! La cosa allora non ti interessa?”
“Non lo so. So solamente che mi dispiace averti fatto soffrire...”
Senza lasciargli il tempo di aggiungere altro, mi allontanai di corsa piangendo, e raggiunsi il parcheggio. Mi raggiunse trafelato, mi prese per un braccio e disse: “Si può sapere che ti è preso?!”
“Hai il coraggio di chiedermelo? Ti sei servito di me per passare un momento di serenità, ma io non ti ho mai interessato, non è così?”
“No, ti sbagli! Anche io provavo qualcosa nei tuoi confronti, però non so dirti fino a che punto.”
Stavo guardando l’orizzonte mentre lui parlava, ero affascinato dal bellissimo paesaggio che si ammirava da lì ma dentro soffrivo tantissimo.
“Spero mi perdonerai per quel che ti ho fatto” concluse.
“No, non riesco – gli risposi. - Questa è una cosa grave, non si può perdonare. Per favore, voglio essere lasciato un attimo in pace!”
Non ebbe il coraggio di continuare oltre: “Va bene. Ti aspetto in macchina” mi disse.
Se ne andò tristemente, e io guardai di nuovo l’orizzonte cercando di capire se anche io avevo la mia dose di colpa, se sbagliavo senza rendermene conto. Tornai all’auto, salimmo entrambi e io gli chiesi di lasciarmi in stazione, perchè avevo deciso di prendere il treno.
“Come vuoi” rispose lui.
Arrivati a destinazione, scesi dall’auto e mi precipitai a controllare quale treno ci fosse per tornarmene a casa. Visto che mancava poco alla partenza, lo ringraziai del passaggio e me ne andai, deluso, nella sala d’aspetto della stazione. Mi voltai spesso per cercarlo tra la folla, lo scorsi un paio di volte dopodiché scomparve alla mia vista. Il mio cuore era spezzato.
Dopo quella volta, non seppi più nulla di lui.
Mi trovavo ancora inserito nel circuito dei servizi fotografici, e nonostante i miei problemi a livello sentimentale, tutto andava a gonfie vele. I miei guadagni erano ottimi, e per questo in casa cominciarono i primi sospetti. Inoltre, le telefonate iniziavano a diventare tante, troppe.
Un giorno, mentre io mi trovavo al lavoro, arrivò una chiamata a cui rispose mia zia. Era una telefonata spinta, dall’altro capo del filo un uomo si mise a parlare con lei che, non essendo abituata a questo genere di situazioni, scoppiò a piangere.
Quando tornai a casa, la situazione precipitò. E iniziò l’interrogatorio.
“Si può sapere in quale giro sporco ti sei cacciato?!”
“Nessuno, - dissi io, facendo finta di nulla, - perché?”
“Allora come mai è arrivata una telefonata nella quale mi sono sentita dire delle porcherie? Voglio sapere la verità, in che brutto giro ti sei cacciato?!”
“Ma forse è stato solo qualche deficiente che si è divertito! Lo sai che ce ne sono tante di queste persone, passano il tempo a fare queste stupidaggini!”
Fui abbastanza convincente.
“Sei sicuro che non c’entrano nulla i tuoi servizi?”
“Ma no, assolutamente, è tutta gente seria.”
Mia zia decise di passarci sopra. Quando la conversazione finì, tirai un sospiro di sollievo: avevo paura che fossero venuti a conoscenza di tutto, ma fortunatamente così non era stato.
Passò qualche mese, dopodiché un annuncio sospetto arrivò nelle mani della mia datrice di lavoro. Un giorno, all’uscita del solito orario lavorativo, mi fermò la mia caposquadra.
“Daniele, puoi fermarti un altro po’? Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa che da te non mi sarei mai aspettata.”
Rimasi sorpreso. Non pensavo assolutamente che qualcosa di compomettente fosse già arrivato tra le mani della mia responsabile. Col cuore in gola, le risposi: “Cosa può essere mai successo di così grave?”
Prese dall’interno della borsa un foglietto e lo aprì davanti a me.
“Mi sai dire che cos’è questo?” chiese.
Io rimasi senza parole.
“Nulla di ché. Sarà sicuramente uno scherzo che qualche buontempone ha voluto farmi!” risposi io, tentando di allontanare i sospetti.
“E tu ti aspetti che io ci creda.”
Iniziò un vero e proprio interrogatorio, tanto che, subissato di domande a raffica, non riuscii a resistere, mi lasciai andare e dissi tutta la verità. Sul posto di lavoro la situazione era diventata molto imbarazzante, e in un primo momento pensarono addirittura di licenziarmi per non avere altri problemi di questo tipo. Poi, per fortuna, col tempo ci passarono sopra, ricordandomi però che se non avessi smesso, mi avrebbero lasciato a casa davvero.
Dopo aver corso questo grave rischio, feci di tutto per togliere l’annuncio che era rimasto ancora pubblicato, per non avere più problemi di alcun tipo. Sul lavoro, vennero a conoscenza del fatto anche le mie colleghe: quando ci si trovava a lavorare insieme, mi lasciavano sempre in disparte perché non accettavano di avere un collega gay. Questa cosa mi dava molto fastidio, e quando mi capitava di vederle mi sentivo in imbarazzo: la situazione che si era creata mi faceva passare la voglia di incontrarle.
Con le avventure sentimentali cercai così di colmare i vuoti che sentivo e i problemi che dovevo ogni giorno affrontare negli altri settori della mia vita.
Col tempo il sesso diventava sempre più pericoloso. Non usavo mai alcun tipo di precauzione, in quanto mi sentivo sano e non mi preoccupavo di nulla. Inoltre, continuavo a frequentare sempre più spesso luoghi dove potevo essere un facile bersaglio per ogni genere di malattie. Ma io me ne fregavo, e facevo di testa mia.
In televisione avevo spesso sentito parlare dell’HIV, ma non ci avevo mai dato il giusto peso. Se non ché, una sera tornai a casa dal lavoro con la febbre alta, la nausea e una debolezza tale che mi impediva di stare in piedi.
Andai subito dal medico, che in un primo momento pensò a una banale influenza. Visto che non se ne andava, mi fece una richiesta di analisi per verificare da dove provenivano questa febbre così alta e il vomito.
Passò qualche settimana e ricevetti finalmente gli esiti: quando li sottoposi al mio medico, lui li osservò attentamente e notò che qualcosa non andava. I miei valori, invece di aumentare, calavano.
Giorno dopo giorno, io stavo sempre peggio, e perdevo peso. Mi fece rifare le analisi un’ultima volta, inserendo anche la verifica dell’HIV. Visto che i miei valori calavano sempre di più, mi fece ricoverare subito in ospedale. Non mi rendevo ancora conto che quel che portavo addosso era la peste del Duemila, e non ci davo peso. Chiesi però al mio medico di non dire nulla ai miei famigliari: mio zio, il fratello di mio padre era un suo amico e volevo tutelarmi da eventuali fughe di notizie. Mi venne garantito il segreto professionale e io fui più tranquillo.
Qualche settimana dopo il mio primo ricovero, venni di nuovo mandato in ospedale, dove rimasi tre giorni, per fare altri accertamenti. Mio padre mi domandava sempre che cosa mi stesse succedendo, era all’oscuro di tutto. E anche io non volli credere alle mie orecchie, quando mi diedero la terribile notizia. Purtroppo scoprii la verità: ero sieropositivo.
A quel punto, il mio medico non seppe o non volle tenere il segreto, e riferì tutto a mio zio che, saputa la tremenda notizia, venne a trovarmi. Rimase a parlarne insieme a me per una mezza giornata, e cercammo di escogitare un modo per non farlo sapere a mio padre, che sicuramente non avrebbe accettato la cosa. Io mi confidai totalmente a lui: riuscii a dirgli tutto, spiegandogli per filo e per segno come potevo aver preso questa malattia. Lui ci rimase molto male, non si sarebbe mai aspettato di avere un nipote omosessuale.
Dopo i tre giorni all’ospedale, tornai a casa. Mio padre non conosceva la verità, e io non gliela dissi. Il mio malessere si ripresentò: febbre altissima, vomito, una nuova corsa all’ospedale dove rimasi un’altra settimana. A quel punto i sospetti di mio papà ritornarono più insistenti che mai: turbato, andò dal mio medico e affrontandolo faccia a faccia si fece dire che cosa avevo. Il medico tentò di non rispondere, ma alla fine dovette cedere e insieme a mio zio gli spiegò tutto.
La sua reazione fu immediata. Venne di corsa dentro alla stanza, e mi fece il terzo grado con una violenza tale che io non riuscii a dire una parola. Capì subito col mio silenzio che era la verità. Furioso, prese e se ne andò dalla stanza.
Io d’altro canto non sapevo più come fare, le mie condizioni peggioravano sempre di più, tanto che invece di una sola settimana, la mia degenza in ospedale si prolungò per un mese intero, a causa delle ghiandole linfatiche che con la malattia di cui soffrivo si erano irritate e mi tormentavano.
Quel periodo mi vedeva fermo sia col lavoro sia con l’orchestra con la quale suonavo. Per tutto il mese in cui rimasi all’ospedale, mio padre non si fece vedere, era ancora scosso da quello che mi era accaduto. Si fece rivedere nel momento in cui io fui pronto per uscire. Si presentò per riaccompagnarmi a casa. Una volta giunti a destinazione, ci sedemmo al tavolo e mi fece un discorso molto duro:
“D’ora in avanti, basta telefonate, basta uscite. La tua vita sarà divisa tra casa e lavoro, lavoro e casa.”
Mia nonna iniziava a dare i primi segni di squilibrio, a causa della sua età avanzata. Mio padre, inoltre, pensava col suo comportamento di poter ottenere ciò che voleva. Il problema in realtà era un altro: questa pessima notizia aveva fatto raffiorare antichi rancori e ferite mai cicatrizzate. Mio papà, infatti, si sentiva in colpa, e mi ripeteva spesso che se fossi rimasto con lui, durante la mia crescita, sarebbe stato meglio, e forse tutto questo non sarebbe mai successo. A dire il vero, non fu tutta colpa sua: in parte fu anche mia, perché non avevo avuto l’accortezza di stare attento a quello che facevo.
Ora sto vivendo con un nemico addosso, che da un momento all’altro potrebbe portarmi all’altro mondo.
Quando mi operarono, le mie condizioni di salute erano stabili, come se non avessi nulla. L’unico problema era mio padre, perché a causa delle sue imposizioni non potevo più uscire. Per un periodo di tempo accettai le sue condizioni, per fare calmare le acque.
Continuavo ancora a suonare con la mia orchestra. Una sera ci trovammo in un locale all’aperto della provincia. Nel momento di pausa, la mia ingenuità mi mise di nuovo nei guai. Feci vedere ai miei compagni il foglio rilasciatomi dall’ospedale, senza rendermi conto che così facevo un danno a me stesso.
Aprirono la lettera. Io notai subito il loro cambiamento. Dissi che era solo un po’ di male al fegato, per minimizzare, ma loro sapevano già la verità perché avevano letto il risultato scritto sul foglio. Rimasero senza parole, anche perché non pensavano che io fossi gay. In più, sapere che ero sieropositivo li spaventò. Tanto che, da quel momento, presero le distanze da me. Io confidavo nella loro comprensione, ma rendere a loro nota la mia malattia mi danneggiò solamente.
Alla fine della serata, se ne andarono a cena tutti insieme senza invitarmi, perché evidentemente avevano paura di essere contagiati: la loro reazione mi spezzò il cuore. Ero sul palco che mettevo via la mia fisarmonica, e visto il loro comportamento, chiusi la valigia e la caricai sull’auto. Gli occhi mi si appannarono di lacrime. Nonostante mi avessero visto andare via, non mi salutarono e non provarono nemmeno a fermarmi: per loro ero una persona da cacciare via e da evitare. Ero distrutto e disperato, non capivo che cosa li potesse portare a comportarsi in questo modo ingiustificabile. Ancora oggi quando mi capita di incontrare qualcuno di quel gruppo, non ci si scambia neanche un saluto: non si voltano, come se io non esistessi.
Un giorno, per strada incontrai la moglie del padrone dell’orchestra, e mi chiese come andava. Io, ancora arrabbiato e scosso da quella volta, risposi:
“E a voi, che importa di come sto?!”
“Come sei scontroso...” mi rimproverò.
“Voi, a quanto pare, non siete da meno.”
“Cerca di capire: noi abbiamo una famiglia.”
“Ah sì? Allora risponda a questa mia domanda: se sua figlia, o quella di un suo parente, si trovasse nel mio stato come vi comportereste? La caccereste come un’appestata?”
Non mi diede risposta. Facendo cenno di allontanarsi, mi parlò di nuovo:
“Prima di andare, vorrei invitarti alla festa del’Unità di Ponte Nuovo.”
Sembrava più che altro una giustificazione. Così, ci lasciammo senza darci nemmeno un saluto.
La mia vita era diventata piena solo di dispiaceri e momenti difficili da superare. Quella malattia aveva sconvolto il mondo, tanto che dalle persone venivamo considerati drogati. Non era giusto, ed era molto lontano dalla realtà.
UN NUOVO AMORE
Dopo la scoperta della mia malattia e le prime incomprensioni con la gente che mi era stata vicino fino a quel momento, anche in casa i rapporti con mio padre divennero sempre più tesi. Non accettavo più le sue condizioni, e tanto dissi e tanto feci che riuscii a convincerlo a darmi un po’ di libertà. Io ne approfittai subito per tornare a Bologna.
Avevo sentito dire che un cinema porno della città era frequentato da omosessuali, e la mia curiosità si fece audace: ogni volta che potevo, andavo alla ricerca di una persona con cui stare.
Era una domenica pomeriggio. Arrivai a Bologna e andai così in quel famoso cinema. Pagai il biglietto ed entrai, mettendomi seduto su una poltroncina a caso. C’era un viavai di persone, anche marchettari, e la cosa mi piacque.
Ad un certo punto, presi una decisione e mi misi a girare anche io come facevano gli altri. Quelli che che mi seguivano erano tantissimi, ma non a tutti diedi corda per fare sesso.
Improvvisamente, vidi appoggiato a un muro situato sotto la macchina da presa un uomo, sui quarant’anni. Gli passai davanti mille volte per farmi notare. Lui iniziò a fare lo stesso con me. Perdemmo un’ora a cercarci a vicenda. Mi misi in un angolo buio, e lui si avvicinò. Non sapevo che fare, avevo paura. Proprio in quel momento, arrivarono in una decina, circondandomi, e mi ritrovavo incastrato. L’uomo che mi interessava mi venne vicino: “Ma non ti fermi mai?” mi chiese.
Gli risposi che la mia era solo timidezza, e mi chiese da dove venivo. Lui era di Modena.
La sua mano iniziò ad accarezzare le mie parti intime.
“Non è meglio se ci spostiamo di qua? Ci sono troppe persone qua attorno.”
Ci mettemmo seduti sull’ultima fila di poltroncine, vicino all’entrata, e lì continuammo con calma la conversazione. Ci presentammo: lui si chiamava Silvano.
Ci guardavamo negli occhi molto intensamente, ci sentivamo attratti l’uno dall’altro. Mi raccontò di lui: era sposato, faceva un ottimo lavoro e cercava una persona con la quale vivere insieme, e con la quale instaurare una relazione fatta di sincerità.
Riflettei a lungo sulle sue parole, poi, viste le mie condizioni in famiglia che ogni giorno dovevo sopportare, ne approfittai per sfogarmi con lui: gli raccontai che non vedevo l’ora di fuggire di casa, che mi ero ammalato e che i miei non l’avevano presa bene.
Lui mi accettò subito, e cercò di consolarmi: “Certo che per i genitori non è mai facile capire e accettare situazioni come questa. Sono un padre anche io, e se fosse capitato a me non so come mi sarei comportato, ma non certamente come ha fatto tuo papà, che invece di starti vicino ha fatto sì che ti allontanassi da lui. E queste sono le conseguenze. Se vuoi, puoi venire a trovarmi.”
Io accettai con gioia, e ci scambiammo l’indirizzo, dopodiché ci lasciammo dandoci un appuntamento per il sabato successivo. Durante quella settimana pensai molto a lui, ci mandammo diverse lettere , e nelle mie scrissi quello che pensavo di lui.
Finalmente arrivò il giorno in cui dovevamo rivederci. L’appuntamento era all’uscita dell’autostrada. Lui fu molto puntuale, e lo seguii a casa sua.
Il suo appartamento era davvero grazioso, anche se piccolo. Entrai, appesi la giacca all’attaccapanni che si trovava dietro alla porta. Poi, mi avvicinai a lui e lo abbracciai fortemente, ringraziandolo per la sua disponibilità nel farmi trascorrere momenti diversi dalla mia solita vita. Mi disse che il problema non era sfuggire da essa, ma affrontarla, cosa che io non riuscivo a fare. La sua mentalità era molto diversa dalla mia, era quella “di una volta” e faticavo a trovare un punto di incontro, figuriamoci a fargliela cambiare.
A casa mia a situazione si stava piano piano alleggerendo: non ero ancora del tutto libero per poter decidere di fare le mie uscite tranquillo, ma i momenti passati con lui, anche se pochi, mi aiutavano a staccare la spina e a rilassarmi. Sicuramente, l’avvicinamento verso Silvano da parte mia non era solo affettivo: si comportava in modo paterno con me. Io vedevo in lui quello che mio padre non aveva o non voleva darmi.
Trascorse circa un anno, la nostra frequentazione continuava a gonfie vele. L’unico incubo era, ogni volta, il mio ritorno a casa: mio padre non sapeva nulla della mia convivenza con Silvano, e io me ne stavo ben zitto per evitare che lo venisse a sapere. Coi miei parenti, i fratelli di mio padre, la situazione era diversa, anche se il nuovo Daniele da loro non era ancora stato accettato totalmente. Riuscivo comunque ad avere quantomeno un dialogo.
Col tempo, mi decisi a raccontare loro cosa stavo facendo, ed espressi il desiderio di andarmene da casa mia, e abbandonare quella situazione pesante. Dissi con loro che mio padre non doveva sapere nulla, ma mi risposero che non potevano fare una cosa del genere, e che sarebbe stato meglio se tutti assieme, ci fossimo riuniti per chiarire il tutto. Con papà non parlavo più da secoli, i miei zii invece cercavano in tutti i modi di farmi ragionare.
Un giorno mi capitò di andare a trovare Silvano, e di stare insieme a lui tutta la notte. Era un modo per vedere la reazione di mio padre, anche se la cosa mi preoccupava parecchio: grazie al mio compagno superai la nottata abbastanza serenamente. La mattina seguente, tornai a casa verso le otto, aprii la porta piano piano ed entrai: senza dire nulla, andai nella mia camera e mi buttai sul letto. Lui stava dormendo. Con lo sguardo fisso sulla parete, pensavo a come affrontare il problema qualora si fosse presentato. Il cuore mi batteva forte. Eppure, quando si svegliò non disse nulla per tutta la giornata: lo trovai un comportamento strano, non aveva avuto reazione come se sapesse già che sarei tornato a quell’ora, e qualcuno glielo avesse anticipato.
Proprio in quel periodo mia nonna aveva cominciato a stare poco bene: io avevo da tempo iniziato a chiedere aiuto ai suoi figli, perché non riuscivo ad occuparmi di lei da solo e a tempo pieno. Avevo minacciato di lasciare perdere tutto se non si fossero presi anche loro le giuste responsabilità. E così, era intervenuto mio padre: capii solo dopo che lui veniva a casa nostra utilizzando questa scusa, ma con ben altri interessi. Quando si tratta di denaro, ahimé, tutti si fanno avanti. Specialmente lui.
Io prendevo un buono stipendio, mia nonna aveva due pensioni, feci il quadro della situazione e capii tutto. Ma continuai in silenzio a portare avanti le mie cose.
A Silvano chiesi se riusciva a trovarmi un lavoro dalle sue parti. Dopo qualche tempo, mi procurò un colloquio, vista l’urgenza e la forza con cui mi volevo trasferire. Fu un successo, mi dissero che passate due settimane avrei potuto cominciare nella nuova impresa di pulizie, e così mi recai subito sul mio posto di lavoro per chiedere il trasferimento a Modena. Rimasero assai sorpresi da questa mia decisione, a tutti dispiaceva che me ne andassi. Li convinsi che era la cosa migliore che potevo fare per risolvere la situazione in casa mia.
Cercarono in tutti i modi di fermarmi, ma io fui irremovibile: volevano parlare con mio padre ma io non volli, perché nessuno doveva sapere della mia scelta. Ai parenti con cui avevo un buon rapporto, però, dissi tutto: ci rimasero male, e tentarono di convincermi a tornare sui miei passi.
“E a tuo padre cosa dirai?”
“Nulla, lui non deve sapere.”
“Non è megio parlare anche con lui, è pur sempre tuo padre!”
“Per me non lo è più, ormai.”
“Ma in questo modo vi perderete!”
“La mia vita ora è questa. E’ diversa, particolare. E lui non la accetterà mai. Continuare insieme non ha alcun senso, meglio stare lontani l’uno dall’altro.”
“Speriamo tu abbia fatto la scelta giusta. Lo sai che poi non si torna più indietro...”
“Lo so, e sono pronto ad affrontare tutte le conseguenze.”
Compresero che non potevano fare nulla e che non sarebbero mai riusciti a farmi cambiare idea. E così, non mi rimaneva altro da fare che preparare le valigie in tutta tranquillità, aspettando il grande giorno.
Prima della partenza subentrò un ostacolo imprevisto. Nel frattempo, infatti, mio padre era venuto a sapere tramite i miei datori di lavoro che mi ero licenziato, e che me ne andavo. Quando tornò a casa, ci fu una violenta discussione tra me e lui. Io non capivo che cosa avessi mai fatto di così sbagliato. Rimasi impietrito a guardarlo, dopodiché scappai a rifugiarmi in camera mia.
Per fortuna mia nonna non aveva compreso la gravità della situazione: se fosse stata bene, non sarebbe successo nulla di certo. Mio padre, vedendomi fuggire e chiudermi in camera, si mise a piangere perché capì che ormai mi aveva perso. Anche i miei parenti cercarono di calmarlo, dicendogli che se non avesse fatto qualcosa per parlarmi con calma, ci saremmo persi e il rapporto si sarebbe logorato.
Nel giro di poco tempo preparai tutto ciò che mi serviva: non mi rimaneva altro che andarmene via. Dentro di me sentivo un po’ di dispiacere, ma ormai avevo imboccato una strada senza ritorno. Così, prima di partire decisi di scrivere un biglietto dedicato a mio padre, perché lo leggesse e capisse:
“Perdonami se tutto questo non te l’ho detto a voce. In questa città mi sono fatto male da solo. Forse è stato meglio così, tra me e te c’è tanta differenza. Speravo di vedere un padre diverso, ma purtroppo non ce l’hai fatta. Nel posto in cui mi trasferisco, sicuramente starò bene, ho già il lavoro perciò non ti preoccupare. La mia vita qui ormai era segnata, non potevo più continuare. Pero mi perdonerai il fatto di non averti detto queste cose di persona, ma non ci sono riuscito. Cerca di capire: abbiamo forse sbagliato entrambi, ma non torno più indietro. Cerca di stare bene, ti farò sapere.”
Finalmente, mi lasciavo alle spalle le amarezze, e da quel momento iniziava per me la vera vita. Silvano era una persona perbene, cercava di accontentarmi in tutto, e mi aiutava a dimenticare quello che stavo passando. Dopo il mio trasferimento, decisi di andare a trovare mia madre al cimitero, perché avevo riconquistato un poco di serenità. Decidemmo così un pomeriggio di partire. Giunti al cimitero, attesi qualche secondo prima di uscire dall’auto, perché mi era venuta una crisi di tristezza. Quando l’attimo passò, scesi e le portai un fiore.
Appoggiai la mano sulla sua lapide e in un momento di solitudine interiore mi rivolsi a lei: “Mamma, perché sei andata via da me? Anche se sei nella tua nuova casa, sappi che io sono sempre vicino a te. Dammi la forza per continuare, e se questa forza verrà a mancare, chiamami dove sei ora, e la mia vita sarà molto migliore.”
Dissi una preghiera, mi alzai e inseme uscimmo dal cimitero per andare a trovare mia zia, che abitava poco distante. Giunti da lei, ci accolse molto contenta, ed entrammo. Ci offrirono da bere e così iniziammo a parlare.
“Ma dimmi un po’, dove sei sparito? Nessuno sa nulla di te, ormai chiamavamo Chi l’ha visto!” disse lei. “Tu padre? E’ al corrente di tutto?!”
“Sì certo, sa che sono andato via ma non sa dove. A me di lui non interessa più nulla.”
“Ma Daniele! E’ pur sempre tuo padre...” rispose.
Il mio compagno stava in silenzio perché non era una cosa che lo riguardava, e non voleva intervenire.
“Ma questo signore chi è?” chiese mia zia, indicandolo.
“Scusa, non te l’ho presentato. Lui è Silvano, la persona che in questo momento mi sta ospitando e che mi ha trovato il lavoro.”
Dopo le presentazioni, lei tornò subito all’argomento che le premeva.
“Perché non dire a tuo padre dove sei, sicuramente ci soffrirà!”
“Doveva pensarci prima – dissi io, duramente, - ormai non torno più indietro, sto bene dove sono.”
Mia zia ci invitò a rimanere per il pranzo, e noi rimanemmo volentieri. Conversammo di tantissime altre cose. Mi sembrava di essere tornato indietro, in un passato remoto, quando da piccolino andavo a trovare la zia. Ebbi così occasione di rivedere anche i miei cugini.
Lo spettro di mio padre veleggiava nelle nostre conversazioni, tanto che ad un certo punto, mia zia si lasciò sfuggire parole che riguardavano mia madre.
“Guarda che la mamma non è morta per la malattia, ma per colpa di tuo padre.”
Mio zio intervenne subito per zittirla: “Ma cosa vai a dire! Doveva rimanere un segreto!”
“Cosa?! – dissi io. – Ora voglio una spiegazione. Che cosa c’è che non ho mai saputo, e che invece dovrei sapere?”
“La verità è che tua mamma, quando si rese conto che tuo papà non era adatto a lei era già troppo tardi, perché aveva già due figli grandi, tu e tuo fratello. E così, ha dovuto subìre cose che non ti posso dire...”
Cercai di scavare e di capire che cosa ci fosse di così tanto compromettente da doverlo tenere nascosto anche a me, ma non riuscii a fargli dire più nulla a riguardo. Subentrò mio cugino con un altro argomento, e la conversazione su mia mamma finì così. Io rimasi scioccato, chiedendomi che cosa fosse successo: ormai ero abbastanza adulto per sapere la verità, ma pensarono che fosse meglio non dirmi nulla per la paura che io facessi pazzie contro mio padre. La mia reazione fu comunque molto forte: essere messo a conoscenza di quel fatto mi provocò solo tristezza e disperazione, ma dovetti accettare le condizioni che i miei zii mi avevano imposto.
“Allora, tutto bene?” mi chiesero alla fine della giornata.
“Sì molto, anche se non sono riuscito a capire il vostro silenzio improvviso riguardo quella questione...” dissi titubante e speranzoso.
“Non c’è altro da sapere. Cerca di stare bene tu” mi risposero.
Ci salutammo, dandoci la mano, ringraziandoli dell’ospitalità. Ci invitarono a tornare presto, poi noi uscimmo e ripartimmo in auto, dirigendoci verso casa.
In quel periodo, mia nonna peggiorava di giorno in giorno. Il suo stato di salute non era dei più rosei e non riconosceva più nessuno. Io d’altro canto non riuscivo ad andarci spesso, proprio a causa del lavoro. Un giorno, accadde l’irreparabile. Suonò il telefono. Era Roberto, mio fratello, che in modo molto freddo e schietto mi diede la notizia: “Guarda che la nonna è morta.”
Rimasi immobile, senza parlare, il mio compagno mi vide in quello stato e mi chiese chi fosse. Come paralizzato, gli diedi la cornetta del telefono in mano e corsi in camera a piangere.
Silvano si informò subito per capire che cosa mi avesse provocato una reazione così sconvolgente. Appresa la notizia della morte di mia nonna, fece le condoglianze a mio fratello e tentò di farmi parlare di nuovo con lui. Io ero distrutto dal dolore, e non ne avevo la forza: gli chiesi di farsi dire quando era previsto il funerale, perché piangevo come un bambino e non volevo che Roberto mi sentisse in quelle condizioni.
Avuta l’informazione, si salutarono e Silvano concluse la conversazione. Vedendomi in quello stato, non sapeva cosa fare, cercò di tranquillizzarmi in tutti i modi ma io avevo preso molto male la notizia: la cosa lo faceva soffrire perché non reagivo, non ci provavo nemmeno, ero come assente. Per me era come vivere un incubo: nel giro di poco tempo me n’ero andato di casa, avevo scoperto verità scomode su mia mamma e avevo perso la mia adorata nonna. Non ci voleva proprio.
Sentii il mondo crollarmi addosso, la sua morte mi aveva tolto un grande punto di appoggio. Mia nonna aveva appena compiuto novant’anni, e venni a sapere che si era spenta come una candela. Mio padre si occupava di lei, e quel giorno le diede da mangiare come al solito e la mise a letto. Si allontanò solo il tempo di accogliere mia zia, che nel frattempo si era presentata alla porta. Al loro arrivo al suo capezzale, la nonna si era già addormentata per sempre. Una morte silenziosa.
Si era messo in movimento poi tutto il condominio, che la conosceva da sempre, un viavai di persone che volevano darle l’ultimo saluto. Per fortuna io non assistetti alla sua morte, perché non so come avrei reagito nel vederla spegnersi con me lì a fianco a lei. Sarebbe sicuramente stato un trauma, che mi è stato risparmiato dal Destino.
Il sette Gennaio del 1993 ci fu il funerale. Il mio compagno, vedendo che non avevo ancora superato la crisi, fece in modo di convincermi che andare al funerale non era la cosa giusta da fare. Mi avrebbe fatto più danno, secondo lui. Ma io fui irremovibile, volli andare a tutti i costi. Col suo appoggio morale, e con lui a fianco, mi recai alla camera mortuaria di Ravenna. Giunto lì, caddi in una crisi profonda.
“Non entrare se non ce la fai, lei lo sa che tu ci sei!” mi disse Silvano.
“Io glielo devo...” risposi io.
Mi trovavo nel cortile fuori dalla camera mortuaria. Tutti si trovavano lì ad aspettare me. Piano piano, entrai per vederla l’ultima volta: era bella, volevo toccarla, ma non ne ebbi il coraggio. Trattenevo dentro di me il mio dolore, avevo paura potesse scoppiare da un momento all’altro e farmi urlare.
Ritornai immediatamente fuori, c’erano fiori e corone ovunque, ma nei miei parenti c’era uno sguardo diverso dal solito, probabilmente perché mi ero fatto accompagnare da Silvano, che non faceva parte della famiglia. Non lo salutarono nemmeno, ma lui rimase comunque al suo posto, con dignità.
Era una bella giornata, anche se molto fredda. Vidi gli uomini delle pompe funebri chiudere la cassa dove stava mia nonna, caricarla sull’auto e portarla al cimitero. Ricordo che, prima di morire, aveva messo da parte i soldi che le sarebbero serviti per quel giorno: lei voleva un bel funerale, voleva poter passare da casa e poi andare al cimitero ed essere messa in un forno, come tutti gli altri suoi parenti. Erano queste le sue volontà.
Constatai invece, con rabbia e dolore, che non avevano realizzato il suo desiderio. Dovetti guardare mentre la calavano nella buca a terra, pensando a cos’avesse mai fatto di male per non vedere rispettate le sue ultime volontà.
Con lei avevo vissuto tutta la mia infanzia. Il periodo più bello della mia vita era stato con lei. E mentre ripensavo a quello che ci aveva legato, capii che non avrei mai dimenticato. Un’infanzia, una vita, una storia, un racconto vero e indimenticabile, narrato da un figlio addolorato, che vive ancora nel passato; un ricordo che non lo lascerà mai.
LA FINE DI UNA STORIA
Il lutto fu molto difficile da superare. Mi ci volle un po’ di tempo per lasciare alle spalle la sofferenza. Nonostante tutto il dolore che avevo provato, la mia vita continuava e raggiunsi nuovamente un po’ di felicità, anche se con mio padre i rapporti non riuscivano ad essere buoni.
Un giorno, poco tempo dopo una mia visita a mia mamma al cimitero, quando colsi l’occasione per passare a salutare anche mia zia, ricevetti una telefonata proprio da parte sua. Squillò il telefono, e risposi.
“Ciao Daniele, sono zia Maria.”
Aveva un tono strano, diverso dal solito, ma subito non ci diedi peso.
“Ciao, che sorpresa!” le dissi. Non ebbe nessuna reazione.
“Devo dirti una cosa...” rimasi in attesa di quello che aveva da riferirmi.
“L’altro giorno è venuto qui tuo padre, e ho saputo ciò che volevo sapere.”
Non capivo quel che significasse.
“Quello che volevi sapere? Ma di cosa stai parlando?” le chiesi.
“Desidero che tu non venga più qui a trovarmi.”
Io rimasi per un attimo senza parole, poi, ripresomi dalla sorpresa cercai di chiederle che cosa fosse mai successo.
“Ho saputo tutto. Pertanto, ti saluto.”
Mi sbattè giù il telefono in faccia, impedendomi addirittura di risponderle. Non comprendevo quale fosse la causa, evidentemente grave, di questo suo comportamento. Così rifeci il numero. Fu lei a rispondere.
“Le conversazioni vanno finite, non lasciate a metà. Posso sapere cosa è successo?!”
“Ti ho già salutato” disse la zia, buttandomi di nuovo la cornetta in faccia.
Il mio pensiero si rivolse subito a mio padre: intuii che probabilmente era stato lui a raccontare qualcosa di strano su di me, tanto da creare una situazione del genere. Il mio compagno mi chiese cosa fosse successo: si trovava in cucina, così andai da lui e mi sedetti, per parlare un po’.
“Mia zia mi ha appena detto che non vuole più vedermi...”
“Come mai?” mi chiese Silvano.
“Vallo a chiedere a lei. Ho tentato di chiedere spiegazioni...” e gli raccontai quello che mi aveva detto prima di interrompere bruscamente la chiamata.
“Sicuramente tuo padre le ha detto tutto di te: la malattia, la nostra convivenza...” anche lui confermò i miei sospetti.
“Ora voglio provare a telefonare a lui. Sono proprio curioso di sentire cos’ha da dire.”
Lo chiamai, arrabbiato, ma non risolvetti nulla. E intanto mi chiedevo per quale motivo mi stava capitando tutto questo, non mi sembrava di aver tolto nulla a nessuno, e non capivo che cosa volessero da me.
“Ti ha sputtanato bene tuo padre...”
“Sì, ma cosa crede di aver risolto? Non tornerò più indietro.”
“Fatti la tua vita, e dimentica!”
“No. Questo è troppo anche per loro. Verrò a sapere prima o poi cosa è successo, non può finire qui.”
Speravo che le discussioni con mio padre fossero finite, ma col tempo vidi che non era così. Infatti, l’occasione si ripresentò molto presto.
Con la scusa che voleva costringermi a tornare a casa, si era impadronito del mio libretto di risparmio e non me lo voleva più restituire. Era un ricatto bello e buono, ma non cedetti perché non avevo alcuna intenzione di rovinarmi la vita tornando ad abitare con lui. Provai in tutti i modi, con le buone, per non arrivare ad risolvere la situazione tramite avvocato. Ma purtroppo la sua testardaggine fu più dura della mia pazienza.
Fui costretto a denunciarlo e a querelarlo, e finalmente ottenni indietro quel che era mio: il libretto tornò nelle mie mani. Nonostante fosse stato proprio mio padre a causare questo disastro, lui, mio zio e tutti i miei parenti mi si rivoltarono contro e si resero ostili, tanto che chiusero i rapporti con me.
Da quel momento, non seppi più nulla di loro.
Io continuavo la mia vita, la convivenza con Silvano andava avanti ormai da due anni e qualche mese. In quel periodo, era nata in me la passione per la fotografia, e quando ci recavamo in montagna insieme nei fine settimana, fotografavo tutto ciò che mi circondava, animali, fiori, paesaggi, mi piaceva tutto.
Le mie capacità miglioravano sempre di più, tanto che mi decisi a chiedere un aiuto a Silvano per inserirmi in questo ramo: aveva molte conoscenze e una buona dialettica, ma era anche molto geloso di me e invece di darmi una mano, fece di tutto per ostacolarmi. Aveva paura che mi portassero via da lui e mi mise i bastoni tra le ruote.
Glielo chiesi una volta, poi due. Provai a insistere ma non riuscii a cambiare le sue idee né a rassicurarlo. La cosa mi deluse moltissimo. A quel punto non mi rimaneva altro che dirgli che, se non mi avesse aiutato, non so se la nostra relazione sarebbe andata avanti ancora.
Rimase molto stupito, tanto che la prese a ridere, senza credere a una sola parola di quello che gli avevo detto. Mi aveva liquidato così, ma la situazione si trascinò avanti fino a quando, un brutto giorno, imbottito di tranquillanti, gli dissi in faccia che la nostra relazione era finita. Non volevo più continuare, non me la sentivo. Solo a quel punto la cosa diventò seria anche per lui.
Nel giro di ventiquattr’ore mi sostituì con un’altra persona.
Quando l’effetto del farmaco finì, mi resi conto dell’errore che avevo commesso. Ormai per me era finita per sempre. Il senso di colpa mi buttò giù talmente tanto che tentai persino di togliermi la vita.
Silvano nel giro di poco tempo invitò il suo nuovo compagno in casa sua, e non passò molto che venne addirittura ad abitare con noi. Capendo di essere di troppo, decisi di andarmene ma non sapevo cosa fare né dove trasferirmi.
Chiesi così aiuto a un mio caro amico, che riuscì a ospitarmi per un po’. All’insaputa del mio ex compagno, preparai le mie valigie. La situazione si era fatta troppo critica, quando ci si trovava, al mattino o alla sera, le discussioni erano inevitabili. Lui voleva buttarmi fuori a tutti i costi, non gli interessava che io avessi un posto dove andare. Finalmente riuscii a traslocare dall’amico con cui avevo già preso accordi, senza dire nulla a Silvano e al suo nuovo compagno.
Ritornati a casa, e vedendo che io non ero più lì, si chiesero dove fossi e, avendo il sospetto di dove potevo essere andato, ebbero il coraggio di telefonarmi per verificarlo. Mi dissero, con una grande faccia tosta, che nessuno mi voleva buttare fuori di casa. Ci misi una pietra sopra e la finii lì.
Dovevo affrontare la vita tutta da solo. Poco dopo il mio trasferimento, il mio amico mi aiutò a cercare un appartamento, e fui fortunato a trovarne uno nel giro di poco.
Incominciai così la mia nuova vita da single: frequentavo locali, mettevo o rispondevo ad annunci, al solito. Tramite uno di questi annunci, mi capitò di conoscere un ragazzo, a cui dovevo fare un servizio fotografico.
In quel periodo non avevo il telefono. Dovetti quindi chiedere l’aiuto di un amico e utilizzare il suo numero: tramite lui, riuscivo a parlare con questo ragazzo.
Mi sembrava una persona molto dolce, mi aveva fatto capire che voleva una storia, anche per poter uscire di casa, perché non andava più d’accordo coi suoi genitori. Ci accordammo perché venisse da me per fare il servizio, e ne approfittai per invitarlo a stare qualche giorno come ospite, per conoscerlo meglio.
Quando andai a prenderlo alla stazione, mi feci accompagnare da un amico, e notai subito che quest’ultimo era rimasto molto colpito dalla sua bellezza: alto circa un metro e ottanta, magro, slanciato, ne fui attratto anche io. Come modello mi colpiva, ma avendo avuto modo di parlare con lui e di sondare il suo carattere, mi piaceva anche come tipo di ragazzo.
Da quel momento, però, nacque un feeling tra loro, e l’intesa che avevano si fece sempre più forte col passare del tempo, ma ero così ingenuo che non volevo vederla: lui diceva di volermi bene, e io credevo alle sue parole, mai avrei pensato che il mio amico mi potesse tradire. Trascorsero così tre mesi, prima che io potessi aprire gli occhi e capire che cosa stava realmente succedendo. Durante tutto quel tempo, io spesso mi confidavo con lui, preso a volte da momenti di sconforto, e gli dissi di me, della mia malattia e di quello che avevo passato a causa di essa. Lui mi ripeteva si continuo che non mi dovevo preoccupare, perché nessuno sarebbe venuto a saperlo e che i miei segreti con lui erano ben custoditi. E io mi fidavo. Solo col tempo capii di aver commesso un gravissimo errore a lasciarmi andare.
Mi ero fatto un bel gruppetto di amici, da qualche tempo. Improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, nessuno mi veniva più a trovare. All’inizio non ci diedi troppo peso, ma poi tramite persone fidate scoprii tutta la verità.
Era stato proprio lui, per gelosia o per invidia, a raccontare tutto del mio privato per farmi terra bruciata attorno e lasciarmi solo, per rubarmi gli amici che stavo frequentando. In questo modo, anche lui venne smascherato, e perdemmo entrambi il nostro posto nel gruppo.
Questo suo gesto gli creò dei guai seri, soprattutto da parte mia: visto che lo ospitavo da me, decisi con cattiveria di mandarlo fuori di casa. Non volevo crederci, lo avevo giudicato una persona diversa, retta e onesta, e invece si era rivelato uguale a tutti gli altri, se non peggiore.
Per vendicarsi di essere stato sbattuto fuori, si divertì ancora continuando a mettere in giro voci su di me, raccontando i fatti miei e la mia malattia. Ero arrivato sul punto di denunciarlo, ma non riuscii a trovare le prove necessarie perché nessuno mi voleva aiutare. Dovetti mio malgrado subire questa umiliazione. I pochi amici che mi erano rimasti cercarono in ogni modo di farmi dimenticare tutto, e mi ripetevano spesso di fregarmene, di tirare dritto per la mia strada. Ma lo sapevo solo io quanto era dura e difficile passeggiare tra la gente e sentirmi tutti gli occhi addosso, a causa di un ignorante che per i suoi rancori personali o per invidia aveva sparlato di me. Cercai in tutti i modi di superare questa sofferenza.
In questo periodo della mia vita parecchi si disturbarono per me. Un amico mi trovò un appartamento, ma non potei accettarlo perché era in comune con altri ragazzi della zona in cui abitavamo, amici che frequentavamo io e lui. Io non feci molto per contraccambiare e così presero un po’ le distanze, allontanandosi da me. Ancora a distanza di anni mi rimproverano e mi rinfacciano il mio comportamento, nonostante non siamo più in contatto.
Da quel momento la mia vita diventò triste, continuai a vivere in un posto malfamato dove droga e prostituzione erano all’ordine del giorno. Mi pentii veramente di quello che avevo fatto, ma non cambiò nulla, e gli amici non tornarono indietro. Provai quindi a trovarmi un appartamento da solo, e l’unica soluzione che trovai fu quella di prendere il denaro del trattamento di fine rapporto, licenziandomi per il pagamento della cauzione. Nel Novembre del 1995, quindi, decisi che per risolvere i miei problemi sarebbe stato meglio per me lasciare il lavoro e licenziarmi. Il mio fu un calcolo totalmente sbagliato, perché invece di risolverli, li complicai ancora di più.
Gli amici che frequentavo, quando vennero a sapere del mio licenziamento mi dissero papale papale che ero stato un cretino, perché non avrei combinato niente così facendo: sostenevano che poteva esserci un altro modo, pur mantenedo il mio vecchio posto di lavoro. Io sostenevo, invece, di aver fatto la cosa giusta, perché ero convinto che avrei sicuramente trovato un altro lavoro.
Preso il licenziamento, finalmente misi a posto tutti i miei debiti e nel contempo andai alla ricerca di un nuovo posto. La cifra che avevo preso poteva permettermi di tirare avanti un bel po’ senza lavorare, e così feci, senza rendermi conto che, giorno dopo giorno, i soldi calavano. Andavo anche a divertirmi e la cosa peggiorò la situazione. Feci così la domanda di disoccupazione, continuando a cercare disperatamente, senza risultati. Non riuscivo più a pagare l’affitto e non sapevo più cosa fare. Avevo solo voglia di morire. Il padrone insisteva e veniva a chiedermi i soldi e io ero agli estremi.
La mia situazione si stava facendo sempre più critica. Telefonavo a destra e a manca, ma non trovavo nulla e iniziai a disperare. Gli amici mi incoraggiavano, ma mi rendevo conto di essere stato uno stupido a non seguire i consigli di nessuno e a fare di testa mia. Non volevo andare a dormire sotto ai ponti, e proseguendo per quella via, avrei rischiato e ci sarei di sicuro arrivato.
Un giorno, guardando la televisione, mi capitò di vedere una trasmissione su Rete 4 che riguardava sia una agenzia matrimoniale che un cercalavoro: mi dissi che forse era la volta buona e così partecipai. Fu una bella esperienza, ma con pochi risultati, tanto che ritornai punto e a capo.
Volevo farla finita, non avevo più la forza di continuare, i soldi erano agli sgoccioli. Il padrone dell’appartamento veniva spesso a chiedermi l’affitto e io non ero ancora riuscito a trovare nulla.
Ebbi un colpo di fortuna improvviso: il mio amico Gianni, vedendomi in quello stato, si era dato da fare e nel suo piccolo paese aveva cercato un lavoro per me. Mi telefonò: “Daniele, forse ho trovato un lavoro qua da me in un albergo.”
“E dove vado a dormire?”
“Vieni a dormire in casa mia, insieme a mia madre. Questa è una possibilità che ti posso offrire.”
Io accettai e gli chiesi quando avrei dovuto fare le valige e partire. Mi consigliò di andare un giorno a fare il colloquio col padrone, così poi io e lui ci saremmo accordati.
“Grazie, non so proprio come ringraziarti. Spero solo riusciremo ad andare d’accordo.”
Il mio cuore batteva ai mille all’ora dalla contentezza. Avvisai anche il padrone del mio appartamento che avevo trovato un lavoro e che così, in poco tempo, avrei potuto saldare i miei debiti. Lo misi tranquillo per un po’.
Venne finalmente il grande giorno. Partii alle nove del mattino e arrivai a destinazione alle due del pomeriggio. Notai il paesino incantevole, ma non mi fu possibile visitarlo subito perché avevo appuntamento col padrone per sentire quando avrei potuto iniziare. Il paese era bello così come il posto di lavoro, e il padrone era una persona molto gentile. Due giorni dopo iniziai.
Il destino volle che mi feci subito un marchio sulla fronte. Mentre aiutavo il mio amico Gianni a sistemare alcune cose in casa sua, presi contro a uno spigolo in un mobile: mi feci un grosso taglio e mi diedero tre punti. Il primo giorno di lavoro, appena mi videro con il cerotto sulla fronte si misero a ridere e dissero: “E’ il benvenuto del nostro paese.”
Mi diedero il compito di lavapiatti e tuttofare, aiutavo anche la signora che si trovava a tagliare le verdure e stava in cucina. Mi sembrava di essere a casa mia, ero circondato da persone educate e gentili che avevano sempre voglia di scherzare. L’unica persona buona ma difficile era la madre che col suo modo di fare faceva esaurire un po’ le persone, anche se nello stesso tempo era molto cordiale. Avevo trovato l’America, finalmente potevo stare tranquillo, lavoravo, mangiavo e stavo bene grazie a Gianni che in quel momento di difficoltà aveva saputo aiutarmi, tirandomi fuori dai guai. A lui devo molto. Chi è quell’amico che ti trova un lavoro e ti ospita a casa sua, anche senza conoscerti bene?
Purtroppo la nostra convivenza durò poco, solo due settimane, e finì per una banale sciocchezza: Gianni, in un attimo di sconforto, mi mise alla porta e così dovetti adattarmi. Feci le valige e me ne andai, licenziandomi anche dal lavoro. In un primo momento non dissero nulla, poi vedendo la mia decisione tentarono e fecero di tutto per farmi rimanere, ma io per paura che si ripresentasse di nuovo la stessa situazione decisi di andarmene. Avevo con me tre valige di roba. Ero molto deluso dal comportamento di Gianni.
Tornato a casa, si ripresentò il problema affitto. Riuscii a saldare il debito per poco tempo e non trovando lavoro, il problema ritornò ancora peggiore. Per circa un anno ce la feci a sistemarmi, poi si fece dura. Con Gianni il rapporto si riallacciò solo dopo un anno, e proprio insieme a lui provai a chiedere aiuto ai miei vecchi amici, sentendomi rispondere che meritavo di finire sotto ai ponti. A quel punto non seppi proprio più che fare.
Gianni intervenne un’altra volta, nonostante ciò che era successo tra noi,e mi convinse a provare tramite il sussudio del Comune, cosa che io non ero convinto di fare, ma provai ugualmente. Iniziai col farmi pagare l’affitto e finalmente riuscii a mettere il cuore in pace. Poi andai a fare domanda per le case popolari, e a distanza di un anno con molti sacrifici ottenni quello che mi serviva, un piccolo appartamentino.
Mi arrivò una telefonata da un ristorante, in cui cercavano personale, e ci lavorai per tre mesi risolvendo in parte la mia disperazione. Ma trascorso questo periodo tranquillo, mi ritrovai di nuovo costretto a casa.
Tramite un amico che ci lavorava già, avevo sentito dire che assumevano in una fabbrica dove facevano pasta. Ero molto contento della notizia, e andai a fare il colloquio. I responsabili mi risposero che, se volevo lavorare per loro, dovevo presentare le analisi del sangue, compreso il test per l’HIV. Lo guardai stupito, rimanendo senza parole. La delusione di scoprire che ancora una volta qualcuno che credevo fidato aveva approfittato della mia ingenuità per farmi sentire diverso, fu davvero grande. E così, anche quella speranza svanì di colpo, com’era arrivata.
Qualche giorno dopo, ci fu un risvolto positivo in tutta la faccenda: un mio caro amico mi invitò a casa sua, e venendo a conoscenza della mia situazione critica, mi fece un prestito di denaro con cui poter pagare almeno l’affitto. Era il Novembre del 1996, e grazie a lui, trovai un lavoro fisso, voltando finalmente pagina e abbandonando l’incubo di insicurezza e precarietà che avevo fino a quel momento vissuto. Mi tolsi da quel palazzo schifoso, e in me tornò la felicità.
Decisi così di cambiare totalmente vita: stroncai ogni rapporto con le persone che si erano divertite a farmi del male, e smisi di frequentare i posti della città in cui abitavo, per recarmi a Milano e fare nuove amicizie. Sentivo dentro di me che evadere da lì era la miglior cosa, per dimenticare tutto.
Infatti, dopo un po’ di tempo feci la mia prima conoscenza milanese. Tramite riviste, notai la pubblicità di una bella sauna, grande e pulita, non molto distante dalla stazione dei treni. Così un giorno mi ci recai, entrai nei camerini e mi spogliai, feci una doccia, dopodiché mi misi a esplorare l’ambiente sconosciuto, alla ricerca di una persona con la quale fare sesso e, magari, iniziare una relazione.
I ragazzi erano davvero belli, alti, con fisici atletici. Mi guardai attorno e cominciai a girare per i camerini, dove molti di loro si mettevano nudi per attirare l’attenzione di chi passava. Più avanti, adiacenti c’erano le doccie e, vicino a queste, la sauna. Provai ad entrare: faceva caldo e a causa del vapore non riuscivo a vedere bene. Mi spostai all’interno della sauna, e potevo assistere a scene eccitanti: c’erano gruppi di persone che facevano l’amore tra di loro, così decisi di partecipare ai loro giochi.
Dopo un po’ fui costretto ad uscire perché con tutto quel caldo non ce la facevo più, e iniziai ad esplorare l’ambiente fuori. Vidi una scala che portava al sottotetto, e mi accorsi, non subito, che alcuni salivano per recarsi al piano superiore. Incuriosito da questi movimenti, provai a seguirli e mi accorsi che era una mansarda adibita a incontri privati. All’interno c’era buio totale.
Inizialmente avevo timore ad entrare, poi, vedendo che tutti entravano e uscivano liberamente, mi decisi. Non vedevo nulla, ma all’improvviso sentii tutto. La cosa fu molto piacevole: mani scivolavano su tutto il mio corpo e mi toccavano ovunque, mi sentivo penetrare senza poter vedere chi fosse, era una cosa spettacolare. Tornai al piano di sotto, nella sauna. Si era nel frattempo formato un bel gruppetto di giovani che facevano sesso tra loro, e si impegnavano anche in rapporti orali. Era fantastico assistere a queste scene in mezzo alle nuvole di vapore. Partecipai anche io divertendomi molto, fino a quando il gruppo si sciolse, e rimase solo qualche persona.
Un ragazzo in particolare attirò la mia attenzione. Mi avvicinai e stetti vicino a lui rimanendo fermo, immobile e silenzioso. Intravedevo il suo sguardo e un po’ alla volta, mi resi conto che si era avvicinato. Io ero molto teso, avevo paura di sbagliare persona. Ci scambiammo sguardi profondi, e d’un tratto sentii la sua mano appoggiarsi sulla mia. Tenevo gli occhi bassi, ma quando li alzai per guardarlo, ne nacque un bacio appassionato.
Le persone che si trovavano con noi in sauna, appena ci videro si buttarono addosso a noi per fare sesso. Inizialmente ci lasciammo toccare, ma poi decidemmo di andare fuori, per conoscerci meglio.
“Finalmente ora possiamo vederci in faccia, - esordii io, - cominciavano a infastidirmi tutte quelle mani.”
Ci presentammo, dandoci la mano, e lui disse di chiamarsi Ernesto. Mi propose di entrare in un camerino, per stare più a nostro agio e in disparte, lontano da occhi indiscreti. Non ce n’era uno libero, così finimmo in un angolo a conversare. Era un ragazzo dolce, carino e simpatico, molto coccolone. Parlammo di tante cose, ci raccontammo tutto di noi, fino a quando si liberò finalmente uno stanzino ed entrammo, appoggiandoci sul lettino.
“Qui si sta un po’ meglio. Possiamo continuare le nostre chiacchere. A che punto siamo rimasti?” chiesi io.
“Ti stavo raccontando dei miei, che sono morti uno poco distante dall’altro.”
Veramente un destino atroce. Stava soffrendo ancora tanto per loro.
Finimmo per fare sesso, e si fece tardi. Guardai l’ora e gli dissi che dovevo scappare, per non perdere il treno. Visto che anche lui doveva andare in stazione, mi propose di uscire insieme.
Andammo così a fare una doccia, dopodiché ci rivestimmo parlando un po’:
“Mi dispiace di non poter rimanere ancora, ma il lavoro, sai com’è...”
“Anche per me è la stessa cosa, - dissi io, - ma avremo modo di rivederci ancora, almeno lo spero.”
“Sicuramente!” mi tranquillizzò Ernesto.
Appena pronti, uscimmo dal locale e ci precipitammo a prendere l’autobus che ci avrebbe portato in stazione. Durante il viaggio parlammo ancora dei nostri casini e dei nostri problemi. Arrivati a destinazione, mi presi un panino al bar per il viaggio di ritorno. Dover partire mi rattristava un sacco.
Milano era davvero bella, ma non era affatto facile abitarci. Piaceva a entrambi, ma tutti e due mancavamo di due cose fondamentali per viverci: una casa e un lavoro adeguati. Ci ritrovammo in stazione a controllare i binari dei nostri rispettivi treni: uno era al quindici e l’altro al ventidue. Ci trovammo uno di fronte all’altro, per i saluti.
“Cosa posso dirti.. mi ha fatto molto piacere conoscerti, spero di rivederti presto.”
“Anche io, lo spero” e ci abbracciammo davanti a tutti. Lo vidi un po’ titubante, così gli chiesi se si faceva dei problemi in mezzo alla gente. Io avevo smesso di farmene ormai da un bel po’. Il microfono annunciò la partenza del treno per Ancona, così salii in fretta e furia, mi recai nel primo scompartimento che trovai, tirai giù il finestrino e lo salutai di nuovo. Era circa la metà ottobre del 1997.
Per circa un mese, né io né lui ci facemmo sentire. Arrivarono le feste natalizie ed ero molto triste, perché non mi andava di passare le feste da solo. Non avevo ricevuto ancora nessuna notizia, quando all’improvviso un giorno il telefono squillò. Era proprio lui, era Ernesto.
“Che sorpresa! Non ci speravo più!” dissi, tra la contentezza.
“Scusami, ma con il lavoro ho avuto molto da fare. Come stai?”
Fu una bella conversazione, in cui ci aggiornammo sulle nostre rispettive vite. A entrambi andava bene, ma non c’era nulla di nuovo e la vita procedeva più o meno come sempre.
“Daniele, per le feste natalizie cosa fai di bello?”
“Non lo so, non ho ancora deciso nulla.”
“Che ne diresti di passare il Natale qui da me? Certo, però, dimenticavo che sono coi miei genitori...”
“Allora possiamo fare a Capodanno!” proposi io. Lui accettò con entusiasmo e lo invitai da me, perché avevo già organizzato una cena insieme ad altri miei amici. Gli dissi che lo aspettavo per il ventidue di Dicembre, così avremmo potuto passare qualche giorno insieme, prima della festa.
Non vedevo l’ora che arrivasse il grande giorno. Il mio cuore batteva forte, mi ero affezionato a lui e provavo qualcosa nei suoi confronti, qualcosa che non riuscivo a contenere. Lo pensavo giorno e notte. Speravo in una relazione seria tra noi due, e volevo non finisse come le precedenti, dove mi avevano solamente usato e poi buttato via.
Il giorno concordato mi recai in stazione a prenderlo e lo accompagnai a casa mia. I festeggiamenti erano alle porte, e in effetti trascorremmo un bellissimo Capodanno in compagnia: ero davvero felice, avevo ritrovato un poco di serenità, i miei amici erano molto disponibili, e aspettammo insieme lo scoccare della mezzanotte e l’arrivo del nuovo anno.
Dopo la cena, facemmo baldoria a volontà, con musica a tutto volume, e ad un certo punto della nottata ce ne andammo in discoteca. Fu un’occasione e una festa davvero speciale, non volevo crederci, insieme a Ernesto mi sembrava tutto migliore.
La sera del primo dell’anno, però, fu assai triste per me, perché lui doveva ripartire e tornare a casa sua. Anche lui era giù di morale, lo capivo, entrambi pensavamo la stessa cosa: volevamo poter stare insieme per altro tempo ancora, ma purtroppo non ci era possibile.
Lo riaccompagnai in stazione, fece il biglietto e insieme ci sedemmo sulla panchina del binario due.
“E’ arrivato un pessimo giorno” gli dissi.
“Sembra di sì...” mi rispose, mogio.
“Spero tu sia stato bene in questi giorni.”
“Non poteva andare meglio! Stare con te è stato magnifico, ma devo dire che anche i tuoi amici sono stati molto simpatici!”
Arrivò il treno al binario, nel frattempo, e ci alzammo entrambi: sotto lo sguardo sbalordito di tutti, ci abbracciammo intensamente. Infine, ci scambiammo un ultimo saluto, mentre il treno partiva. A me scese qualche lacrima di commozione, e notai che anche a lui era capitata la stessa cosa.
Ci rivedemmo per l’Epifania, e quella volta fui io ad andare da lui: volli fargli una sorpresa, e al mio arrivo inaspettato mi accolse volentieri. Passammo l’intera giornata assieme: facemmo sesso, poi mi portò a vedere il paese dove abitava, un paese piccolo ma incantevole, in provincia di Milano. Guardammo le bancarelle, una più bella dell’altra, mi fece visitare le chiese, tra cui una molto famosa, e ci fermammo a prendere un gelato. La giornata trascorse in un baleno, e arrivò il momento di lasciarci di nuovo.
“E’ arrivato il momento più brutto...” mi disse, mentre salivo sul treno.
“Purtroppo sì. Cosa dire, grazie del bel giorno che mi hai regalato, mi sono divertito molto. Il ricordo mi rimarrà sempre nel cuore.”
“Allora, quando ci si rivede?” mi chiese.
“Non saprei, presto sicuramente! Non voglio perderti, e forse ti voglio...” non riuscii a finire la frase, e lo salutai ringraziandolo dal finestrino del treno in partenza.
Riuscimmo a vederci solo un mese dopo. In tutto quel tempo mi aveva tormentato un pensiero fisso: ero indeciso se parlargli della mia malattia, avevo paura che potesse venire a saperlo da altri. Così, chiesi consiglio ad alcuni amici, perché pensavo fosse troppo presto, ma loro mi dissero che, se davvero gli volevo bene, avrei fatto meglio a dirglielo. Non mi davo pace, avevo il terrore che questa verità lo allontanasse da me. Avevo paura di perderlo.
Quando ci incontrammo, passammo di nuovo dei bei momenti insieme. Ad un certo punto, però, mi vide un po’ strano, e mi chiese: “Qualcosa non va? Ti vedo giù...”
Risposi che non avevo nulla. L’ansia e il tormento si facevano sempre più forti, tanto che durante la cena, mentre mangiavo quello che mi aveva preparato, non riuscii più a nascondergli il mio stato d’animo.
“Cosa c’è? – mi disse. – E’ tutt’oggi che sei strano...”
“Beh, a dire il vero, ci sarebbe una cosa che dovrei dirti. Solo che non so proprio da dove iniziare...”
“Prima cominci, e prima ti liberi da questo peso.”
Io avevo notato su una sua giaccia il fiocchetto rosso di solidarietà per i malati di AIDS, e pensando a questo, tirai un sospiro di sollievo e gli parlai. Eravamo l’uno di fronte all’altro: lo guardai intensamente e con parole forzate gli feci capire qual’era il problema, e di quale infezione fossi affetto. Lui comprese subito ma, per un istante, restò senza parole. Non so dire bene che cosa provò: forse un sentimento di angoscia e dolore, prospettando le eventuali sofferenze che avrei subìto negli anni a venire, ma immediatamente ritrovò la forza d’animo. In fondo era già stato provato da altri lutti: aveva visto sua madre andarsene in silenzio, sotto l’effetto della pietosa morfina che ne placava il dolore, e dopo soli quattro mesi esatti il padre, pienamente cosciente, si era spento come una candela, facendosi il segno della croce.
Pensai subito che avevo sbagliato, che non mi avrebbe accettato.
“Ti prego, non stare in silenzio, - gli dissi, - dì quello che pensi, se ti infastidisce, posso anche allontanarmi e andarmene via.”
Commosso, disse: “Mi spiace per te, è terribile. Ma che uomo sarei se voltassi le spalle a un amico che soffre, che attende giorni difficili, giorni che gli auguro non arrivino mai! Ti accetto per quello che sei: tu hai un virus, non sei un virus!”
Ero senza parole. Piangendo, gli andai incontro e lo abbracciai forte: “Davvero? Non lo stai dicendo solo così, per dire? Grazie, avevo una grande paura che mi rifiutassi.”
“E perché dovrei? Sei uguale agli altri.”
“Non sai quanto sono felice. Questa è una cosa che non posso dire a tutti, è troppo delicata, posso raccontarla solo alle persone di cui posso fidarmi. Ho già sbagliato una volta, e non voglio ripetere lo stesso errore.”
E così finimmo abbracciati, piangendo. Mi consolò dicendomi che la ricerca farmacologica stava facendo progressi nella cura di questa terribile malattia e da allora, durante il periodo che ci frequentammo, mi aiutò anche a trovare le parole e la forma adatta per questo mio libro. Per combinazione del destino, i segni dell’immunodepressione cominciavano a farsi notare, sempre più evidenti, e mi aspettavo che presto mi avrebbero prescritto la cura.
Da quel momento io e lui ci vedemmo sempre più spesso. Andavamo in giro per locali, mi fece vedere tutta la città di Milano, iniziammo a viaggiare e a fare i turisti insieme. Instaurammo una relazione molto bella e ricca. La nostra storia durava da circa sei mesi, quando all’improvviso la mia serenità si interruppe di nuovo: una nuova disgrazia era dietro l’angolo.
LA MIA INGENUITA’
Amo molto l’arte della fotografia. Mi piace fotografare ogni cosa che mi circonda. In particolar modo, mi piace fare pratica con le foto di nudo maschile e femminile. Mi davo da fare per cominciare, ma mi mancava la parte fondamentale, i modelli e le modelle.
Non trovando altro rimedio, decisi di prendere le mie solite riviste dove mettevo annunci, e provare a metterne anche di quel genere. Compilai il modulo nell’ultima pagina come sempre, inserii qualche mia foto e spedii il tutto all’indirizzo. Dopo circa un mese, iniziarono le telefonate, e ne eliminai la maggior parte perché non erano affatto attendibili. Piano piano, arrivò qualche telefonata più seria e io intrapresi la mia carriera di fotografo. I giovani che venivano da me non erano tanti, ma ero riuscito a realizzare foto che, anche se non eccelse, avevano attirato l’attenzione di qualche aspirante modello, tanto che un giorno mi arrivò una chiamata dalla città di Napoli. Era di un ragazzo che desiderava un book fotografico.
Accettai volentieri, gli dissi di venire da me a Modena, e ci accordammo perché salisse nel giro di una settimana. Ricordo che era un sabato mattina quando giunse a Modena. Erano le otto, e io, finito il mio turno di lavoro, mi precipitai in stazione a prenderlo.
Lo vidi sulla porta d’entrata della stazione, e rimasi sbalordito. Prima di andargli incontro, lo osservai dalla testa ai piedi per verificare la sua identità. Alto un metro e ottanta, capelli biondi, vestito da militare, con una borsa a tracolla. Quello che non mi piaceva di lui era quel suo modo di vestire. Non credevo fosse proprio lui, e invece mi sbagliavo.
Lo feci salire sul mio motorino, e andammo diretti a casa. Dentro di me mi chiedevo se veramente fosse un fotomodello, perché aveva l’aspetto di tutto fuorché di quello. Arrivati a casa, ci presentammo.
“Non mi hai ancora detto come ti chiami...”
“Sandro” rispose lui.
“Scusa se te lo chiedo, come mai da Napoli hai scelto Modena per venire a fare delle foto?”
“Mi ha colpito molto il tuo annuncio. L’ho trovato più serio degli altri.”
“Grazie del complimento!”
“E’ così, poi io sono sempre in giro per il mondo a fare book fotografici, per potermi un giorno inserire nel settore.”
“Ma tu hai già fatto altri servizi?”, gli chiesi io.
Lui mi rispose che aveva lavorato per alcuni nomi famosi. Io lo osservavo, ma la mia idea era quella che non avesse fatto nulla di tutto ciò che diceva.
“Il viaggio è stato lungo, potrei riposarmi un po’?”
Gli dissi che poteva riposare quanto voleva. Prese sonno subito e dormì per circa un’ora, dopodiché si svegliò e nel primo pomeriggio iniziammo il servizio, che durò tre ore: gli feci quattro rullini da trentasei pose.
Finito il servizio fotografico, vedevo in lui una certa attrazione per me: desiderava fare sesso, e tra una toccata e l’altra coinvolse pure me. Non facemmo più del dovuto, perché lui non mi piaceva più di tanto. Alla fine, se ne andò dicendo che sarebbe tornato a casa.
“Come, te ne vai a casa? Giù a Napoli? Starai scherzando...”
“No, perché?!”
Mi domandavo il motivo della sua scelta, andare e tornare in giornata, e non lo capivo proprio.
“Ok, - dissi, - allora vieni la prossima settimana così guardiamo come sono venute le foto.”
Ci salutammo e promettemmo di rivederci.
Dopo circa due giorni, mi chiamò chiedendomi se potevo dargli ospitalità, perché i suoi genitori lo avevano buttato fuori casa senza dargli spiegazioni. Io gli risposi che non potevo, che non conoscendolo bene non volevo farlo entrare in casa mia. Mi ringraziò comunque.
Passò qualche altro giorno, e di nuovo mi chiese di ospitarlo per un po’. Io, che sono una persona molto buona, sentendo una cosa del genere mi intenerii. Mi piangeva il cuore, tanto che accettai la sua proposta e lo invitai come ospite. Solo per qualche giorno.
Si presentò il giorno dopo. Arrivò con addosso uno zaino pesante, colore verde militare. Appena mi vide, si mise a piangere perché non sapeva dove andare. Gli ripetei che più di tanto non potevo ospitarlo e che dopo poco avrei dovuto mandarlo via. Accettò le mie condizioni.
Nel frattempo venne il momento di andare a ritirare le foto fattegli la settimana prima. Le foto erano riuscite molto belle, perfette direi, tanto che gli chiesi se mi autorizzava a pubblicarle nella rivista dove aveva trovato il mio annuncio. Ancora non mi rendevo conto in quale casino mi stavo cacciando. Rispose che potevo farne ciò che volevo, e così feci.
Le mandai quindi alle edizioni per farle pubblicare e farmi notare con un po’ di pubblicità, e dimostrare a eventuali fotografi professionisti come lavoravo.
In quei giorni cercavo di capire se avevo fatto la cosa giusta oppure no. In Sandro c’era qualcosa che non andava, si era preso troppa confidenza approfittando della mia ospitalità. Alla sera usciva tardi, per andare a conoscere altri ragazzi. I giorni diventarono mesi, e io notavo che ogni sera tornava un po’ brillo e con molti soldi. Non mi ero reso ancora conto che si era incastrato in qualche giro sporco.
Un giorno, però, con alcuni amici andai nei luoghi che frequentava e scoprii tutto. I miei amici, che in una occasione avevano avuto modo di conoscerlo, capirono subito che mi ero messo in un brutto guaio, e mi consigliarono di buttarlo subito fuori di casa. Così, tentai di far capire a Sandro che non potevo più tenerlo, ma lui col suo modo di fare seppe mettermi con le spalle al muro per rimanere da me. Ci provai in tutti i modi, ma non riuscii a fargli cambiare idea con le buone.
Una sera, mentre si cenava, gli intimai per l’ennesima volta di andarsene, o lo avrei fatto buttare fuori dai carabinieri. Vistosi alle strette, iniziò con le minacce. Approfittò del fatto che era uscito sul giornale l’annuncio che proprio lui mi aveva permesso di pubblicare tempo prima, e minacciò di denunciarmi. Imparai inoltre che era uscito dal carcere poco tempo prima che ci conoscessimo, e questo mi mandò in bestia. Non sapevo più che fare.
I miei amici continuavano ad insistere dicendo che dovevo buttarlo fuori, ma con minacce del genere dovevo stare attento anche io. Pur di impossessarsi dell’appartamento, mi fece addirittura perdere il posto di lavoro.
Per disperazione , scappai di casa senza méta a riflettere sul perché la mia testa mi facesse cadere in queste trappole. Rimasi via per ben tre giorni, dopodiché tornai e trovai ad attendermi Sandro e i miei amici: mi dissero che se non avessi fatto rotorno a casa avrebbero chiamato i Carabinieri. Ero in uno stato nervoso tale che non volevo parlare con nessuno. Ero stanco della vita, volevo farla finita. Passai sette mesi in quello stato, per me era diventato un incubo. Nel frattempo, chiesi a un avvocato che cosa potevo fare, ma la risposta fu negativa. Mi disse che non ci potevo fare molto, che avevo sbagliato a non fargli firmare un foglio di liberatoria: dato che lui era un ragazzo di strada, mi poteva fare del male e denunciarmi perché avevo pubblicizzato il mio lavoro utilizzando la sua immagine senza autorizzazione. Non potevo fare nulla. Mi suggerì di trovare un sistema che non mi danneggiasse economicamente, e prendere tempo per poi togliermelo dai piedi.
Erano già sei mesi che frequentava casa mia, ogni giorno che passava il suo modo di vivere diventava sempre più pesante e difficile da sopportare per me. Ero disperato. Stava cercando di coinvolgermi nel suo sporco giro ma non ci cascai e finalmente, dopo sette mesi di calvario riuscii a trovare una soluzione. Parlai con un mio amico trans, che abitava nello stesso mio condominio, e insieme a lui finalmente buttai Sandro fuori di casa, anche se poi lui si trovò un appartamento proprio sotto di me, al primo piano. Non ci volevo credere, ma purtroppo era andata proprio così. Finito l’incubo, la mia vita tornò alla normalità di sempre.
UNA COLLEGA DI LAVORO
Era un giorno mite, né troppo freddo né troppo caldo. Appena finito il mio turno di lavoro, una mia collega mi invitò a vedere la fiera di Sant’Antonio, che si teneva in centro. Lei è una ragazza molto bella, alta, capelli castani, gentilissima. Accettai subito il suo invito e mi recai in fiera insieme a lei. Le bancarelle erano tante, c’erano parecchie cose da guardare peccato che in quel momento nessuno dei due avesse in tasca molti soldi. Vendevano di tutto, dai soprammobili ai vestiti. Nonostante avessimo poca confidenza tra di noi, quel momento fu magico, sembrava che ci conoscessimo già da anni. Girammo in lungo e in largo tutta la fiera, la gente ci guardava e osservava la nostra sintonia, che traspariva nonostante non fossimo amanti. A lei questo dava un po’ fastidio, a me per nulla, d’altro canto eravamo una coppia come tante altre. Finito di visitare la fiera, decidemmo di andare a prendere un buon gelato. Continuammo la nostra conversazione parlando di noi e di tante altre cose della nostra vita. La guardavo fissa negli occhi per cercare di capire se poteva essere una persona con la quale confidarmi tranquillamente, ma capii che non era ancora il momento. Finito il gelato, la accompagnai al motorino che si trovava vicino al nostro posto di lavoro. Ci salutammo e ci demmo appuntamento per il giorno dopo.
Mi sentivo molto felice nonostante non provassi alcuna attrazione per lei, ma c’era grande sintonia a livello di pura amicizia. Anche sul lavoro la simpatia che provavo per lei non l’avevo per nessuno, tanto che nell’ambiente, appena si resero conto del nostro lieve allontanamento nei confronti degli altri colleghi, iniziarono subito a prenderci in giro. Il giorno dopo mi diede appuntamento, e si andò per le vie del centro. Notammo una caffetteria speciale dove, oltre a servire il caffè, avevano del buon the di tutti i tipi, da quello alla menta a quello alla fragola, ai mirtilli, l’indiano e tanti altri. Decisi di prendere un succo di frutta, mentre lei prese un caffè. Nel frattempo, chiedemmo di assaggiare i sapori che provenivano dai barattoli di the appesi al muro, sopra la macchina del caffè. Erano uno più buono dell’altro, tanto che insieme comprammo due etti di the al mandarino e due al gusto cinese. Dopo l’acquisto, riaccompagnai la mia collega al motorino, promettendole di rivederci il giorno seguente.
Per qualche giorno non volle venire in giro con me e io ci stavo male perché pensavo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma trascorso questo breve periodo, ci rivedemmo e tornammo ancora insieme per le vie del centro. A un certo punto, notai in lei una certa curiosità. Cercavo di stare attento per non fare la fine che avevo fatto tempo prima. Parlammo di tutto, in generale, compresa anche la malattia dell’AIDS. A quel punto mi resi conto che forse potevo sfogarmi e non tenere più tutto dentro. Quando toccò il tasto io cercai di schivare, lei lo aveva intuito ma non ne era sicura.
“Guarda che se hai dei problemi a me puoi dirlo.”
“Che problemi? Il mio è solo un esaurimento.”
“Lo vedo che in te c’è qualcosa. Hai paura a confidarti. Io ti ho detto i miei e tu puoi dirmi i tuoi.”
“Mi posso fidare al cento per cento? Posso essere sicuro che quello che si dice tra noi non va in bocca a nessun altro?”
“Non ti preoccupare, fidati.”
Ero titubante ma alla fine mi rivelai.
“Vanda, devi sapere che io sono sieropositivo.”
“E ti tormentava così tanto dirlo?”
“Vedi tu, se per te è una cosa che si può dire facilmente al primo che capita.”
“Ma tu sei anche omosessuale?”
“Sì, lo sono.”
“Perché hai paura a parlarne?”
“Non lo dico facilmente perché in passato ho già avuto esperienze negative, e tutta Modena sa i fatti miei a causa della mia ingenuità.”
“Mi sispiace, povero daniele. Ecco perché sei così silenzioso, non parli con nessuno. Adesso è tutto chiaro, comunque se anche hai sofferto non te ne devi vergognare, io sarò sempre tua amica.”
Dal mio viso iniziò a scorrere qualche lacrima. Lei prese il fazzoletto dalla tasca e me lo porse.
“Perché piangi? Non fare così...”
“Sono molto sensibile quando mi confido e le persone mi accettano io mi metto a piangere.”
“Beh ora è meglio che andiamo, ti ho fatto rattristare troppo.”
“Ma no, se vuoi stiamo ancora!”
“E’ meglio che ci vediamo domani. Su di morale, sappi che io ci sono.”
Ci lasciammo così. Tristemente tornai a casa. Pensai molto alle parole che mi aveva detto. Possibile non ci fosse nessuno che ci accettasse? D’altronde la vita era la nostra. Noi sieropositivi non abbiamo intenzione di contagiare nessuno.
Il giorno dopo ci ritrovammo fuori dal lavoro per andare a prendere un gelato, e seduti su una panchina, ritornammo allo stesso argomento.
“Ma dimmi una cosa, come sei stato contagiato?”
“A dire il vero precisamente non lo so, so solo che sicuramente è avvenuto a Bologna nei locali che frequentavo. All’epoca non davo peso alle precauzioni e ora eccomi qua, a soffrire per un errore commesso.”
“Gli errori si pagano, ma non pensavo a un prezzo così alto.”
“In queste cose ora come ora bisogna guardarci bene, e usare le apposite precauzioni. Tantissima gente ancora non lo fa, per questo si sente parlare ancora di AIDS.”
“Non mi era ancora capitato di conoscere persone affette da questo virus. E quelle macchie che hai, che cosa sono?”
“Punture di zanzara, che non riesco a guarire perché mi gratto.”
“In quel caso il rischio esiste?”
“No, se tu non hai tagli, comunque sia in tutti i casi nessuno deve toccarmi. E se un giorno dovesse capitarmi di stare male, e cado a terra, nessuno deve aiutarmi per soccorrermi. Poi, non sai un’altra cosa che ancora adesso mi tormenta.”
“Cosa?”
“Un giorno, in un posto frequentato dai noi omosessuali, conobbi una persona con la quale feci sesso. Alla fine mi accorsi che il preservativo che avevo usato era rimasto dentro al suo corpo, compreso lo sperma. Quando me ne resi conto, mi allarmai e mi allontanai subito, senza fargli capire nulla. Lui si accorse del preservativo rotto ma non immaginava nulla. Io invece che sapevo tutto il resto, mi rifugiai da un amico per raccontargli l’accaduto. Non sapevo cosa fare. Avevo un senso di colpa immenso, non mi davo pace. Quella persona era già in serie difficoltà fisiche e io con quel fatto potevo averlo danneggiato il doppio. Chiesi al mio amico se fosse stato meglio riferirgli tutto, ma lui mi rispose: - Vuoi essere denunciato?! Ormai è successo e tu le precauzioni le hai usate. Si sono rotte! – Se il preservativo si fosse rotto da vuoto era una cosa, ma quello era pieno, il rischio c’è al cento per cento.”
“Ormai non puo fare più nulla.”
“Non troverò il coraggo di andare ancora là, è troppo forte il senso di colpa. Hai capito quanti sbagli ho commesso?”
“Ma hai mai saputo se fosse effettivamente stato contagiato?”
“No, però ho notato che quando faceva sesso con altre persone, e non aveva il partner fisso, le precauzioni non le usava mai.”
“Allora che paura devi avere? E’ incredibile questa storia. Ora è meglio che andiamo, si è fatto tardi.”
Ci salutammo, ma fortunatamente con lei era rimasto aperto un canale di fiducia e di dialogo che non mi fece sentire a disagio, nonostante lei conoscesse tutte questi aspetti della mia vita che ai più tenevo nascosti.
UN AMICO VERO
Nonostante queste disavventure, continuai a mettere sempre annunci con la speranza di essere più fortunato. Come al solito, le chiamate erano tante, ma dopo l’esperienza con Sandro guardavo molto bene prima di fare venire qualcuno. Dopo un po’ di tempo, mi arrivò una telefonata dalla provincia di Genova. La voce dall’altra parte del filo era titubante, e mi chiedeva se fossi stato io a lasciare la richiesta.
“Mi chiamo Gianni.”
“Dimmi, ti interessa l’annuncio?”
“Sì... no, - era indeciso, - volevo chiederti come mai hai messo quella frase, che alludeva al fatto che hai chiuso l’attività a causa di qualcuno.”
“Ah sì, purtroppo ho avuto una piccola disavventura a causa della quale sono stato costretto ad abbandonare la fotografia per un po’. Ora invece sono alla ricerca di volti nuovi.”
“Ah, ho capito” rispose lui.
“Ma tu mi chiami perché vuoi essere fotografato?”
“A dire il vero, ho trovato per caso il giornale sul vagone di un treno, mentre tornavo a casa coi miei colleghi di lavoro.”
Io non ci potevo credere, e così gli chiesi informazioni.
“Ti giuro, - disse ridendo, - ero in compagnia dei miei colleghi quando loro, mettendosi a sedere, improvvisamente notano un giornale, ed eclamano: “Guarda, un giornale di culi!” Io, che non avevo mai visto prima una rivista di questo tipo, sono rimasto stupito, e prima di scendere a destinazione, senza farmi vedere, l’ho nascosta dentro al mio zaino da spalla. Poi mi sono fermato in un posto riservato per non farmi vedere da nessuno, ho letto il tuo annuncio che mi ha colpito molto.”
“Ho capito, ma tu di cosa sei alla ricerca?”
“Se devo essere sincero, non lo so!”
“Allora cosa mi hai chiamato a fare?” chiesi io. Poi aggiunsi: “Comunque, la tua voce è molto bella.”
“Grazie del complimento. Cosa fai nella vita?”
“Lavoro in una coop sociale come addetto alle pulizie. E tu?”
“Io lavoro in un albergo.”
“Ma da dove chiami?”
“Dalla provincia di Genova.”
Rimanemmo al telefono circa mezz’ora, raccontandoci di noi. Affrontammo anche l’argomento genitori. Io gli dissi che ero rimasto solo col padre, e che tra noi il rapporto non era molto forte. Lui invece mi raccontò che viveva con la madre, con problemi di salute gravi, ma curabili. Da subito, anche se solo telefonicamente, nacque una piccola amicizia.
Gianni era molto gentile e cordiale, proprio la persona di cui ero alla ricerca. Da quel momento iniziammo a sentirci tutti i giorni al telefono, in attesa di un incontro. Un’attesa che durò circa un anno.
Era il Duemila. In quel periodo ero pieno di telefonate per il mio annuncio di lavoro. Era un sabato sera, e proprio in quell’occasione stavo aspettando due persone per un book fotografico.
Le telefonate arrivarono contemporaneamente, tanto che non seppi chi far venire per primo. Gianni, prima di giungere in quel di Modena, mi chiamò per avvisarmi del suo arrivo, e non solo per quello.
“Vorrei ricordarti, Daniele, che se vengo da te vengo solo per amicizia. Mi piace che sia ben chiaro, perché non voglio nascano malintesi tra noi.”
“Ti ho detto che per me non ci sono problemi, vai tranquillo.”
“Ok, allora guarda, io arrivo a Modena alle cinque del pomeriggio, vieni a prendermi?”
“Mi dispiace, ma devo aspettare anche un’altra persona!”
“Sicuramente per gli annunci...”
“Proprio così! Però ci credo solo quando lo vedo.”
“La sai una cosa? L’argomento sta stuzzicando anche me, mi piacerebbe vedere come funziona. Te l’ho detto che fino a qualche tempo fa ero insieme a una ragazza, e forse chissà, guardando quella rivista è nata in me una certa curiosità.”
“Guarda, - gli dissi io, - per chi non è dentro al giro è molto difficile, questo mondo è falso.”
“Beh, puoi insegnarmi tu!”
“Io?” risposi stupito.
“Non stiamo troppo al telefono, continueremo stasera.”
“Ok Gianni, come vuoi. Appena arrivi prendi l’autobus numero quattro, che ti porta proprio sotto casa mia. Digli di lasciarti alla fermata prima del 336.”
Ci salutammo e chiudemmo lì la conversazione.
Erano le due del pomeriggio, mi rimaneva ancora poco tempo e in casa dovevo ancora pulire per non farmi vedere in disordine. Arrivare le cinque, mi misi al balcone ad attenderlo. Ero molto curioso di vedere coi miei occhi chi era questa persona così dolce, gentile e sempre allegra.
Suonò il campanello, e al mio “chi è?” rispose lui in tono allegro. Lo feci salire al secondo piano, e appena lo vidi, davanti alla porta, mi piacque subito. Mi abbracciò forte come se già mi conoscesse e non ci vedessimo da tempo. Alto un metro e ottanta, sugli ottanta chili, slanciato, di bella presenza e molto elegante.
“Siamo riusciti finalmente a incontrarci!” esclamò lui.
“Che aspetti? Vieni dentro! Non ti attende una casa grande, è tutto qui.”
“Beh, casa piccola, ma carina.”
“Mettiti comodo, lo prendi un caffè?”
“Sì, grazie!”
Mentre ero intento a preparare il caffè, lui, curioso, si mise a osservare la casa, balcone compreso.
“Hai un balcone che è davvero gigante.”
“Sì, qui hanno fatto più grande il balcone dell’appartamento.”
“Vedo che sei un amante delle piante...”
“Sì, guai a chi me le tocca, sono geloso!”
“Ma chi ci abita, in questo carcere?”
“Meglio che non lo dico. Non vorrei spaventarti. Sono tutti extracomunitari, puttane, e così via.”
“Ma come fai a stare in un posto del genere?”
“Sono già dieci anni che vivo qui, basta farsi gli affari propri e nessuno ti disturba.”
“Mai e poi mai verrei ad abitare in un posto così.”
“Non ti dò torto, ma all’infuori di qui, dove lo vai a trovare un altro appartamento?”
“In una città grande come Modena?”
“L’apparenza inganna... uhh il caffè!”
Misi le tazzine sul tavolo, presi in mano la caffettiera e servì il liquido nero e fumante. L’aroma riempì la stanza.
“E’ stato lungo il viaggio?”
“Cinque ore. Abito in provincia, nell’entroterra Ligure.”
“Deve essere davvero bella la città dove abiti.”
“Sì, ma è molto piccola. Hai per caso la rivista dove eri pubblicato?”
Annuii e andai a prenderla. Si trovava nel mobile accanto al letto. Gliela porsi, rimettendomi a sedere, e lo guardai mentre ne sfogliava le pagine.
Mentre lo osservavo, la mia fantasia viaggiava. Pensavo a come sarebbe stato bello fare sesso con lui. Di tanto in tanto mi lanciava occhiate, e capì in fretta che ero attratto da lui.
“Non fare brutti pensieri, - disse, - non sono qui per quel motivo.”
“Quali brutti pensieri...?”
“Ecco, questo è il tuo annuncio!”
“Sì, è lui. Allora ti è piaciuto...”
“Ti dirò, se non fosse capitata quell’occasione, non avrei mai saputo che esistono questo genere di giornali.”
“Ma dai, chi non sa che esistono queste riviste!”
Nel frattempo ricevetti una telefonata: era proprio Francesco, il ragazzo che stavo aspettando. Gli dissi che non potevo raggiungerlo perché avevo un altro ospite, e gli diedi istruzioni su come trovarmi e come arrivare a casa mia. La conversazione si chiuse in fretta.
Dissi rivolto a Gianni: “Era la persona dell’annuncio.”
“Allora stasera fichi fichi!” rispose lui, scherzando.
“Sì, ma tu dove vai?”
“Se mi indichi dove posso trovare questo giro dei culi, posso andare a curiosare, sempre se lo trovo.”
“Non è difficile, ora ti spiego.”
Mentre gli indicavo i luoghi giusti, suonò il citofono: era Francesco.
“E’ arrivato! Spero sia un bel ragazzo.”
Lasciato Gianni a sfogliare la rivista, mi affacciai di fretta al balcone per vedere com’era. Pensai subito che non era affatto male, uno e settantacinque di altezza per ottanta chili, longilineo. Gli dissi di salire e si presentò alla mia porta. Ci presentammo, e lo introdussi anche a Gianni.
“Ho appena fatto il caffè, ne vuoi?”
“Grazie, volentieri...”
Ad un tratto, non parlava più nessuno. Ci pensò proprio Gianni a rompere il ghiaccio, col suo solito spirito di iniziativa.
“Abiti lontano, Francesco?”
“Vengo da Bari.”
“E da laggiù sei venuto fin qui a conoscere Daniele...”
“Sì, ho letto il suo annuncio e l’ho trovato molto serio, così ho colto l’occasione per fare una nuova conoscenza.”
“Ce ne sono molti anche da te, di gay?”
“Sì, ma è decisamente tutta un’altra vita.”
“Ho capito. Ma sei venuto qui ancora?”
“Sì, ma per caso...”
Io e Gianni ci lanciammo uno sguardo, ridendo complici. Poi fu la volta di Francesco a fare domande.
“E tu invece di dove sei?”
“Della Liguria.”
“E’ molto che vi conoscete?”
“Oggi è la prima volta, di persona...” disse Gianni, e io aggiunsi “.. dopo circa un anno che ci sentiamo telefonicamente.”
“Ma state insieme?”
“No, siamo solo amici” rispose lui.
Francesco rimase senza parole: “E’ raro trovare amici come voi!”
“Puoi dirlo forte” disse Gianni ridendo.
Ad un tratto, mi venne in mente un’idea per organizzare la serata.
“Cosa mangiamo questa sera? Stiamo qui o andiamo fuori a gustarci una pizza?”
“Non vorrei disturbare...” disse Francesco.
“Nessun disturbo! Che decidiamo? Qualcuno è più bravo di me a cucinare?”
“Ho capito, - esclamò Gianni, - mi faccio avanti io. D’altro canto mio padre mi ha insegnato, prima avevamo un albergo ristorante.”
Io rimasi piacevolmente stupito: “Non me lo avevi ancora detto.”
“Beh, allora se tu cucini io metto i piatti” disse Francesco, che non voleva rimanere senza fare nulla.
“E io? Cosa faccio?!?”
“Tu ti fai una sega!” scherzo Gianni.
Li trovavo davvero bravi, sorridenti, allegri e sempre con la battuta pronta. Scherzavano tra loro, e Gianni mentre preparava da magiare si lanciava in filastrocche e storielle divertenti.
“La sapete questa? Siamo lì che montiamo come dei montoni, passa un gruppo di culattoni. Uno mi dice: oh mio bel maschione, se mi fai il culo ti dò un milione. Di milioni te ne do tre se il culo lo fai a me!”
Scoppiammo a ridere tutti insieme, e tra una battuta e l’altra arrivò anche il momento di cenare. Durante la cena, parlammo ancora di noi, del nostro lavoro, delle nostre vite. Una bella serata.
“Complimenti, una cena davvero ottima!”
“Sì, davvero” dicemmo in coro io e Francesco.
“Ora basta complimenti, - rispose Gianni, - pensiamo piuttosto alla serata. Dove pensi di andare Francesco? Ops, mi ero dimenticato...”
“Guarda che puoi stare anche tu” gli rispose lui.
“Cosa? Stai scherzando?”
“No, allora cosa fai?”
Gianni ci pensò un po’ su, poi disse rivolto a me: “Daniele, dove si trova il posto dei culi? Passerò il tempo lì, sempre se lo trovo.”
“Non è difficile, - gli indicai io, - prendi via Ruffini, all’incrocio giri a destra, e arrivato al supermercato Coop dopo dovresti capire da solo.”
“Spero di trovarlo.”
“Va bene, allora ci vediamo più tardi. Scusa Gianni se non vengo con te.”
“Sei una puttana! Scherzo dai!” mi rispose sorridendo.
“Buona serata!” gli augurai. E lui matto come sempre: “Buona scopata!”
Gianni uscì, lasciando soli me e Francesco che facemmo migliore conoscenza e arrivando a letto. Era una persona dolce e sentimentale, e anche ben dotato. Con lui fu solamente un momento di sfogo, che passò molto velocemente e si concluse in fretta. Ospitai entrambi, dopodiché la mattina seguente, Francesco tornò a casa mentre Gianni rimase ancora qualche giorno: ebbi così occasione di conoscerlo in tutto e per tutto.
LA MALATTIA DI MIO PADRE
Un giorno, ricevetti una telefonata da parte di mio fratello, che mi disse che nostro padre si trovava nell’ospedale di Rimini. Io, saputa la tremenda notizia, mi precipitai là di corsa, e una volta arrivato, potei vederlo solo attraverso un vetro.
“Ma cosa è successo?! – chiesi io, tutto concitato. – Come mai si trova in quelle condizioni??”
Mio fratello Roberto mi spiegò che era andato, come al solito, a fare accertamenti a Sant’Arcangelo. Ma mentre si trovava in ospedale, era scoppiato un incendio che aveva investito proprio la stanza in cui era lui, provocandogli un’intossicazione.
Non avevo parole: piangevo davanti al vetro, mentre mio fratello cercava di darmi coraggio, dicendomi che il papà ce l’avrebbe fatta. Era legato e intubato dalla testa ai piedi. Vederlo in quello stato mi faceva stare malissimo. Chiesi a Roberto se potevo entrare, e rispose di sì. Così, mi recai in una stanza dove il personale ospedaliero mi fece vestire per poter accedere nella sala rianimazione. Poi, mi recai lentamente al suo capezzale.
Non parlava, non si muoveva nemmeno, e io, mi rivolsi a mio fratello che guardava da dietro il vetro, per sapere che cosa potevo fare, come dovevo comportarmi. Rispose di prendergli la mano, perché così poteva sentirmi.
Era un momento difficile per me, piangevo ed ero disperato. Presi la sua mano, e gli chiesi: “Papà, mi senti?”
Le sue mani erano fredde. Non vedevo nessuna reazione. Tornai fuori e, in un momento di dolore rabbioso, esclamai “Ma perché proprio a noi?!”
Roberto mi invitò alla calma, dicendomi che il babbo ce l’avrebbe fatta sicuramente.
Papà rimase in rianimazione per diversi mesi, nell’ospedale di Rimini. Ogni volta che riuscivo, andavo a fargli visita. Abitavo per conto mio, perciò per me le spese erano molto faticose da affrontare. Mio fratello e sua moglie pensavano invece che, siccome loro ce la facevano, allora potevo farcela anche io, ma la verità era che dovevo affrontare un affitto e tutte le spese da solo, mentre lui e la moglie lavoravano entrambi, e si davano una mano. Ma mi rimproveravano ogni volta perché, a loro avviso, non rispettavo il mio dovere di figlio.
Quando finalmente mio padre uscì dal coma, iniziarono i problemi veri. Mio fratello, che sosteneva che dove abitava lui “ci stava stretto”, fece di tutto per addossarmi mio padre. Da parte mia, abitavo solo in un piccolo appartamento, mi trovavo in difficoltà economica, e non sarei proprio riuscito a tenerlo da me. Inoltre, abitavo in una struttura dove droga e prostituzione erano all’ordine del giorno. La sera non si poteva uscire, e si doveva stare attenti: che vita potevo assicurargli?
Cercammo di metterci d’accordo ma Roberto rimase della sua opinione. Non trovando altra soluzione, misero mio padre in una casa di cura, ma in quel modo io non ero in grado di pagare la struttura, tanto che preparai tutti i documenti da presentare in comune. Vedendo che non riuscivo a dare la mia parte di denaro, mi inviarono a casa una lettera.
“Caro fratello,
sono obbligato a scrivere questa lettera per informarti come stanno le cose, visto che tu eviti il tuo dovere di figlio. Tu sai che il babbo ha lo sfratto esecutivo, e che dai giorno 31/12/98 sarà senza casa? Il Comune non promette di poter fornire un alloggio per quella data, e la nostra disponibilità per ospitarlo è praticamente nulla, viste le dimensioni dell’appartamento. In aggiunta a questo, l’incidente occorsogli in ospedale lo ha reso praticamente invalido, bisognoso di cure per il resto della sua vita. Per questo motivo, ti invitiamo ad andare a trovarlo, e a parlare con noi seriamente del suo futuro. La mia intenzione è trovargli un posto in un centro per anziani, abilitato per la cura medico-ospedaliera che gli sarà necessaria. Se continui a ignorare il problema mi riterrò libero di agire come meglio credo, ricordandoti, in questo caso, che se ci sarà da pagare non sentiremo scuse di mancanza di denaro, perché la legge parla chiaro. Tanti saluti, Roberto.”
Erano convinti che io fossi in grado di sostenere la cifra che avrei dovuto pagare per aiutare nostro padre, e che questa lettera avrebbe cambiato le cose, ma avevo già le mie spese da sostenere, e non potevo competere con loro, nella cui famiglia lavoravano tutti, compreso loro figlio. Per qualche mese non ci fu nessun tipo di rapporto tra noi, solo silenzio, fino a quando non mi fecero sapere che avevano rinchiuso mio padre in una casa di cura.
Io ci rimasi un po’ male, ma accettai la cosa. Mi rimproverarono di non fare la mia parte, anche se anni prima, quando era stato il mio momento, mi avevano sbattuto la porta in faccia dopo aver saputo che ero gay e sieropositivo. I rancori tornarono così a galla: da quel momento, i rapporti tra me e mio fratello si diradarono e noi ci distaccammo sempre di più, e le poche volte che ci sentivamo per telefono, litigavamo di continuo.
Vista la situazione con Roberto, andavo da solo a trovare mio padre, perché non volevo vederlo. Sua moglie, di tanto in tanto, si faceva sentire e mi chiamava per sfogare la sua rabbia e la sua cattiveria su di me.
Un giorno, mentre ero proprio con lei al telefono, capitò a casa mia un conoscente che sentì il tono della chiamata: per calmarla, se la fece passare e finse di essere il mio avvocato, riuscendo a farla tacere e ragionare con un po’ più di tranquillità. Ma nonostante questo tentativo, la relazione tra me e loro non migliorò affatto, e a volte dovevo andare da mio papà sopportando la loro presenza.
Finalmente, dopo qualche mese mio padre uscì dal coma, e si svegliò: Andai nella sua stanza e mentre tenevo la sua mani, sentii stringere la mia, segno che era coscente anche se non ancora del tutto sveglio. Crollai, e piansi come un bambino: mi aveva fatto felice.
“Te lo avevo detto che si sarebbe svegliato...” mi disse Roberto.
“E meno male! Pensavo non ce l’avrebbe fatta...”
Anche i medici dell’ospedale si meravigliarono, perché avevano ormai disperato di riuscire a salvarlo.
Tutto finì bene, e mio padre tornò a casa. Fu un duro colpo per lui scoprire che mio fratello e sua moglie erano stati costretti a dare in affidamento il suo amato cane, tanto che per un po’ di tempo, non li volle più vedere. Anche a me era dispiaciuto molto, quel cane era dolce e affettuoso, ma non avrebbe potuto certo seguirlo in casa di cura e non sapevamo dove tenerlo.
La struttura che Roberto aveva scelto, a mio padre non piaceva per niente. Sopportammo mesi terribili a causa di questo, dopodiché finalmente riuscì a convincersi. Un giorno andai a trovarlo nella casa di cura in cui si trovava, insieme a un mio conoscente. Pensavo che mio fratello mi invitasse a cena a casa sua come ai vecchi tempi, per farmi rivedere anche i miei nipoti, invece mi sentii dire che vicino alla struttura c’era una pizzeria, e che avrei potuto mangiare lì. Ci rimasi male, e ne soffro ancora molto, non è bello essere allontanato da tutti, compresi i tuoi famigliari e i tuoi parenti. Per colpa di mio padre, che era andato a dire in giro la mia storia, persi parecchi contatti e non ebbi più notizie da molta gente, che credevo mi volesse bene.
Da parte mia era avvenuto invece un certo cambiamento, sin dalla mia visita a una città particolare, in un momento nero della sua storia. Non so che cosa mi spinse e mi ispirò a visitarla, ma la notte prima della partenza ebbi una strana sensazione, come se qualcuno mi avesse chiamato. Non lo capii nemmeno io, ma non era pazzia, la mia: sentii il desiderio interiore, quasi il bisogno di andare ad Assisi, in quel momento, a tutti i costi. Dentro di me qualcosa mi diceva che lì avrei trovato la felicità.
E così, in una mattina fresca e piovosa, presi il treno da Bologna, diretto a Roma, che si fermava anche ad Arezzo e Assisi. Appena prima della partenza, avevo comunicato a Ernesto di questo mio improvviso viaggio, e lui mi consigliò di non andarci perché proprio in quei giorni in quelle zone si era scatenato un terremoto di quarto e quinto grado della scala Mercalli, che aveva provocato danni davvero pesanti. A me questo non interessava, desideravo troppo andare e così partii ugualmente.
La prima tappa fu ad Arezzo. Quel che provai all’arrivo in stazione fu incredibile. Sceso dal treno, uscii dall’atrio e avvertii qualcosa che mi spingeva a dirigermi lungo la strada di fronte all’uscita, che mi resi conto portava a una chiesa. Era la chiesa di San Francesco. Mi sentivo come se qualcuno mi avesse ipnotizzato.
Esternamente era bellissima, il desiderio di vederla all’interno era ancora più forte, ma non entrai per l’emozione. Il mio viaggio proseguì per le vie della città, tutte a salire e a scendere, e nonostante la pioggia cercai comunque di visitare il paese fino a quando me lo avrebbe permesso. Il pensiero che potesse arrivare una nuova scossa mi metteva un po’ paura, ma ero talmente preso che non mi importava nulla. Visitai altre chiese, ma non ebbi mai la forza di entrarvi, perché mi ricordavano mia nonna, quando ci andava a pregare.
Il tempo non mi permise di continuare la mia visita, così tornai in stazione sperando che ad Assisi non piovesse. Mi rimisi in viaggio, arrivai e, una volta sceso dal treno, vidi il disastro che era accaduto: la stazione era completamente distrutta, le persone, per fare i biglietti, si recavano presso un container di emergenza. Guardavo con dolore e tristezza quello che era successo: vedevo macerie in ogni luogo, la gente spaventata continuava la vita di sempre. In quel momento, sperai di non trovarmi mai in una situazione come quella.
Di fronte a me vedevo Assisi. La cittadina da lontano era veramente bella, tanto che ne rimasi rapito, e all’improvviso dentro di me sentii una voce che mi diceva: “Vai, qui troverai pace e serenità... benvenuto!”.
Mi sentivo un po’ strano, ma felice. Dieci minuti dopo arrivò il pulman che mi porò in paese. Dal piazzale dove si era fermato, si poteva vedere la basilica di San Francesco, coperta da un lato a causa del terremoto.
La città mi colpì e mi commosse molto, e continuavo a scattare foto con la mia macchina fotografica per immortalarla in ogni suo aspetto. Dal piazzale mi recai a piedi alla cattedrale. Era Pasqua, e dopo il disastro che era successo, non mi sarei mai aspettato di vedere un tale afflusso di turisti. Entrai e rimasi sbalordito dalla bellezza degli interni e dai suoi dipinti e tutto ciò che mi circondava. Volevo fotografare, ma non me lo permisero. I turisti venivano fatti entrare poco alla volta, perché si aveva paura di un’altra eventuale scossa.
Mi portai davanti all’altare, mi feci il segno della croce e, mettendomi in ginocchio, con l’animo che piangeva dissi: “Non so chi sei, ma ti ringrazio. Sono davvero felice che mi hai chiamato da lassù. Cercherò di ritornare alla preghiera, anche se non posso prometterlo. Spero che questa città ritorni al più presto come prima. Grazie ancora.” Recitai un’Ave Maria, cercando in tutti i modi di non farmi vedere mentre piangevo, ma non ci riuscii. Tutti mi guardavano, ed ero talmente imbarazzato che mi spostai velocemente, per andare ad accendere un cero per i miei morti.
Di solito, non riesco a stare all’interno di una chiesa per più du due minuti, invece chissà perché, in quel momento rimasi a lungo all’interno della basilica. Mi spostai sulla mia sinistra per visitare la tomba del santo patrono. Giunto di fronte al luogo santo, cercai di reagire ma non ci fu nulla da fare, e mi commossi di nuovo. La lapide era semiaperta, sentivo dentro di me la voglia di urlare, ma mi trattenni a fatica, perché non volevo sembrare un pazzo. Quella tomba aperta mi fece ricordare mia nonna, quando me la portarono via. Ad un certo punto, sentii il bisogno di uscire al più presto, per non stare ancora peggio. Prima, però, toccai con la mano la tomba e a voce alta dissi: “Grazie di essere esistito e di avermi portato felicità!”
La gente attorno a me rimase stupefatta, e mentre mi allontanavo piano piano, mi guardava in modo strano: io, invece, in quel momento ero la persona più contenta del mondo. Feci il segno della croce e uscii.
Volevo visitare la chiesa di Santa Chiara, ma a causa del terremoto non mi lasciarono entrare. Così, ripiegai su Santo Stefano, accesi un cero anche lì, mi misi in ginocchio nella prima panca che trovai di fronte a me: “Padre Nostro che sei nei cieli, tu che di lassù stai a guardarmi, prega per tutti quelli che soffrono, aiutaci a superare tutte le nostre difficoltà. Avrai sempre la nostra fede. Ave Maria, piena di grazia...”
Si era fatta ora di tornare a casa. Guardai le piccole bancarelle che incontravo lungo le vie del paese, e comprai un oggetto che mi ricordasse quel bellissimo momento. Purtroppo avevo poco tempo, e non riuscii a vedere tutto quello che avrei voluto. Ringraziai Assisi e quella chiamata, che mi aveva offerto così tanta ricchezza.
Qualche settimana dopo, Ernesto mi chiamò per sapere com’era andato il mio viaggio.
“Molto bene, - dissi io, - non immagini quanto sono felice, ora! Ho provato delle emozioni che, se le raccontassi, passerei per matto!”
“Era molto affollato?” mi chiese.
“Sì, anche troppo. Nonostante quelo che è successo, la gente non ha avuto paura di affrontare un momento così drammatico. Davvero un viaggio incredibile, Ernesto, non lo dimenticherò mai! Ora ti devo lasciare, ci sentiamo la prossima settimana.”
“Ok, alla prossima. Mi ha fatto molto piacere che sia andato tutto bene.”
La relazione con lui stava durando da solo tre mesi, e già mi sentivo soffocare, nonostante gli volessi un gran bene. La voglia di conoscere persone nuove era sempre più forte, tanto che un giorno lo chiamai, per chiedergli se il week end successivo avesse da fare: avevo assoluto bisogno di andarlo a trovare, parlargli e affrontare quell’argomento.
Presi il treno e arrivai a Milano, da lì cambiai per arrivare fino al paese in cui abitava. Quando giunsi a destinazione, lui era già lì che mi aspettava sul binario: lo salutai dal finestrino, e sceso dal vagone gli andai incontro a braccia aperte. Non attendeva da molto, solo dieci minuti. Salimmo nella sua auto e ce ne andammo a mangiare un gelato. Fu lui a iniziare la conversazione.
“Allora, tutto bene dal tuo viaggio ad Assisi?”
“Sì, tutto bene, anzi, mi sento molto meglio! Che ne dici se dopo il gelato, andassimo alla sauna?”
“Se lo desideri, per me non c’è nessun problema” mi rispose.
“Allora dai, dopo andiamo a fare il biglietto...” mi guardai attorno. “Chissà perché, questa città mi fa venire la voglia di venire ad abitarci.”
“Non è semplice, - disse lui, - anche qua gli affitti sono molto salati, forse di più rispetto alla tua zona. E come faresti poi col lavoro?”
“Per quello non avrei problemi: chiederei il trasferimento e fine del problema! Ottimo questo gelato...” ci giravo intorno, senza decidermi a parlargli di quel che mi premeva.
“Sì, molto! Allora, che cosa mi dovevi dire?”
La sua domanda mi spiazzò, non sapevo da dove iniziare.
“Riguarda la nostra storia, vero?” mi chiese.
“Sì, proprio così...” risposi io, a occhi bassi.
“Visto che non ci riesci tu, allora inizio io. Non hai più voglia di stare con me, non è vero?”
“Sì, vedi... non voglio continuare una storia di cui non sono convinto, col rischio di trascinarla avanti e farti del male, capisci?”
Ernesto mi rispose, con la rassegnazione nella voce.
“Lo avevo capito che tra noi non sarebbe durata.”
Visto che avevamo deciso di andare a Milano, salimmo sul treno sedendoci a metà del vagone, in un posto poco affollato, per parlare con calma.
“Per continuare il discorso, - disse lui, - anche io se devo essere sincero sentivo qualcosa che non andava. Probabilmente è la distanza, chi lo sa...”
“E’ evidente allora, se abbiamo avuto questi pensieri, che la cosa non può andare. Ci stai male?” gli chiesi, preoccupato.
“No, forse è stato meglio così. Rimaniamo buoni amici e basta.”
Ernesto e io ci stringemmo la mano, senza rancore né tristezza. Dopo quel momento, seguirono sei mesi molto belli, nonostante l’interruzione del rapporto sentimentale, e rimase tra di noi solo una buona amicizia, tanto che quando capita ci frequentiamo ancora.
Qualche tempo dopo, ricevetti una sua telefonata: era un invito per andare a visitare Bergamo, e così accettai. Quello stesso fine settimana mi recai da lui per andare in questa città affascinante e suggestiva. Sia la città bassa, coi suoi monumenti e giardini eleganti, sia la città alta mi piacquero molto.
Della città bassa mi colpirono la chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, e anche quella di Sant’Anna nel rione di Borgo Palazzo. Sempre all’interno del perimetro, ci recammo alla chiesa dei cappuccini, che non riuscimmo a visitare perché proprio in quel momento celebravano la messa, ed era vietato entrare.
Eravamo indecisi se andare a Bergamo alta in funicolare o a piedi, e decidemmo di usare le nostre gambe. La giornata prometteva abbastanza bene. La scalinata era lunghissima, due o tre chilometri. Mentre salivamo, scattavo foto: non avevo mai avuto prima di quel momento l’occasione di visitare Bergamo e volevo serbarne il ricordo tangibile.
Finalmente arrivammo alla porta di San Marco, l’entrata della città alta. Da lassù si godeva un panorama davvero stupendo, si sentiva il profumo dei fiori e il paesaggio era da mozzare il fiato. Ci fermammo per uno spuntino, dopodiché continuammo la nostra visita, recandoci alla rocca dove erano custodite armi della Seconda Guerra Mondiale.
Il tempo si stava facendo scuro ma continuammo il nostro giro, questa volta prendendo però la funicolare per andare a vedere le rovine romane, il giardino botanico e le statue di marmo scolpite con immagini di guerra. Uno spettacolo incredibile. Talmente bello, che mi piacerebbe rivederlo.
Quella fu una giornata veramente speciale, che mi fece capire che io ed Ernesto avremmo davvero potuto essere buoni amici, senza che il breve flirt avuto potesse intaccare o rovinare il nostro rapporto.
Averlo vicino era un’isola felice tra le onde agitate dei miei problemi. Infatti, di lì a poco scoprii, attraverso dei controlli accurati, che la mia malattia stava progredendo. E fu una cosa che mi tolse serenità e felicità.
MALATTIA E DEPRESSIONE
Quando il medico mi disse che la mia malattia stava progredendo, mettendomi in pericolo di vita, non volli accettare quella dura realtà e gli dissi che avrei preferito morire subito, e farla finita, piuttosto che sopportare una situazione del genere. Il mio medico, però, cercò di mantenermi calmo.
“Non temere, - mi disse, - non è nulla. I valori si sono semplicemente abbassati, ma se farai questa cura, sicuramente tornerai come prima.”
“Non voglio vivere con questo incubo!”
“Non la prendere così tragicamente” mi consolò.
“E’ una parola accettare la realtà...”
“Sapevi benissimo, - intervenne, - che prima o poi sarebbe scoppiata, no?”
“Sì, ma ho paura...” ero disperato.
“Pensa al fatto che sei più fortunato di altri: sei in una fase in cui è come se tu non avessi nulla, nonostante siano passati già dieci anni da quando hai contratto il virus. Non ti preoccupare.” Prese i medicinali dall’armadietto e me li porse: “Ecco, questa è la cura che devi fare, ti ho scritto come la devi assumere, e mi raccomando, segui le istruzioni!”
“L’avanzamento della malattia proprio non ci voleva.”
“Sei giovane, e ce la farai. Continua come hai sempre fatto. Naturalmente, devi fare più attenzione a te stesso e agli altri, comunque, su con la vita!”
Mi incoraggiava, ma il mio stato d’animo era crollato: ero finito in una crisi depressiva allucinante. Non sentivo la forza per ricominciare.
Iniziai la cura che mi aveva dato il medico, e dopo un anno notai che stava veramente facendo effetto. Finalmente, riuscii a prendere la mia malattia con più tranquillità, e anche la mia vita piano piano diventò più spensierata.
Un giorno, vidi la pubblicità sul parco di Vanzago che mi colpì molto, tanto che decisi di andare a visitarlo. Era un sabato, la giornata era bella, e presi il treno tutto contento. Arrivai nel primo pomeriggio, imboccai la via che dalla stazione portava al parco e feci una passeggiata di ben quattro chilometri, tanto era lontano. Arrivato là, tutto era chiuso. Controllai se dentro ci fosse stato qualcuno, ma nessuno rispose.
In un primo momento, avevo pensato fosse semplicemente ancora troppo presto. Ma i minuti e le ore passavano, e visto che nessuno apriva, presi nuovamente la via del ritorno.
La contentezza era svanita. Ci tenevo molto a visitare quel parco, tanto che mi prese una crisi e, in quello stato di prostrazione, passai momenti di confusione in cui non sapevo dove mi trovavo, né quel che volevo fare.
All’improvviso, mi tornò alla mente Ernesto, e visto che non ero troppo distante da lui, decisi di andare a trovarlo: lo avvisai telefonicamente per dirgli che sarei arrivato nel primo pomeriggio. Così però non fu, e a causa di un ritardo mi ritrovai ancora alla stazione di Milano Garibaldi.
Ero in totale confusione, guardavo le persone fisse, guardavo sul tetto e la gente mi osservava con aria strana. Mi ripresi, e salii sul metrò per recarmi da lui. Arrivato alla fermata centrale scesi e, una volta fuori, mi dimenticai di nuovo completamente che cosa ci facevo in quel luogo. Lui mi stava aspettando, ma io ero da tutt’altra parte e si erano fatte le sette di sera, e mi ritrovavo ancora davanti alla stazione. Non riuscivo a decidere cosa fare.
Osservavo dei ragazzi bucarsi, e la mia testa mi suggeriva di provare, per farla finita una volta per tutte, e che fosse quella buona. Non so che cosa mi fece tornare in me, ma capii che stavo facendo una pazzia, mentre c’era una persona che mi stava aspettando. Resomi conto di quel che mi era successo, mi precipitai a telefonargli, per dirgli che arrivavo sul serio.
Mi aspettò fino alle dieci di sera, e quando arrivai finalmente a destinazione lo vidi teso. Presi la scala mobile e mi recai da lui.
“Si può sapere che fine avevi fatto?!” mi chiese.
“Non so come dirtelo, ma ho avuto una piccola crisi, che mi ha provocato un’amnesia: non capivo quel che facevo...” evidentemente, non riuscivo a spiegarmi bene.
“Ma cosa dici!” sbottò lui.
“E’ la pura verità! Stavo per fare una cosa assai grave...”
Mi chiese che cosa, e gli raccontai la strana tentazione di bucarmi insieme ai ragazzi sconosciuti in stazione.
“Pensavo di farla finita. Ma poi qualcosa mi ha fermato, e sono ritornato in me stesso...”
Ernesto mi tranquillizzò, ma nessuno dei due riusciva a darsi spiegazione del fatto accaduto.
La mattina seguente era la Fiera delle Palme, e ci alzammo alle otto del mattino per recarci in centro a vedere quel che succedeva. Dopotutto, era un modo come un altro per dimenticare la giornata precedente e la mia crisi di amnesia, e io non dissi di no alla proposta del mio amico. Ci recammo in un bar a fare colazione, e subito dopo in piazza, dove ci aspettavano bancarelle, spettacoli, visite alle chiese e una mostra fotografica.
Ad un tratto, Ernesto mi chiese se nel pomeriggio mi sarebbe piaciuto accompagnarlo al parco di Riva d’Adda, e io accettai di buon grado.
Ci dividevano circa venti chilometri dalla destinazione. Capii che lui faceva tutto questo perché non mi vedeva ancora molto sereno, e pensò bene di farmi distrarre per impedirmi di ripiombare nello stato inspiegabile del giorno prima. Prima mangiammo qualcosa, poi partimmo.
Appena arrivati, non credetti ai miei occhi: una scenografia spettacolare riproduceva in modo credibile e veritiero paesaggi ed esseri viventi che si erano estinti milioni di anni prima. Entrammo, il parco era gigantesco, e molti i visitatori, soprattutto bambini di diverse scuole elementari.
“Allora, come ti sembra?” disse Ernesto.
Ero incantato, non riuscivo a proferire parola. Quel profumo, quel paesaggio, quegli animali mi avevano affascinato.
“Ancora non mi hai risposto!” scherzò lui.
“Non so che dire. Troppo bello. Forse è dovuto al fatto che da piccolo non ho avuto occasione di vedere meraviglie simili, e per me è la prima volta. Ti ringrazio tanto della felicità che mi stai offrendo, sono molto contento.”
Iniziammo il giro nel parco, e fotografai tutto: anche se era un’illusione, sembrava vero, tanto che quando ci imbattemmo nel primo dinosauro, che si trovava nascosto da un albero, presi addirittura paura. Provai una sensazione strana, come se quell’animale stesse realmente rincorrendomi. Nel frattempo, scattavo foto. Incontrammo tutti i tipi di animali preistorici, come stegosauro, triceratopo, iguanodonte, platybelonte. C’era anche lo plasiosauro, che era erbivoro, e il dimetrodonte, carnivoro. Oltre a questi, anche tutti i dinosauri più pericolosi dell’epoca.
Una cosa che mi colpì molto fu la scenografia all’interno delle caverne, uno scenario davvero incredibile, fantastico, che meritava di essere visto.
Ernesto però, alla sera doveva esibirsi in chiesa per il concerto che il Comune di Melzo aveva organizzato, e così tornammo a casa, entrambi contentissimi.
“Fortuna che ho seguito il tuo consiglio, perché non so come avrei reagito.”
“Se ti dovesse capitare di nuovo, esci, sfogati parlandone con qualcuno, ma non rimanere mai da solo se no la testa ti fà dei brutti tiri. Hai capito quel che voglio dire, no?” mi disse.
“Va bene, ce la farò.”
Si stava facendo tardi, e lui dovette aggregarsi al gruppo per il concerto. Già mi era capitato, tempo prima, di assistere all’esecuzione di qualche brano, e sapevo che facevano pezzi molto belli e toccanti. Così commoventi che mi rattristavano. Sul momento, non sapevo proprio che fare.
“Io devo andare, tu cosa fai?” mi chiese Ernesto.
“Mah, sono indeciso, sai quella musica tocca troppo il cuotre e preferirei non essere presente.”
“Perché mai? Reagisci, e vedrai che poi starai meglio.”
“No, davvero, non me la sento. Fai conto che l’abbia già ascoltata...”
“Guarda che se non vieni mi arrabbio, ci terrei molto ci fossi anche tu.”
Tirai un bel sospiro, e accondiscesi alla sua richiesta. Erano le nove di sera, la chiesa aprì al pubblico, lui era già dentro che faceva le prove e io mi trovavo al centro della piazza, tormentandomi e chiedendomi se era il caso di andare oppure no. Le persone che incrociavo erano molto contente, così mi avvicinai al portone della chiesa, entrai e provai ad ascoltare il concerto.
Mi trovavo nell’ultima panchina vicino al ponte, la chiesa si riempiva sempre di più e notai che le persone mi guardavano spesso: io non capivo che cosa avessero da osservarmi tanto.
Il primo brano fu davvero commovente, sia per le parole sia per la melodia, e dovetti resistere alla tentazione di andarmene, rimettendomi seduto. Rimasi lì calmo più che potevo fino al quinto bravo, poi non riuscii più a trattenermi e in me scattò il panico. Decisi di uscire senza farmi notare dalla gente né da lui, ma Ernesto mi controllava ogni tanto e vide la mia reazione e seguii i miei movimenti. Rivolsi lo sguardo nella sua direzione, e mi allontanai. Mi misi ad aspettare nel parcheggio davanti alla chiesa, e mi sedetti su una panchina, piangendo a testa bassa come un bambino. Una signora di passaggio, vedendomi, mi chiese se qualcosa non andasse, e io le risposi che non c’era nessun problema, mentre mi asciugavo le lacrime dal viso. La donna si allontanò ed entrò in chiesa per ascoltare il concerto, ma notai che spesso si voltava a guardarmi, con aria triste.
Nel frattempo, il gruppo fece una pausa ed Ernesto, non vedendomi più tra il pubblico, e pensando mi fosse venuta un’altra crisi, si precipitò fuori a cercarmi. In un primo momento non mi vide, io mi ero seduto, nascosto dietro a un albero, e quando mi chiamò a voce alta non risposi. Si mise a girare nella zona e finalmente mi vide.
“Si può sapere che cosa ti è preso?! Perché sei scappato via?!”
Io piangevo: “Meglio se ne me vado, non me la sento di continuare.”
“Te ne vai ora che ormai il concerto è finito? Dove credi di andare, non hai visto che ore sono? Io vado a finire gli ultimi pezzi, non farmi stare in pensiero e torna dentro.”
Mi alzai dalla panchina e insieme ritornammo in chiesa.
“Ora ti senti più calmo?” mi chiese. Io risposi di sì, e lui mi salutò dicendomi che ci saremmo rivisti dopo la conclusione.
Gli ultimi brani furono molto meglio, così ebbi la forza e la passione di stare ad ascoltare. Finì così in concerto e dopo poco Ernesto mi venne incontro.
“Allora, ti è piaciuto il finale?”
“Tantissimo, gli ultimi brani non mi hanno fatto soffrire” gli risposi.
“Meno male. Ascolta, in sacrestia hanno allestito un piccolo rinfresco, che ne dici, ti va di andare?”
“M io non faccio parte dei cantori...”
“E allora? Ho già parlato con il don e ha già dato il suo consenso.”
“Ma mi troverei in imbarazzo, non conosco nessuno...”
“Tu sei con me, non preoccuparti!”
Mi invitò al rinfresco, festeggiammo allegramente coi presenti il successo del concerto. Poi lui si aggregò ai cantori, mentre io mi misi in un angolo ad aspettare. Tutti mi offrivano chi da bere, chi da mangiare, Ernesto si staccò dal gruppo e andò a brindare col parroco. Dopodiché, mi venne insontro proprio insieme a lui, per presentarmelo. Ci stringemmo la mano e il sacerdote mi chiese se anche io ero un cantore.
“Magari. No, sono solo un amico di Ernesto, sono venuto qui per ascoltare il concerto.”
“Allora, dimmi un po’, ti è piaciuto?” mi chiese il parroco.
“Toccante, davvero speciale!” gli risposi.
Dal mio accento capì che non ero della zona, e così io gli spiegai che ero nato a Ravenna, ma mi ero trasferito e abitavo a Modena. Così si incuriosì, e chiese al mio amico da quanto tempo ci conoscevamo.
“Circa sette mesi, don!” gli rispose Ernesto.
“E’ davvero un bravo ragazzo, che Dio vi mantenga sempre uniti! E’ raro trovare vera amicizia nel mondo di oggi. Purtroppo mi stanno chiamando, vi devo lasciare!”
Lo salutammo, ed Ernesto mi chiese come lo trovavo. Io risposi con sincerità che mi era sembrata una persona molto valida, e così lui mi raccontò la sua storia in breve.
“Ha aiutato molte persone, a vestirsi, mangiare, trovare lavoro, in tutto. E’ davvero molto buono. Sei stanco?” mi chiese.
“Così così” risposi io. In realtà ero davvero sfinito.
“Finisco di salutare e andiamo!”
Lo lasciai andare, e così mentre aspettavo mi avvicinai all’altare sulla mia sinistra, feci il segno della croce e mi misi in ginocchio per dire una preghiera per i miei morti. Quando tornò e mi vide in quella posizione, mi si avvicinò chiedendomi se stavo pregando, e gli dissi di sì.
E così, si inginocchiò accanto a me e ci rivolgemmo entrambi al cielo:
“Padre, tu che sei nei cielo, prega per tutti noi che stiamo soffrendo, prega per nostra mamma e tutti i parenti che ci hanno sempre voluto bene e che, per diversi motivi, hai chiamato alla casa del Padre. Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra...”
Finita la preghiera, tornammo a casa.
Il mio riavvicinamento graduale alla fede era arrivato dopo tante delusioni. In passato avevo avuto troppa fiducia negli altri, e questo spesso mi aveva tratto in inganno. Nel 1998 mi accadde un fatto sgradevole, legato agli annunci pubblicati su una rivista vietata ai minori: io avevo risposto a uno di questi annunci, per lavoro, perché era il periodo in cui mi ero licenziato. Ci eravamo così sentiti per telefono, l’avevo trovato un ragazzo molto sincero e così decisi di incontrarlo. Presi il treno per Milano, poi la metropolitana fino alla fermata Romolo, arrivando così al luogo dell’incontro.
Giunto sul piazzale, mi accorsi subito che l’ambiente non era certo dei migliori, c’erano extracomunitari e parecchi spacciatori di droga. Trovai il punto preciso dell’appuntamento, e dopo poco mi si avvicinò un ragazzo con una bellezza particolare, chiedendomi che cosa stessi cercando. Io lo guardai, titubante, e risposi che stavo aspettando una persona. Sentendosi rispondere in quel modo, si allontanò con mia grande fortuna, perché mi aveva messo un po’ di inquietudine.
Così, iniziai a guardarmi attorno per vedere se arrivasse qualcuno, ma del mio uomo misterioso nessuna traccia. Mi spostai ai lati della piazza, tornai all’entrata del metrò, quando all’improvviso vidi un ragazzo venirmi incontro di corsa: indossava un giubbetto rosso, jeans, e aveva un orecchino sul lato destro. Si fermò poco distante da me e lo guardai attentamente per capire se poteva essere lui quello che stavo aspettando. Temporeggiai, feci un altro paio di giretti nelle solite zone e ritornai al punto di prima: quel ragazzo stava ancora lì, guardava continuamente l’orologio, e dentro di me mi chiedevo se fosse il caso di avvicinarmi e chiedergli informazioni.
Mi decisi e mentre stavo per farlo, arrivò una ragazza che lo salutò e si allontanò insieme a lui, svanendo così dalla mia vista. Un buco nell’acqua.
Non mi rimase altro che telefonare alla persona con cui avevo appuntamento: provai una volta, due, e mi rispondeva sempre la segreteria, fino a quando, improvvisamente, lui rispose. Appena comprese che ero io, buttò giù la cornetta e non si fece più trovare né sentire.
Tornai a casa deluso come non lo ero mai stato: persi completamente la fiducia nei nuovi incontri di quel genere e decisi di chiudere quel capitolo.
Nello stesso periodo, ero stato chiamato a Cernusco sul Naviglio, un paesino poco lontano al capoluogo milanese, per un colloquio in una ditta di pulizie. Chiesi a un amico come arrivare, e solo dopo un lungo viaggio giunsi a destinazione: alla stazione, non sapevo come muovermi e come raggiungere la ditta a piedi, così telefonai direttamente a loro chiedendo se potevano passare a prendermi. Furono molto gentili e dopo circa mezz’ora si presentarono i due responsabili: ci stringemmo le mani, mi chiesero se era da molto che aspettavo, poi mi invitarono a salire sull’auto per portarmi in ufficio.
Durante il tragitto, parlammo del più e del meno, compreso il lavoro. Mi chiesero se avevo esperienza nel campo, e come mai avevo scelto una città così lontana. Erano due persone molto buone ed educate. Arrivati a destinazione, mi invitarono a sedermi e iniziammo il colloquio ufficiale. Dopo circa un quarto d’ora, mi chiesero di rilassarmi un po’ facendo una passeggiata in paese, mentre loro discutevano privatamente sulla decisione da prendere. Accettai, e così, mentre davo un’occhiata alla cittadina, dentro di me sentivo che ce l’avrei fatta. Era un mio grande desiderio, e quando ritornai da loro in ufficio per concludere il colloquio, già facevo progetti come se abitassi già lì. Ero proiettato verso il mio futuro e lo vedevo già davanti a me, in un determinato modo. Mi diedero così la notizia.
“Ascolta Ravaioli, noi siamo molto sinceri, perché tu non ti faccia troppe illusioni. Il lavoro potrebbe anche esserci, ma tu come fai con la casa?”
“Conosco un amico che abita non troppo distante da qui e che potrebbe ospitarmi” risposi io.
“Ma tu hai davvero intenzione di abbandonare tutto? Se poi non funziona, perdi sia qui che a Modena.”
“E’ da tempo che desidero fare questo passo, e vorrei poterci riuscire, a costo di fare sacrifici.”
Ero determinato, e cominciavo a vederli un po’ titubanti.
“Ascolta, - dissero, - sta arrivando in questi giorni un appalto nuovo, non più di sei ore al giorno. In tutti i modi, bisogna che tu ti trovi una casa.”
“Se questo è il problema, domani mi metto subito alla ricerca, ma voi mi garantite il lavoro?” chiesi io.
“Il lavoro deve entrare a giorni...”
“E’ un’occasione che non voglio perdere. Io devo rimanere ancora un po’ di tempo a Milano, spero nel frattempo di perdere questa opportunità.”
Il colloquio finì così, ci salutammo e io me ne andai soddisfatto: coi pochi soldi rimasti mi divertivo allegramente, senza pensare alle eventuali conseguenze. Passarono due settimane e non avevo sentito assolutamente nulla da parte loro, così telefonai perché pensavo fosse accaduto qualcosa di negativo: mi risposero però che era rimasto tutto invariato, che ancora non era stato confermato nulla, e che stavano attendendo.
Vedevo i soldi scarseggiare, e non avevo ancora un lavoro, così dopo qualche giorno fui costretto a tornare a casa. Ero triste perché avevo sperato tanto che il mio desiderio potesse avverarsi, invece fui costretto fare le valigie e ripercorrere a ritroso il percorso da dove ero arrivato. Ricordo che in quel periodo, nella disperazione più totale, provai ad apparire anche in televisione, in un programma di Barbara d’Urso, ma anche lì fu un buco nell’acqua.
Passato qualche mese, una mia ex collega di lavoro mi trovò un posto, aiutandomi a risalire la china, e quando mi ero stabilizzato nuovamente, arrivò una telefonata da Milano da parte di quella stessa ditta da cui non avevo più avuto notizie: mi invitavano a salire, perché c’era lavoro, ma ormai io avevo già trovato, e dovetti rinunciare al mio sogno di trasferirmi. Lo avevo voluto con tutto il cuore, ma le circostanze non mi furono per niente favorevoli. E dovetti, così, tornare alla mia vita di sempre.
LA SOLITUDINE
Il 16 Giugno, era un mercoledì, lo ricordo come se fosse ieri, ricevetti una pessima notizia: mio padre era finito in ospedale. Non ci volevo credere. Il pomeriggio presi in fretta e furia il treno per Cesena, e trovai papà ricoverato in sala rianimazione. Mio fratello mi aveva avvisato che la malattia lo aveva gonfiato, e conoscendo la mia sensibilità mi disse di cercare di non stare male nel vederlo: fu impressionante da vedere, nonostante lo vedessi abbastanza cosciente faceva una fatica enorme a respirare. Gli occhi erano chiusi dalle bolle che erano gli cresciute su tutto il corpo, ma lui riuscì ad aprire gli occhi e a riconoscermi. Ebbi l’occasione di poterlo riabbracciare dopo anni che non ci vedevamo né sentivamo.
Le sue condizioni peggioravano di giorno in giorno, ora dopo ora, e pregavo che non fosse vero quello che mi ripeteva il medico: le sue speranze potevano sfumare da un momento all’altro. Quando me ne andai quel giorno, sentii un grande dispiacere per averlo visto in quelle condizioni.
La domenica successiva ritornai da lui, perché Roberto mi aveva accennato al fatto che era peggiorato: quando lo rividi, era trasformato, e non ressi mettendomi a piangere. Mi augurai che non mi lasciasse, ma fu questione di qualche notte soltanto: il 21 Giugno, alle due di pomeriggio, mio padre esalò l’ultimo respiro davanti alla moglie di mio fratello.
Il giorno dopo, mi ritrovai di nuovo in stazione, in mezzo a persone allegre, mentre io me ne andavo triste a dare l’ultimo saluto a papà. Trovai un posto vicino al finestrino alla mia sinistra, e guardai fuori, ma davanti a me non vedevo nulla, solo il vuoto. Poco dopo, si sedette un ragazzo molto bello, sembrava un fotomodello. Estrasse dalla sua borsa un giornale e si mise a leggere.
Di tanto in tanto mi lanciava occhiate fugaci, e non capivo la motivazione. Ad un certo punto, mi chiese una sigaretta, ma io non fumavo. Continuò a osservarmi e ad un certo punto pensai che volesse iniziare un discorso con me per poi portarmi a letto. Lo trovavo attraente, ma era un momento difficile di prostrazione e non era il caso.
“Qualcosa non va?” mi chiese. Ci guardammo negli occhi. Io ero talmente stupito che non risposi. Vedendo il mio comportamento, non smise di guardarmi. Io avevo la testa appoggiata al finestrino, col pensiero fisso a papà.
Quando mi vide piangere, si riavvicinò: “Qualcosa non va? Perché piangi?”
“Perché me lo chiedi?” dissi io.
“Sembri molto triste, se potessi aiutarti lo farei volentieri...”
“Ormai nessuno può più fare nulla.”
“Non è mai troppo tardi, se vuoi ne parliamo” mi rispose lui.
“Sei molto dolce e caro, ma purtroppo è tardi davvero. Mio padre mi ha abbandonato, è morto ieri...”
“Mi spiace, ti faccio le mie condiglianze, anche se non ci conosciamo.”
Lo ringraziai, e continuai ad ascoltarlo.
“Questa purtroppo è la realtà, siamo tutti coinvolti e non c’è nulla da fare: quando accade bisogna prenderla e tenersela. Pensa ai momenti belli passati con lui.”
In me qualcosa scattò, e iniziai a confessarmi.
“Erano otto anni che non ci vedevamo, e non ci sentivamo. Adesso che lui non c’è più non riesco ad accettarlo. Forse è anche colpa mia, quando sono andato a trovarlo mercoledì scorso l’ho abbracciato, e lui si è emozionato. E’ dovuto addirittura intervenire il medico, perché non respirava più...”
“Non è colpa tua, - mi interruppe, - sicuramente è stato contento di quello. Almeno vi siete riabbracciati, anche se in un brutto momento.”
“Sì, ma volevo dirgli ancora tante cose...” ero distrutto.
“Vedrai, passerà un po’ di tempo, dopodiché supererai anche questo dolore.”
Ci presentammo, si chiamava Rocco e andava a Siracusa a trovare i suoi genitori.
“Almeno i tuoi sono ancora vivi, - gli dissi. – Io ormai non ho più nessuno.”
“Hai sempre tuo fratello...”
“Sì, ma lui ha la sua famiglia.”
Parlammo per il resto del mio viaggio, e quando guardai fuori dal finestrino, mi accorsi che ero arrivato a destinazione.
“E’ stato un vero piacere incontrarti, e grazie del conforto che mi hai dato, nonostante non ci conoscessimo.”
“Stai su di morale, e non abbatterti” mi abbracciò, e mi fece di nuovo le condoglianze. Ci scambiammo il numero di telefono, mi ripetè che dovevo cercare di stare su di morale, più che potevo, e di trovare il coraggio per affrontare la situazione. Infine, ci salutammo.
Raggiunsi mio fratello, che mi aspettava con la sua famiglia. Per non pensare al mio dolore in quel brutto momento, chiesi a Roberto di portarmi nei luoghi dove avevo i ricordi migliori della mia infanzia. Al porto di Bellaria io e lui ci divertivamo a giocare, io raccoglievo i granchi vicino alla riva, sui sassi, e lui pescava insieme a papà. A distanza di tanto tempo, non esisteva più nulla di quel che ricordavo, tutto fu coperto da altri massi, utilizzati da chi prendeva il sole.
Ci spostammo al porto di Rimini, dove andavamo spesso: era rimasta la parte vecchia, mentre dall’altro lato avevano costruito un molo nuovo, molto bello da vedere, specialmente alla sera. Mio papà stava per compiere gli anni e volevo festeggiarlo, ma il destino se l’era portato via prima. Si era spento per sempre. E così, gli scrissi una lettera, per salutarlo.
“Ciao papà, spero che ora tu stia meglio. Anche se tra noi abbiamo avuto parecchi diverbi, prego che tu possa perdonarmi, così come io perdono te per il passato. Proprio ora che ci eravamo ritrovati, il cielo ti ha portato via, ma spero che di lassù tu possa avere il modo di aiutare me e Roberto, in tutte le difficoltà verso cui andiamo incontro senza la tua presenza. Ci mancano tanto il tuo modo di fare, la tua testardaggine nel fare le cose, che volevi sempre a modo tuo. Ti prego, torna ancora da noi, ti stiamo aspettando.”
La sua morte fu un duro colpo, che mi fece capire ancora di più quanto fosse importante avere qualcuno vicino, che si occupi di te e ti sostenga quando ne hai bisogno.
Una delle situazioni più difficili da superare è la solitudine, quella sensazione di trovarsi nel deserto pur essendo in mezzo a tanto rumore. C’è gente intorno a te, ognuno dice la sua, ma è come dire tutto e niente. A volte capita di trovarsi soli anche tra mille persone. E’ quello che è successo a me.
Ho passato tanto tempo con amici che pensavo affidabili, e che all’improvviso se ne andavano per la loro strada lasciandomi da parte, dimenticandomi. Improvvisamente, avevano mille impegni e non riuscivano a trovare nemmeno il tempo di un saluto.
Una volta, mi capitò di contattare un ragazzo che credevo un amico, per avere da lui informazioni, e mi sentii rispondere in malo modo: “Non disturbare! Non intrometterti nella mia vita privata!”
Addirittura, la persona alla quale avevo affidato la correzione delle mie memorie si manifestò irritata per una mia semplice telefonata, fatta in orari da lei non indicati. Queste situazioni mi hanno reso più difficile la vita, e di certo non mi hanno aiutato a uscire dal mio stato depressivo.
Per completare l’opera, si aggiunse a tutto questo l’impossibilità di inserirmi nuovamente nel mondo della musica, della fotografia, o semplicemente delle relazioni interpersonali, perché le persone con me creavano una barriera, non riuscendo ad accettarmi. Ma che male avevo fatto per meritare tanto odio da persone che prima mi erano amiche? Capitò una volta che mi aiutarono a realizzare, con tanto di pubblicità, una mostra fotografica. Quando vidi il risultato, però, mi sembrò solo un’accozzaglia di foto messe a casaccio, e mi resi conto del trattamento diverso che mi avevano riservato.
La mostra si teneva al castello di Arceto. Quando entrai, notai subito il modo in cui avevano esposto le mie fotografie. Solitamente, in una mostra espongono subito all’entrata il nome del fotografo, lì invece il mio nome non compariva da nessuna parte. Le foto erano appese però non si vedeva nulla, perché tutta la luce batteva sui tavolini invece che sulle foto. Era quindi impossibile vederle, senza illuminazione. Rimasi molto male perché pensavo che sarebbe stata come le altre mostre, e in quel momento rimproverai i miei amici dicendo loro che non mi piaceva per niente.
Probabilmente anche io commisi l’errore di rimproverarli, si erano dati comunque da fare ma le mie lamentele diedero loro fastidio, e per questo motivo si arrabbiarono con me.
L’unica corrispondenza che mi dà ancora un po’ di consolazione è quella con Ernesto, purtroppo saltuaria per via della distanza. Sembra che tutto sia contro di me, e spesso mi chiedo per quale ragione, per colpa di chi devo sopportare una simile umiliazione.
Anche sul lavoro mi ritrovo spesso ad essere lo zimbello dei colleghi e persino i superiori non intervengono in modo decisivo, nonostante le mie lamentele ampiamente giustificate.
L’unica cosa che mi rimane è cercare di tirare avanti, e come dice il mio amico Ernesto: “Fregatene”. In maniera più elegante, in fondo, lo dice anche Dante Alighieri: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa.”
Grazie a Dio qualcosa mi consola, ed è il mio stato di salute decisamente migliorato, anche se devo seguire le cure con costanza e determinazione.
Tempo fa, ho sentito una notizia di cronaca medica che riguardava la scoperta di un vaccino ancora in via di sperimentazione, che sarebbe in grado di evitare la replicazione del virus e quindi di lasciare chi lo ha già contratto in una situazione di malattia cronica stazionaria, ma non più pericolosa come una volta.
Questo fatto mi ha rincuorato molto e ha ridato speranza non solo a me, ma anche ad altre persone che si trovano in condizioni ben più gravi di quanto mi trovi io, e questo mi ha spinto a fare un’offerta per la ricerca.
Ho coronato il mio stato di serenità con un regalo a me stesso, durante queste ultime feste natalizie: due opere liriche di grande successo e molto piacevoli di Gioacchino Rossini, che desideravo da tempo, “Il barbiere di Siviglia” e “La gazza ladra”.
RAVAIOLI DANIELE IN
UN CAPPELLO SOTTO L’ALBERO
Romanzo autobiografico
Anno 2005
INTRODUZIONE
Se ripenso alla mia infanzia, mi tornano alla mente ricordi belli e altri meno belli. Quando nacqui, mia madre ebbe un parto prematuro e durante il mio primo mese di vita venni ricoverato in ospedale: una mattina i miei guardando nella culla videro che ero diventato cianotico perché avevo trattenuto il respiro troppo a lungo. Fui trasportato d’urgenza all’ospedale e lì ricoverato sotto una tenda ad ossigeno, dove rimasi per un mese intero, circondato dalle cure e dall’apprensione dei miei genitori e dei dottori che disperavano di potermi salvare. Dopo un mese le mie condizioni cominciarono a migliorare, finché tornai a casa.
Passarono gli anni, e arrivò il primo giorno di scuola. Il mio impatto con la scuola fu molto faticoso sia per lo studio che per il rapporto con gli altri bambini. Io ero molto debole e timido, tanto che quando gli altri bambini volevano giocare con me, mi allontanavo restandomene in disparte. Questo mio modo di fare mi faceva molto soffrire, perché mi rendevo conto di essere in errore, rimanendo così tanto chiuso in me stesso. Questo mio comportamento preoccupava anche i miei genitori, che non riuscivano a fare nulla per aiutarmi a cambiarlo. Gli anni passavano ma il mio carattere rimaneva lo stesso rendendomi difficile continuare gli studi: per lo studio in sé ero negato, la scuola rappresentava per me solo un problema.
Durante la mia infanzia ebbi altre disavventure. Avevo 6 anni quando mia madre si ammalò. Seppi da mia nonna che mia madre aveva un male incurabile. La diagnosi fu cirrosi epatica, ma essendo piccolo non capii cosa fosse. Le sue prime condizioni erano abbastanza buone. La ricoverarono nell’ospedale di Savignano sul Rubicone. Andavo molto spesso a farle visita, accompagnato da mio padre, e da quel che riesco a ricordarmi, lei era molto contenta. Col passare dei mesi, le sue condizioni peggiorarono sempre più. La vedevo sempre più strana. Ormai non c’era più nulla da fare. Le sue speranze e le sue sofferenze durarono altri trenta giorni. Negli ultimi giorni della sua malattia, vedeva gli scarafaggi sul muro e brandiva in mano una ciabatta per ammazzarli. L’unica cosa che mi ricordo di lei è molto dolorosa, e il raccontarla mi fa soffrire. Eravamo tutti insieme a pranzo, io, mio fratello, mia mamma e mio padre. Sentivo che mia mamma si stava lamentando dei dolori che aveva in quel momento, e mio padre le diceva di finirla perché non era nulla. Lei continuò a lamentarsi, quando a un tratto vidi mio padre afferrare un piatto e scaraventarglielo addosso. Io e mio fratello rimanemmo sbalorditi. Subito accorsi per vedere come stava mia madre, sanguinava, noi non ci rendevamo conto di quello che era successo, almeno io. Poi subentrò mio padre che ci fece andare nella camera per non vedere. Il piatto che le aveva tirato addosso le aveva provocato un taglio sulla fronte, per il quale le diedero otto punti.
Il 22 Febbraio del 1975 alle tre e venticinque del mattino, mia madre si spense, mentre teneva stretta la mano di mio padre. Per lui fu tragico vederla chiudere gli occhi per sempre, pensando anche al momento in cui le aveva tirato quel piatto in testa. Era una giornata così bella, tutti erano lì vicini a lei, circondata di fiori profumati. Fuori gli uccelli fischiettavano, sembrava che le dicessero “svegliati, alzati, vieni ancora tra noi!”. Purtroppo la morte non dà speranza e in quel momento non rimaneva altro che rassegnarsi.
Nostro padre venne a chiamarci senza dire nulla, disse solo che dove ci saremo recati di lì a poco avremmo dovuto fare molto silenzio. Eravamo piccoli, io avevo 9 anni e mio fratello dodici, ancora non riuscivamo a capire. La vedemmo nella bara, tra i fiori e tutti i parenti. Nessuno parlava. Era molto bella, la guardavo ma non capivo che stava riposando per sempre dentro a una cassa. Poco dopo vennero due persone per chiuderla, prima però ci diede la benedizione il parroco e tutti insieme le regalammo l’ultimo saluto. Partiti dalla camera mortuaria dell’ospedale, raggiungemmo il cimitero di Sant’Ermete, dopo la celebrazione della santa messa in sua memoria nella chiesa nei pressi. Usciti dalla chiesa, quattro persone presero la bara, se la issarono sulle spalle e fecero capo a un corteo che la accompagnò al cimitero, distante quasi due chilometri, che facemmo a piedi. Io e i miei cugini portammo quelle belle corone di fiori. In prima fila c’era mio padre, insieme a tutti i parenti che cercavano di farlo calmare per aver perso la moglie.
Giunti al cimitero, ecco la nuova casa di mia madre, ancora non mi rendevo conto fosse proprio lei. La misero dentro a quel tombino, dopodiché il prete le diede l’ultima benedizione. Io continuavo a guardare, ma non riuscivo a rendermene conto. Dopo la scossa, nostro padre tenne con sé me e mio fratello ancora qualche anno. Ci mandò a scuola, ma entrambi non eravamo portati per i libri. Ricordo che io, il più delle volte, tornavo a casa con dei cinque e mio padre mi metteva in castigo. Io purtroppo per lo studio non ero proprio all’altezza, tanto che con mio padre rimasi fino alla fine della prima media e gliene combinai di tutti i colori. Ogni mattina ero sempre fuori dalla porta, perché mi avevano messo vicino a un compagno col quale mi divertivo a fare casino, invece che a studiare. Quando arrivò l’esame per finire la prima media fu una liberazione: l’incubo era finito.
Passò qualche mese, e un bel giorno, mentre cenavamo, mio padre mi disse che presto sarei andato a vivere con mia nonna, perché lui non era più in grado di tenere sia me che mio fratello dopo il dolore della perdita di mamma. Sulle prime rimasi stupito, ma poi accettai ben volentieri.
Appena arrivato a Ravenna, mia nonna mi accolse contenta, e saputo che sarei rimasto lì per sempre fece i salti di gioia. Un’ora dopo mio padre se ne andò: gli dissi di venire a trovarmi spesso. Da mia nonna feci conoscenza con altri ragazzi del palazzo. Poco dopo il mio arrivo, lei si diede da fare e mi fece continuare la scuola iscrivendomi alla seconda e alla terza media. Prima di ricominciare gli studi, mi divertivo a giocare coi ragazzi del palazzo dove abitavo con mia nonna. Lei spesso, essendo religiosa, si faceva accompagnare in chiesa, e col tempo cominciai a frequentarla. Anche lì conobbi altri amici, imparai a fare il chierichetto e mi piaceva a tal punto che tutti i giorni andavo a servire la santa messa e a giocare con gli altri bambini. Mi divertivo anche ad essere utile, e aiutavo il parroco a scrivere lettere di invito o a consegnarle casa per casa.
Quattro o cinque mesi dopo, un giorno mi capitò di andare con mia nonna a trovare la zia: era tanto tempo che non la vedevo e mi fece molto piacere. Quel giorno c’era anche mia cugina. Se ne stava in camera sua a esercitarsi con la fisarmonica. Rivolto a mia zia dissi: “Posso andare su a sentire suonare la Dania?”
Lei mi rispose “Certo, vai pure” e andai a bussare alla sua porta. Dania mi fece entrare, la baciai e mi chiese come stavo.
“Vieni dentro Daniele – mi disse – mi sto esercitando a studiare. Accomodati. Io intanto continuo.”
La sua cameretta era piccola ma molto carina. La guardai con molta curiosità, e mentre osservavo le cose attorno a me, mi entrava nell’orecchio il dolce suono di quella fisarmonica. Rimasi molto affascinato, sentivo dentro di me qualcosa che mi entusiasmava. Sentivo anche io il desiderio di imparare a suonare quello strumento. Le melodie che suonava mi colpivano nel cuore. Ad un certo punto le chiesi: “E’ molto faticoso suonarlo?”
Lei rispose che era facilissimo, ma che era necessario andare a scuola. Le dissi del mio desiderio di imparare, e di quello che avevo provato ascoltandola, così Dania chiamò subito mia zia e mia nonna, che al sentire la notizia rimasero stupite. Non avrebbero mai immaginato che mi sarebbe venuta quell’ispirazione.
A quel punto, mia zia mi diede l’indirizzo della scuola, che guarda caso si trovava poco lontano da casa sua. Con mia nonna mi precipitai a prendere un appuntamento per fissare il mio primo giorno di lezione. Non stavo in me, e non vedevo l’ora di iniziare. Col passare dei giorni e dei mesi, questa passione diventò sempre più forte, tanto che andavo avanti più del solito, senza che la mia maestra me lo insegnasse. Lei mi sgridava, dicendo che non ero ancora all’altezza per suonare quel genere di brani, ma era più forte di me. Quei bei motivi mi trasmettevano un non so ché, che mi faceva andare oltre, più del dovuto. Anche se sbagliavo, e la maestra non era d’accordo, io continuavo in quella maniera. Ero incontenibile. Mia nonna era molto entusiasta di avere un nipote così, però una cosa che ricordo, quando era il momento dell’esercitazione, fino a quando non avevo finito non potevo uscire a giocare.
Frequentavo ancora la chiesa. Mi divertivo la domenica ad andare a vedere i film in parrocchia. Il parroco della chiesa, una volta all’anno organizzava il “Cavallino d’Oro”, una festa che durava quattro giorni e dove tutti i bambini si esibivano per cantare. Inoltre, c’era la pesca di beneficienza. Un giorno, mentre mi trovavo là ad aiutare il parroco, mi lasciai sfuggire che suonavo la fisarmonica. Il parroco, tutto contento, mi invitò a esibirmi. Avevo una paura terribile, non avevo ancora provato l’emozione di suonare in pubblico. Piano piano si sparse la voce tra i parrocchiani che, conoscendomi come bravo ragazzo, facevano il tifo per me. Tanti giorni di studio, tante sgridate da mia nonna per le esercitazioni. Avevo ancora paura. Mi preparai un brano, secondo le mie capacità, un brano molto bello.
Circa un anno dopo, arrivò il giorno dell’esibizione. Ero in agitazione, ma ce la misi tutta per non fare brutta figura nei confronti delle persone che tifavano per me. Era il mese di Maggio, e in parrocchia si festeggiava il Maggio con Maria, rosari e messe in ricordo della Beata Vergine. Una festa molto bella e divertente. Erano le otto e mezza del primo di Maggio, le luci erano molto abbaglianti, la gente iniziava ad arrivare, mentre una parte entrava prima in chiesa per dire il santo rosario e dopo veniva ad ascoltare. La paura si faceva sempre più vicina. Era arrivato il momento.
Lo spettacolo iniziò con l’esibizione di alcuni bambini. Giunto il mio momento,, finalmente mi esibii, e dentro di me rimase il timore fino alla fine. Quanta gente c’era, il cortile era pieno. Mia nonna era in prima fila insieme a mia zia e a mia cugina. Tutti erano presenti, tranne mio padre. Conclusi l’esibizione e non credetti ai miei occhi: appena uscito da dietro le quinte, tutti mi vennero incontro per complimentarsi con me, augurandomi di continuare sempre così. Che serata fu quella, mai avrei creduto di passare una serata così divertente.
I mesi trascorrevano, e un giorno, mentre facevo lezione, la mia maestra ritenendomi in grado mi invitò insieme al suo gruppo a partecipare a un concorso che si teneva ad Ancona, con il suo complesso “Villanella Junior”, formato dagli allievi della scuola. Iniziai a mettermi d’impegno nelle prove, perché il concorso si sarebbe tenuto il 27 Aprile del 1981.
Il brano da lei scelto era abbastanza difficile, ma lo studiavamo con molta passione per poter ottenere un buon risultato, e far fare bella figura alla nostra maestra. Dopo tanti sforzi, arrivò il giorno del concorso. Partimmo alle sei del mattino e raggiungemmo Ancona per le nove. Il concorso si teneva in un teatro, e quando arrivammo le sale erano già piene di complessi, solisti e così via, tutti già pronti per esibirsi. Tutta quella gente occupava ogni angolo del teatro, e a noi non rimase che metterci in un angolo della scalinata, in attesa della chiamata. Eravamo abbastanza terrorizzati, ma sicuri che ce l’avremmo fatta. Sotto il palco dove ci dovevamo esibire c’era la giuria, formata da dieci persone. Finita l’esibizione, ce ne tornammo lungo la scalinata ad aspettare l’esito di questo concorso. Le risposte sarebbero state pronte solo nel pomeriggio, così insieme alla nostra maestra ci recammo a mangiare qualcosa.
Al ritorno, di fronte al teatro vedemmo esposti i famosi risultati: primi assoluti. Fu incredibile, eravamo tutti contenti, e anche la nostra maestra era rimasta molto soddisfatta dell’impegno dei suoi allievi. A tutti diedero un diploma di partecipazione e a lei un diploma di merito. Anche l’anno successivo venni chiamato a partecipare a un altro concorso e lì purtroppo arrivammo terzi.
Col tempo, conobbi un altro ragazzo fisarmonicista. Ci frequentavamo molto spesso, tanto che diventammo amici. Aveva quindici anni, anche lui con ottime capacità musicali. Tutti i giorni andavo a casa sua non solo per giocare, ma anche per sentirlo suonare. Volevo sentire se era come lo descriveva mio padre, “il più bravo di tutto il paese”. Devo dire che se la cavava molto bene. Frequentava una scuola professionale, diversa dalla mia, e questo lo faceva esaltare. Ogni tanto suo padre e il mio ci mettevano a confronto per vedere chi suonava meglio. Naturalmente mio papà, per non deludere i suoi e sentirsi superiore, non esitava a dare loro ragione, dicendo che anche io ero bravo ma che venendo da una scuola privata ero meno valevole di lui. Ero ancora giovane e non mi rendevo bene conto che quel che diceva mi faceva male. Avevo ancora molta voglia di giocare e divertirmi, così la presi a ridere.
Quando andavo a trovare il mio amico, notavo che ogni giorno arrivavano tre o quattro pacchi alla volta. Incuriositomi, gli chiesi cosa fossero, e mi rispose che erano pacchi di musica che si faceva mandare da complessi folcloristici. “E come fai a riceverli a casa?” gli chiesi.
“Facile! Devi solo scrivere all’indirizzo che vedi sopra alla busta, una lettera in cui dici che desideri ricevere spartiti musicali. Ricordati di accludere che fai parte di un’orchestra di liscio!”
“Posso prendere un pacco? Vorrei provare...”
“Prendi pure, guarda quanti ne ho, ogni settimana me ne arriva sempre.”
Lo ringraziai, tornai a casa e provai a inviare la lettera come mi aveva consigliato. Dopo due settimane, iniziarono ad arrivarmi pacchi e pacchi di musica. Ero davvero contento. Questa mia ispirazione per la musica mi fece andare più in là del previsto. Vedendo che componeva anche musica, presi spunto da lui e a quel punto mi misi anche io a scrivere. Un giorno andai a lezione e dissi alla mia maestra che sapevo comporre musica. Lei rimase molto stupita. Io, copiando altri brani avevo provato a scrivere un piccolo pezzo e glielo feci vedere. Lei capì subito che non era opera mia. Lo guardò molto attentamente e disse: “Sei sicuro che questo brano l’hai composto tu?”
Io annuii e la maestra mi guardò in modo strano, poi disse: “Io non ci credo, secondo me lo hai copiato. Come puoi aver composto un brano del genere, quando ancora non ti ho insegnato come fare?”
Rimasi immobile senza parole, e a un tratto alzandosi prese un foglio musicale, e mettendomelo davanti mi ordinò: “Ora voglio proprio vedere se sai scrivere musica. Queste sono quattro misure, tu ne devi formare trentasei. Ti dò un’ora, giusto il tempo di andare a casa e tornare qui per controllare.”
La guardai stupito, il suo gesto mi aveva messo in crisi, aveva capito che non ero io il compositore di quel brano. Ero davvero disperato, non sapevo che inventare per non collezionare una brutta figura nei suoi confronti. Mi era rimasta solo una cosa da fare: provare a comporre queste trentasei battute. Ancora non ero pronto ad affrontarlo, ma dentro di me sentivo che volevo imparare. Era più forte di me, non stavo bene senza imparare anche a comporre. Passò l’ora che avevo a disposizione, e io non avevo composto nulla nonostante ci avessi provato. La maestra arrivò, e il cuore mi batteva forte per la brutta figura che stavo per fare.
“Allora, come sei messo?” mi chiese. Le risposi con sincerità.
“Mi perdoni, ma ciò che ho detto è falso. Aveva ragione, non sono ancora pronto per comporre, però le voglio dire che desidero imparare al più presto.”
“Lo avevo capito subito, dal primo momento, che il brano era copiato.”
“Ma se le dico che vorrei imparare, lei è d’accordo?”
“Per me non è un problema, se vuoi ti insegno.”
Vedendo il mio entusiasmo, iniziò subito. Si alzò, aprì l’armadio e prese dei fogli musicali vuoti, poi si rimise a sedere e scrisse le prime quattro battute, da dove ne dovevo formare trentasei.
“Ecco, questi sono piccoli esercizi per imparare a comporre musica, quando verrai la prossima volta me li farai vedere.”
La ringraziai scusandomi della bugia, e me ne andai tutto contento a casa perché volevo iniziare a esercitarmi a comporre, senza vedere nessuno. Non volli vedere neppure mia nonna, che non capì cosa era successo. Per tutta la settimana mi impegnai molto, e il mio impegno alla fine mi premiò perché in poco tempo imparai a scrivere musica.
Quando andai a lezione, mostrai alla mia maestra ciò che avevo fatto. Nonostante ci fosse qualche errore che mi era sfuggito, ma era naturale, lei disse: “Devo dire che ce l’hai messa tutta, con pochi errori, hai dimostrato di avere buone capacità. Mi lasci davvero sbalordita, sei il primo allievo che va avanti più del solito senza ascoltare i miei insegnamenti.”
Col tempo, iniziai a comporre i miei primi veri pezzi musicali. Il primo lo composi nel 1985 e gli diedi il titolo “Il pezzo grosso”, dedicato a una persona che avevo conosciuto nel frattempo, e che mi aveva insegnato come scrivere musica. Questo maestro mi insegnò anche come tenere coperti i diritti del compositore, iscrivendomi alla S.I.A.E. perché io non sapevo come fare.
Nel frattempo, ero riuscito a trovarmi un’orchestra di liscio con la quale uscivo, ma non solo: le mie capacità mi portarono a partecipare pure a un concorso in TV, dove ottenni il primo premio consegnatomi alla “Cà del liscio” a Ravenna. Non mi sarei mai aspettato di avere tanto successo e arrivare secondo o primo in assoluto, vedendo che vi partecipavano tutti i più bravi musicisti del paese.
La cosa che mi diede più fastidio fu il comportamento di mio padre davanti a parenti, amici e gente che si complimentava con me: invece di essere contento, aveva preferito dare soddisfazione al ragazzo che andavo a trovare tutti i giorni e che non aveva partecipato al concorso. Visto il suo comportamento e sentitogli dire davanti a tutti che ero bravo ma quel ragazzo era migliore, non ci vidi più. Appena arrivati a casa, gli dissi tutto ciò che si meritava. Rimase molto meravigliato, ma io non ne volli più sapere di lui tanto che lo invitai a andarsene a casa sua, gli dissi che se fosse tornato a trovarmi, non avrei più suonato davanti a lui e che avrebbe fatto meglio ad ascoltare l’altro ragazzo, visto che a suo dire era meglio di me.
Passato qualche mese, ritornò a farmi visita. Ero ancora arrabbiato con lui, e quando disse che voleva sentirmi suonare gli risposi: “C’è un’altra persona che ti aspetta per questo, io non c’entro. Non sono bravo come lei.”
Mi disse che potevo imparare molte cose da lui. Così parlammo un po’.
“Hai visto anche tu che quel che ho fatto, l’ho imparato da solo.”
“Sì, ma frequentare una scuola più professionale potrebbe essere una cosa valida.”
“E’ vero, ma io ho già cinque anni di scuola alle spalle, e non ho proprio intenzione di cambiare metodo.”
“Ma perché non provare?”
“I suoi genitori ti hanno proprio convinto, vista l’insistenza con la quale vuoi che venga là.”
“Vedrai che ti troverai bene.”
“Io non ci credo, ma dato che ci tieni tanto, proviamo.”
Non appena accettai, il suo comportamento nei miei confronti cambiò radicalmente. Così iniziai a provare. Quando mi trovai alla prima lezione, subito vidi che il modo di fare del nuovo maestro era troppo diverso e molto difficile da apprendere. I suoi allievi, quando non riuscivano a farcela, venivano sgridati spesso, e io non lo accettavo. A dire il vero, era un maestro molto bravo, ma non riuscii ad apprendere il suo metodo nel giro di un mese, tanto che un bel giorno, dopo aver avvisato mio padre che non volevo più spendere soldi senza vedere risultati, dissi al maestro che non sarei più andato a lezione, perché non mi sentivo più all’altezza della situazione. Mio padre non accettò per nulla la mia decisione, per lui io dovevo assolutamente continuare, ma a cosa sarebbe servito spendere soldi e non riuscire a imparare? Cercò di convincermi ma io fui irremovibile, e nulla mi fece cambiare idea. La sua rabbia gi impedì di accompagnarmi dal maestro, tanto che fu mio fratello a farlo, sebbene fosse molto arrabbiato anche lui. Giunto a scuola, spiegai subito al maestro le mie ragioni, e rimase molto sorpreso, ma vista la mia decisione, mi fece tanti auguri per il futuro e mi congedò.
Finalmente mi ero tolto un peso, ma ne subentrò subito un altro. Mio padre a riguardo non disse una parola, mi caricò con la fisarmonica in auto e mi accompagnò in stazione, lasciandomi lì da solo senza un soldo, e andandosene via. Era buio, e non sapevo come fare. Decisi di prendere ugualmente il treno. La fortuna volle che nessun controllore si fece vedere. Montai su e raggiunsi Ravenna. Giunto in stazione, c’era un nuovo problema: dovevo portare a casa la fisarmonica. Piano piano iniziai ad avviarmi, mia nonna sapeva già tutto ma non immaginava che mio padre avesse avuto un comportamento del genere. Il caso volle che proprio dopo aver fatto qualche metro, due signori che erano clienti del bar dove lavoravo passarono proprio di lì e, vedendomi, mi salutarono e mi chiesero se avevo bisogno. Gli risposi di sì e raccontai il mio viaggio, e rimasero molto sorpresi dall’atteggiamento che aveva avuto mio papà.
Arrivai finalmente a casa, e mia nonna era in cortile che mi aspettava. Mi vide scendere dall’auto pensando fosse quella di mio padre e mi venne incontro, ma quando scoprì che i miei accompagnatori erano altri, li ringraziò molto. Stanco, portai su in camera mia la fisarmonica. Sembrava essere tornato tutto a posto, e ritornai così alla mia vita di sempre.
IL SERVIZIO MILITARE
Compiuti diciannove anni, venni chiamato per il servizio militare. Insieme a me partì un mio caro amico, che abitava nel mio stesso stabile sopra di me, e venne mandato nello stesso paese e nel medesimo contingente. Nonostante questo, la mia mente era piena di sconforto, pensando a tutti gli affetti che lasciavo, a dov’ero nato, alla musica che era la mia vita e all’ignoto a cui andavo incontro per la prima volta. Sentivo che la mia vita da ragazzo spensierato era finita, e cominciava la mia vita di uomo.
La stazione è un luogo triste, la gente si lascia, il tempo vola e si vorrebbe che il treno non arrivasse mai. E invece, purtroppo, il treno porta via tutte le illusioni, e quando ti ci siedi sopra pensi che ormai è fatta, che non rimane altro che rassegnarsi e pensare al futuro. Un anno, era questo a cui pensavo in quei momenti: un anno da trascorrere con persone che non conoscevo e che venivano da ogni parte d’Italia.
Partimmo io e lui insieme, dalla stazione di Rimini, alle sei del mattino del 22 Giugno 1986. Eravamo un po’ abbattuti, lasciare i propri cari faceva un brutto effetto ed era faticoso da accettare, ma dovemmo affrontare anche questa esperienza. Durante il viaggio parlammo di tante cose, compresa l’esperienza a cui stavamo andando incontro. Eravamo molto preoccupati, perché chi aveva già fatto il servizio militare ci aveva detto che erano molto severi, e che, se ci fossero stati i cosiddetti “nonni”, l’anno sarebbe stato molto difficile da superare. Il viaggio fu molto lungo fino a Foligno. Arrivati in stazione, visto che nessuno era presente ce ne andammo a prendere un panino. Riuscimmo a malapena a finirlo, perché ad un tratto si presentarono due militari e ci chiesero i nomi. Il loro tono secco e perentorio e i loro ordini di seguirli ci lasciarono, almeno a me, molto spaventati, facendoci capire che davvero la vita di caserma era pesante. Ormai era fatta, da lì non si poteva più uscire.
La caserma era abbastanza vicino alla stazione. Appena entrati, ci portarono in una stanza dove controllarono le valige, per essere certi che non avessimo coltelli, ferro o altri oggetti pericolosi. Poi, presero i nostri dati anagrafici e ci separarono: mi mandarono nella terza compagnia, mentre lui finì nella prima. Accettai con difficoltà questa separazione, perché conoscevo solo lui, ed era il mio punto di riferimento. Potevo solo sperare di rivederlo, un giorno.
Arrivato in camerata, non riuscii a trattenere la mia commozione davanti a tutti. Non conoscevo nessuno, e per questo si divertivano a farmi scherzi, costringendomi a spostare la mia roba dal luogo in cui ero stato assegnato, dicendomi che avevo sbagliato. Li guardavo sempre con il timore negli occhi, e iniziavo a capire molte cose che mi avevano detto prima della mia partenza. Condividere la stessa stanza con tutto gli altri commilitoni per me fu molto difficile, non solo perché subivo i tiri che mi giocavano, ma anche perché non riuscivo ad avere dialogo con loro.
Dopo qualche settimana, iniziai finalmente a fare conoscenza con qualcuno, e la mia timidezza nei loro confronti andò piano piano scemando. Diventammo tutti ottimi amici, come fratelli, e passammo il primo mese in allegria. Erano tutti ragazzi in gamba, e quando vedevano che ero triste, mi venivano incontro e cercavano di farmi superare i brutti momenti, aiutandomi a non pensarci troppo. Il rapporto di amicizia con loro era bellissimo, ma era la mancanza del mio compagno di viaggio e dei miei genitori a buttarmi giù di morale.
La sveglia del mattino era alle sei e mezzo. Ci si vestiva di corsa, per poi precipitarsi a fare colazione e all’adunata, dopo trenta minuti di ginnastica. I superiori erano molto severi, non dovevi sgarrare: la divisa doveva essere sempre in ordine, e se così non era ci ritiravano il cartellino che ci permetteva di uscire dalla caserma. Alla sera, la libera uscita era per le sei, con il rientro previsto alle ventitrè. Nell’arco del primo mese, non riuscii nemmeno una volta a vedere il mio carissimo amico d’infanzia. La cosa mi rattristava sempre di più, anche se mi ero creato nuovi amici.
Quando rientravamo dalla libera uscita, si svolgeva di corsa il contrappello: dovevamo indossare di nuovo la divisa, prima che il comandante ci chiamasse uno ad uno. Come in tutte le caserme, il vitto non era eccellente, così quando potevo andavo insieme ai miei compagni a mangiare fuori. Si avvicinava il giorno del giuramento, e noi tutti non vedevamo l’ora.
Il quattordici Luglio dell’84 arrivò il sospirato evento: ci fecero alzare molto presto e ci lasciarono fare colazione, dopodiché chiamarono l’adunata per prepararci a quel giorno così importante. L’interno della caserma si stava già riempiendo di genitori e parenti. Io ero molto contento perché sapevo che in mezzo a tutta quella gente c’erano anche mio padre e mia nonna.
I miei superiori, però, non mi lasciarono partecipare perché mi avevano trovato ancora un po’ brillo dalla sera prima, che avevo trascorso fuori a cena. Non ero stato giudicato idoneo, e così, quando finì la cerimonia mi precipitai a vestirmi da civile e andai di corsa davanti al portone, per vedere se il mio amico e mia nonna fossero lì come tutti gli altri genitori. Non li vidi, e deluso pensavo che non fossero riusciti a venire. Non mi rimaneva altro che tornarmene in camerata, dove mi sdraiai sul letto, fissando il muro sopra di me. Qualche lacrima scendeva dal mio viso, lo stanzone era vuoto ed ero completamente solo. Mi chiedevo perché non fossero venuti, quale problema avessero avuto per non avermi avvisato. Piangevo come un bambino, quando d’un tratto arrivò un mio commilitone.
“Daniele, cosa stai qua a fare? Non senti che ti hanno chiamato?”
“Ma dai. Non sono nemmeno venuti i miei...”
“Tu stai scherzando! Ti stanno chiamando da più di mezz’ora!”
Lo ringraziai concitato e commosso, e andai a cercare i miei. Finalmente rividi tutti, il mio carissimo amico d’infanzia, nonna e papà. Non si può comprendere né immaginare la mia gioia, non ero più solo. Anche io avevo qualcuno che era venuto fino a lì a trovarmi.
La libera uscita era all’una, non stavo più in me e non vedevo l’ora di riabbracciarli. Quando li strinsi a me, ero agitatissimo: quel giorno mi venne una parlantina tale, che nessuno riuscì a bloccarmi. Ero troppo contento.
Andammo a festeggiare l’evento ad Assisi, non molto distante da Foligno. Volevo raccontare tutto, entusiasta, dire loro come avevo trascorso quel mese, degli amici che avevo trovato e tante altre cose. Il tempo trascorse veloce e arrivò il momento di tornare in caserma, il più brutto della giornata. Fu un duro colpo, ma lo affrontai perché la visita dei miei mi aveva ridato serenità e coraggio. Il giorno dopo, alle dieci, non sapendo che fare mi misi a girare per la caserma e guarda caso, mi scontrai col mio carissimo amico.
“Dove stai andando così di fretta?” gli chiesi.
“Me ne vado a casa.”
Stupito, gli domandai se avesse la libera uscita anche quel giorno.
“No, basta che ti giustifichi con una visita ai parenti, e ti lasciano uscire” mi rispose. Gli chiesi di aspettarmi, e mi disse di sbrigarmi perché il treno stava per arrivare. “Un attimo e sono da te!”
Andai di corsa a prendere il portafoglio e lo raggiunsi per andare a prendere il treno. I nostri genitori erano all’oscuro di tutto, non si sarebbero mai aspettati il nostro arrivo improvviso. Prendemmo il primo treno disponibile, senza accorgerci che era un rapido: dovevamo pagare la differenza ed eravamo nei guai. Costretti a mettere gli ultimi soldi per il supplemento, alla fine partimmo: eravamo così contenti che ci si divertiva a scherzare tra di noi cantando e ridendo. Tra una risata e l’altra, giungemmo a destinazione: ci accorgemmo però che era quella sbagliata, il treno si era fermato a Sant’Arcangelo, mentre noi avremmo dovuto proseguire fino a Savignano sul Rubicone.
“E adesso che facciamo?”
“Andiamo a vedere se c’è un altro treno che si ferma.”
In piedi davanti al tabellone, leggemmo che di treni non se ne fermava nemmeno uno. Ci guardammo in faccia. Rimaneva una sola cosa da fare. L’autostop.
“Stai scherzando?!”
“Vedi alternative? Vogliamo andare a casa? Speriamo di essere fortunati e trovare qualcuno che ci carichi.”
La fortuna volle assisterci, tanto che dopo un po’ di strada a piedi, si fermò una persona. Andava a Forlì, e visto che per Savignano si percorreva la stessa direzione, ci caricò in auto e ci accompagnò. Una volta raggiunta casa, lo ringraziammo di cuore della sua gentilezza.
I nostri genitori si trovavano in cortile, e non si immagina la contentezza che provarono nel vederci arrivare, dopo la visita a Foligno.
“Come mai di nuovo qui?!”
“Avevamo la libera uscita, e visto che c’era un po’ di tempo, abbiamo pensato di venire a trovarvi.”
Anche mia nonna era lì con loro. Pranzammo tutti insieme e io e il mio caro amico, in particolare, festeggiammo quest’ultimo giorno, perché sapevamo bene che, al nostro rientro, il distacco sarebbe stato inevitabile. Il tempo era poco e passò molto velocemente. Arrivò presto l’ora di ripartire e con tristezza lasciammo di nuovo i nostri genitori. Mia nonna era talmente giù di morale che subito si mise a piangere. Per lei stare lontano da me significava quasi perdermi, ma riuscì a superare quel momento. E così, ripartimmo mogi.
Due giorni dopo il nostro rientro, i nostri superiori ci chiamarono per avvisarci che ci avrebbero spostato, mandandoci in un’altra città. Sperai fino all’ultimo che affidassero il mio amico alla stessa compagnia a cui ero destinato io, ma purtroppo non fu così. In quei giorni ci si vide e se ne parlò. Lo avevano destinato a Portogruaro, mentre io sarei partito per Bracciano, in provincia di Roma. Questo nuovo distacco mi mandò in crisi: non avrei potuto più stare insieme a lui, che era il mio punto di riferimento, e non solo; pesava in tutto questo anche il distacco coi miei commilitoni, coi quali avevo instaurato un bel rapporto di vera amicizia. Superare quella situazione era difficile per me.
L’ultima sera, prima della partenza, andammo a cena fuori tutti insieme. Ero davvero contento, ma l’idea che quella serata sarebbe stata l’ultima mi spinse a bere più del dovuto, per scacciare i pensieri tristi e dimenticare. Mi bastarono solo tre bicchieri di vino per mandarmi su di giri. I miei compagni, che avevano già notato le mie condizioni, cercarono di tenermi d’occhio, perché non capivo cosa facevo e scappavo di qua e di là, ritrovandomi spesso in mezzo alla strada, col rischio di essere investito. Dopo una breve corsa, riuscirono a prendermi e, tenendomi in tre, mi riportarono in caserma. Non stavo in piedi, e guarda caso dovevamo fare il contrappello in mimetica. I miei commilitoni cercarono di aiutarmi, ma nonostante questo io non riuscii a fingere che non fosse accaduto nulla. Entrò il tenente e guardò subito me, perché si notava che avevo bevuto, ma per fortuna chiuse un occhio. Finito il contrappello, gli amici mi aiutarono a spogliarmi e a mettermi a letto. Mi risvegliai il mattino seguente, completamente bagnato e circondato da carta igienica: fu quello l’ultimo scherzo di addio.
Stavo ancora molto male, ma purtroppo quello era il giorno del trasferimento e dovetti farcela a tutti i costi. Ci radunarono tutti in cortile, vidi da lontano il mio carissimo amico d’infanzia e lo salutai. Poco dopo salì sulla camionetta che lo portò a Portogruaro. Non ci saremmo più visti per tutto il periodo della naja. Arrivò anche la mia camionetta, che mi caricò insieme agli altri e ci accompagnò in stazione: prendemmo il treno con destinazione Bracciano. Non conoscevo nessuno, e così mi isolai mentre tutti gli altri erano contenti e si divertivano a scherzare tra di loro. Arrivati a destinazione, dovetti farmi aiutare a trasportare le valigie, non mi sentivo ancora bene dalla bevuta della sera prima e non ero ancora in grado di farlo da solo. Scendemmo dal treno, e in stazione ci attendeva già una camionetta, che ci caricò per portarci in caserma. Vicino c’erano altri mezzi, che trasportavano dei ragazzi, ex militari in congedo. Questi si rivolsero a noi, che eravamo nuovi, e ci dissero, a voce alta: “Non vi passa più!”. Era il loro modo di salutare quelli che iniziavano.
Alle 17.30 arrivammo in caserma. Il reparto che mi avevano assegnato era quello degli Specialisti. Appoggiammo le nostre valigie i camerata, in attesa di essere chiamati di nuovo. Dopo poco, ci mandarono a prendere lenzuola e coperte, perché il resto l’avevamo già portato con noi.
Dopo averci consegnato il necessario, venimmo chiamati dal nuovo tenente che prese di nuovo nota dei dati anagrafici. Finalmente ritornai in camerata. La maggior parte dei commilitoni che stavano con me erano tutti di Roma, tanto che quando erano in libera uscita, tornavano a casa dai loro genitori, mentre io dovevo stare lì da solo perché ero l’unico più lontano. Non avevo trovato ancora nessuno con cui legare e instaurare un’amicizia.
Due settimane dopo ci chiamarono per andare al poligono. Avevo una fifa terribile. Vedevo gli altri sparare, e ricordo che uno dei miei commilitoni tirò una bomba vicino al suo tenente, tanto che rimasero feriti entrambi.
Questo fatto mi preoccupò moltissimo, tanto che quando fu il mio turno, dissi al mio tenente: “Per piacere, spara lei al posto mio?”
Mi rispose con rabbia, chiedendomi se stavo scherzando e se fossi o no un miliare. Io avevo solo paura.
Dovetti mettermi il cuore in pace e prepararmi all’esercitazione. Il mio comandante si accorse subito che il colpo in canna non era inserito alla perfezione e con rabbia, e per questo motivo mi diede tre giorni di sospensione. La mia reazione immediata fu quella di piagere come un bambino. Quando il comandante mi vide in quello stato, mi fece capire che l’aveva fatto per aiutarmi a reagire alla paura. Una volta finita l’esercitazione, si ritornò in caserma.
Prima di partire per il servizio militare, pensavo che sarebbe stata una vita molto difficile, ma una volta iniziata e trovato un punto di riferimento, mi accorsi che era meglio di quanto non credessi. Il primo anno, anche se molto duro, avevo cercato di passarlo nel migliore di modi, conoscendo molte persone che non avrei mai conosciuto altrimenti. Certo ci furono anche momenti più pesanti da sopportare.
Un giorno mi diedero il compito di pulire le pentole, in mensa. Avevo svolto il mio lavoro normalmente, anche se mi sentivo influenzato, ma quando il caporale venne a ritirare le pentole, mi disse che non erano lavate bene.
Gli risposi che non era vero, che avevo messo tanto impegno per pulirle, ma dopo averle ricontrollate, lui mi ripetè la stessa cosa: “Guarda che non sono pulite bene.” Stavo molto male, e la cosa mi rendeva ancora più nervoso, tanto che improvvisamente sbottai: “Se non ti vanno bene, lavatele tu!”
Per questa sciocchezza ci mettemmo a discutere, fino al punto in cui alzai la voce verso di lui, offendendolo. Finito il mio lavoro, ritornai in camerata e mentre mi preparavo per farmi una doccia, improvvisamente vennero ad avvisarmi che avrei dovuto presentarmi al più presto dal colonnello. Pensai a cosa mai fosse successo, non immaginavo che la mia risposta data al caporale avesse già fatto il giro della caserma fino ad arrivare al colonnello. Mi vestii velocemente e mi recai subito da lui.
Arrivai davanti alla porta del suo ufficio e attesi la chiamata. Una volta entrato, feci subito il saluto militare, dopodiché mi fece sedere e disse:
“Ravaioli, mi è stato riferito che lei oggi sul lavoro ha avuto una discussione con il suo caporale. E’ vero?”
Io annuii e confermai.
“Lo sa che non si può discutere con il suo caporale quando le dà un ordine?”
“Lo so, e me ne dispiace tanto. Ero stanco e non mi sentivo bene, comunque le chiedo ancora scusa, non succederà più.”
Questa infrazione mi portò un giorno di che regolarmente si sconta alla fine sel servizio, ma io fortunatamente non lo scontai. Mi aveva dato solo una piccola lezione, per farmi capire che in quel mondo non si poteva fare come si voleva.
L’ispirazione per questo diario, e la voglia di appuntare tutto quel che mi è accaduto dall’infanzia fin’ora, mi venne proprio in caserma, vedendo un commilitone scrivere: io non seppi mai quel che si annotava, perché era molto riservato e non amava fare leggere i suoi scritti privati.
Passato qualche mese, mi misero in ufficio sino al congedo, perché non vedevano in me una persona in grado di fare la guardia come tutti gli altri. I miei compagni, quando vennero a sapere della cosa, si infuriarono e mi diedero del “paraculo”, perché pensavano fossi una persona debole che era riuscita ad avere qualche raccomandazione.
Un giorno, parlando col tenente in ufficio, mi lasciai sfuggire che quando ero civile suonavo la fisarmonica: lui ne fu entusiasta, e visto che mi si presentava l’occasione di tornare a casa e rivedere i miei, mi lasciò andare raccomandandosi di portarla con me, al ritorno. In questo modo avrebbero potuto organizzare un ritrovo e una festa, dove avrei suonato e divertito i miei compagni.
I giorni al mio paese passarono molto velocemente, ormai la mia vita era cambiata, tanto che era nato in me il desiderio di firmare e continuare la vita militare: col tempo, questo desiderio svanì perché avevo capito che non era decisamente il mio ramo.
Finiti i giorni di libertà e ritornato a Bracciano, mi resi conto che alle dieci di sera, solo in mezzo alla strada, raggiungere la caserma con la fisarmonica sarebbe stato un bel problema. Chi si doveva presentare in stazione a prendermi, non era venuto. Così, mi incamminai pian piano e, dopo qualche chilometro, passò in auto un mio commilitone, che mi riconobbe e mi diede un passaggio fino a destinazione.
Erano tutti impazienti di sentirmi suonare, e così li accontentai. Non appena attaccai con la melodia, loro rimasero molto stupiti, senza parole, tanto che mentre suonavo, si misero a ballare. La sintonia che si era creata tra di noi era bellissima, sentivo il profumo dell’amicizia vera. Eravamo diventati come fratelli. Mi fecero tantissimi complimenti, e da quella volta la vita passò un po’ meglio a tutti noi, con maggiore divertimento. Quell’anno passò quasi senza che ce ne rendessimo conto. E io tornai alla mia vita di sempre.
Dopo l’esperienza nel servizio militare, però, qualcosa in me era cambiato. Era maturata un’attrazione verso gli uomini, e sentivo sempre più pressante il desiderio di avere qualcuno accanto.
La prima occasione per entrare in contatto con quel mondo a me fin’ora sconosciuto, la ebbi casualmente un giorno mentre, in cortile insieme a mia nonna, ascoltai la conversazione dei miei vicini di casa. Parlavano di una spiaggia nudista dove erano presenti coppie etero e omosessuali, che si ritrovavano lì a prendere il sole integrale. La cosa mi colpì, e la curiosità di vedere coi miei occhi era davvero forte. Cercai di capire come fare per raggiungere questa spiaggia, perché l’idea mi attraeva moltissimo.
Un giorno, con l’aiuto di un mio amico, iniziai le mie ricerche: lui in motorino, io in bicicletta, ci alleammo per cercare questa famosa spiaggia di cui tutti parlavano sottovoce. E finalmente, lì feci le mie prime scoperte.
LE PRIME ESPERIENZE
Finalmente, riuscii a soddisfare la mia curiosità su quella spiaggia e, dopo quella volta, ci tornai da solo. Mi incamminai seguendo le indicazioni che avevo sentito dire dai miei vicini. Il posto era lontano circa un chilometro dal luogo in cui mi trovavo, e il sole picchiava forte, tanto che dovetti mettermi al riparo da quanto scottava. Andai dietro alle dune della spiaggia, e mi resi conto del via vai della gente. Rimasi sorpreso: erano tutti nudi, famiglie intere, donne, uomini, persino bambini. L’avevo trovata.
Mi comportai come gli altri, passeggiando e osservando i presenti: l’unica cosa di cui mi vergognavo era quella di spogliarmi nudo, come lo erano loro. Mentre me ne andavo in giro, mi accorsi che alcune persone mi seguivano. Sulle prime feci finta di nulla, poi, spaventato dal loro comportamento insistente, pensai che l’unica soluzione fosse quella di raggiungere la spiaggia, per capire bene che cosa volessero, e attesi che si avvicinassero.
“Ciao, come va?” mi salutarono. Io risposi loro che andava tutto bene.
“Ti sei forse spaventato? – incalzarono – Sei scappato via come un fulmine!”
“A dire il vero, un po’ sì...”
Iniziammo a parlare, e mi chiesero se fosse la prima volta, quella, che frequentavo la zona. Quando gli risposi di sì, mi chiesero il nome e si presentarono a loro volta, dandomi la mano. Si chiamavano Andrea e Giuseppe.
“Scusaci se ti abbiamo fatto paura, ma appena ti abbiamo visto, ci sei sembrato un nostro amico.”
La conversazione si prolungò il tempo di una passeggiata. Visto che si era fatto tardi e avevano fretta, mi lasciarono salutandomi, e io continuai la mia camminata dietro alle dune. Improvvisamente, comparve un bel ragazzo, alto e fatto bene, che mi invitò a raggiungerlo nel posto che aveva scelto. Io ero timido, ma ero così interessato a conoscerlo ed ero così attratto da lui, che mi incamminai per andare da lui.
Giunto davanti a lui, non riuscii a spiccicare parola, così iniziò a parlarmi:
“Guarda che non ti mangio mica..”
“Lo so” risposi.
“Ti ho visto girare qua intorno e mi hai molto colpito, volevo conoscerti.”
“Anche io desidero la stessa cosa, solo che sono timido.”
“Questo lo avevo già notato” mi tranquillizzò. Così gli raccontai un po’ di me.
“E’ la prima volta che vengo qui. Ne ho sentito parlare dai miei vicini, e la curiosità è stata talmente forte, che sono venuto a dare un’occhiata.”
Scegliemmo un posto più adatto per poterci sdraiare. Stendemmo a terra i nostri asciugamani. I suoi occhi, il suo sguardo, il suo corpo mi attraevano molto. Imrpovvisamente, avvicinammo le nostre labbra l’uno all’altro, e ci baciammo intensamente, abbracciandoci. Lo baciai ovunque. Mi faceva perdere la testa, tanto che finimmo per fare l’amore. Fu un incontro meraviglioso, benché io all’epoca fossi molto chiuso e inibito.
Guardai l’orologio, e mi accorsi che il tempo era volato. Lo dovetti lasciare.
“Si è fatto tardi, mia nonna mi sta aspettando.”
“Vengo con te, anche io devo tornare a casa!”
“Bene, facciamo la strada assieme allora...”
“Molto volentieri.”
Ci allontanammo a piedi dalla spiaggia, scambiandoci le sensazioni sulle ore trascorse insieme. Gli chiesi se era stato bene con me.
“Da quando ti ho incontrato, la mia giornata è andata benissimo.”
Era la mia prima volta, e cercai di fargli capire che per me era stato davvero un momento speciale. Iniziammo a chiaccherare durante il tragitto fino alla sua auto. Poi, ci guardammo negli occhi, ci abbracciammo e con un lungo e appassionato bacio ci salutammo.
Avevo imparato come arrivare alla spiaggia, e così vi feci ritorno anche le settimane successive, facendo sempre degli incontri interessanti. Quando mia nonna mi chiedeva dove andavo, le rispondevo che andavo al mare a prendere il sole, rimanendo sul vago. In realtà, frequentavo di continuo quel luogo, e dopo un po’ scoprii un’altra zona adiacente, imparando col tempo che era un’altra spiaggia per nudisti. Mi spinsi fino a lì, per curiosità, e feci ottimi incontri, conoscendo nuovi amici.
Questa spiaggia era distante qualche chilometro, e per raggiungerla avevo due possibilità: usare l’auto oppure guadare l’acqua, rischiando di cadere in qualche buca di sabbia. Osservai attentamente il corso d’acqua, per valutare se ci fosse pericolo di buche non visibili o di corrente troppo forte. Ero assai indeciso, ma la curiosità fu più forte di qualsiasi titubanza e decisi di attraversare, raggiungendo fortunatamente l’altro lato della spiaggia senza farmi male. Notai che molte persone, che si trovavano lì nei pressi, mi avevano guardato in modo strano perché avevo fatto quel gesto, evidentemente per loro sconsiderato e pericoloso. A me non interessava, la mia curiosità era quella di raggiungere la spiaggia e dare un’occhiata su quel che vi accadeva.
Era un pomeriggio caldo, davvero un caldo pesante, tanto che fui costretto a ripararmi nel sottobosco. Mi incamminai tra gli alberi quando, improvvisamente, vidi un gruppo di persone ferme in un punto di passaggio. Mi chiesi che cosa stesse accadendo, senza rendermi subito conto che stavano tutti guardando qualcosa. Mi avvicinai anche io, e un po’ scandalizzato mi resi conto che due uomini stavano facendo l’amore sotto gli occhi di tutti. Capii che erano esibizionisti: le persone attorno a loro non si limitavano solo a osservare, ma si avvicinavano per toccare chi avevano vicino. Li guardai molto incuriosito, e provai a fare quel che facevano loro, toccando gli spettatori. Sapevo di essere attratto dagli uomini, ma non ero ancora pronto per assistere a determinati comportamenti. Tutti, in gruppo, si toccavano, si baciavano ed era una cosa piacevole per chi apprezza quel genere di esperienze sessuali.
Finito lo spettacolo, ognuno andò per conto suo. Io dovetti andare a casa, mia nonna mi stava aspettando, guai se facevo tardi! Ritornato sui miei passi, dovetti guadare di nuovo l’acqua che nel frattempo si era alzata ed era agitata da una corrente piuttosto forte. C’era più rischio, ma con un po’ di pazienza e affrontando la paura, piano piano raggiunsi l’altro lato della spiaggia e tornai a casa.
Ogni giorno che passava, aumentava la curiosità di rivedere quel posto, e sentivo che dovevo assolutamente imparare la strada per arrivarci in auto, per evitare i disagi e i pericoli della camminata a piedi. Mi avevano detto che di sera era più frequentato, e la voglia di esserci si era fatta logicamente più forte.
Una sera raggiunsi il posto con l’auto. La misi nel parcheggio. Era buio e non nego di aver avuto un po’ di paura. Scesi dall’auto, mi guardai attorno e mi incamminai seguendo altri che si erano già avviati, nello stesso momento in cui arrivava altra gente. Raggiunsi l’entrata del sentiero che portava in spiaggia. Era lì il famoso ritrovo, si potevano incontrare ragazzi e conoscere persone nuove. Quel giorno c’era la luna piena, si vedeva qualcosa ma non troppo. Era una stradina sabbiosa, molto buia. Vedevo tutta quella gente girare avanti e indietro, col buio, senza farsi alcun problema, così dissi a me stesso: “Se lo fanno loro, posso farlo anche io”. Mi misi a camminare, ma faticavo nell’oscurità a trovare gli altri sentieri lungo la stradina. Per capire se un ragazzo ti piaceva, inoltre, dovevi vederlo da vicino e andargli quasi addosso, o non riuscivi a distinguere nulla. Mentre giravo nel buio, notai che erano in parecchie le persone che mi seguivano per conoscermi, ma io avevo un po’ di paura e li feci stancare a forza di starmi dietro.
Abituatomi all’oscurità con gli occhi, vidi tante situazioni interessanti. In mezzo ai sentieri si formavano gruppetti di cinque o sei persone che facevano sesso. Anche io mi avvicinai diverse volte a questi gruppi. Gli incontri di quel tipo mi piacevano e mi divertivano molto.
A un tratto, vidi un ragazzo sui trentacinque anni, alto circa uno e ottantacinque, bello, slanciato, che mi osservava. Eravamo proprio uno di fronte all’altro. Io avevo paura, e mi allontanai precipitosamente, ma lui mi stette dietro. Nonostante il buio, sembrava che non riuscissi a seminarlo, e per circa un’ora lo sentii che mi seguiva. Capivo che avrebbe voluto conoscermi, ma io ero ancora preso dai miei timori, fino a quando ad un certo punto non lo vidi più attorno a me. Pensai dentro di me: “Finalmente ha capito che non ne voglio sapere nulla!”
A dire la verità, era molto attraente, mi piaceva e avrei voluto sapere il suo nome, ma la mia timidezza mi aveva portato a comportarmi in quel modo. Visto che era sparito dalla mia vista, andai alla ricerca di altre persone: all’improvviso, apparve un’altra volta lui. Mi bloccai di colpo, la mia attrazione verso di lui era davvero molto forte, non sapevo più come fare e ormai ero incastrato. Provai di nuovo a spostarmi, ma lui mi mise in trappola tanto che mi trovai in un vicolo cieco. A quel punto, non avevo alternative. Mi venne incontro.
“Hai finito di girare come una trottola?” mi disse.
“Penso proprio di sì” risposi io.
“Ma ti faccio così tanta paura?” mi chiese di rimando.
Risposi che ero solamente un po’ timido.
“Ma se fai così con tutti, fai diventare matto! Come ti chiami?”
Gli dissi che mi chiamavo Daniele, e lui si presentò a me come Doriano.
“Che fai qua di bello?”
“Giro, è la prima volta che vengo qui. Devo dire che all’inizio ero un po’ imbarazzato, ora un po’ meno...” risposi con sincerità.
Ci guardammo fissi negli occhi, ed entrambi provammo una vera attrazione reciproca. Le sue mani si allungarono verso il mio viso, accarezzandolo.
“Sei un ragazzo molto dolce. E’ un peccato che da poco mi sono lasciato col mio compagno, con il quale ho vissuto una storia di due anni. Ora non voglio più soffrire. Ti dirò la verità: vedo in te una persona molto affettuosa, non intendo farti soffrire prima del tempo.”
“Ci samo appena conosciuti! Perché dovrei soffrire?” gli chiesi.
“Sì ma io vedo già, in te, una certa attrazione nei miei confronti, non è così?”
Timidamente annuii con la testa, mi aveva davvero colpito.
“Beh, è meglio che vada.”
Si allontanò subito e in fretta, lasciandomi lì da solo. Lo guardai andare via. In quel momento mi passarono accanto molte persone per fare la mia conoscenza, ma il mio cuore mi diceva che dovevo andare da lui.
Poco dopo gli corsi dietro per vedere dove si trovava. Lo trovai che era ancora al parcheggio, in auto che ascoltava musica, e non mi aveva visto. Piano piano mi avvicinai e bussai sul vetro. Lui tirò giù il finestrino e bruscamente disse: “Che ci fai ancora qua?!”
“Vorrei conoscerci meglio...”
“Ti ho detto che non mi va di conoscere nessuno!”
“Allora perchè mi hai inseguito tutta la sera se nulla ti attraeva di me?”
Mi fissò e mi rispose: “Forse è stato solo un momento di sconforto. Ora è meglio che ci lasciamo. Ciao.”
Mi allontanai tristemente, mentre lui mise in moto la sua auto e fece per andarsene. Prima di partire, si fermò proprio di fronte a me guardandomi negli occhi: i miei stavano lacrimando. Mi fissò, ingranò la marcia e se ne andò, veloce.
Io stavo male. Era tardi e non c’era più nessuno. Montai anche io in auto e me ne tornai a casa, ma una volta a letto non riuscii a prendere sonno per tutta notte: il mio pensiero era fisso, era solo per lui.
Il giorno dopo, ritornai di nuovo alla spiaggia per vedere se ci fosse. In effetti, lo trovai ma non ebbi subito il coraggio di avvicinarmi alla sua auto. Poi però mi feci coraggio e andai a bussare al finestrino, come la prima volta.
“Volevo solo salutarti, in amicizia” gli dissi.
“Vieni dentro, che è freddo” mi invitò.
Lo ringraziai e salii sulla sua auto molto volentieri. Il cuore mi batteva forte, sentivo pressante la speranza che potesse nascere qualcosa tra noi.
Ascoltammo musica, in quel momento non avevo nessuna voglia di conoscere persone nuove. Volevo stare solo con lui. Parlammo di tante cose, su di me, su di lui. Era un uomo sposato, con tre figli, aveva la casa al mare ma abitava in provincia di Parma. Scendeva solo durante il periodo estivo, per passare qui le vacanze. Discorrendo del più e del meno, finimmo per lasciarci andare e ci abbracciammo, intensamente.
“Scusa per l’altra sera, ero giù, non ce l’avevo con te” si giustificò.
“Non ti preoccupare, non è successo nulla. Avevo capito che era quello il motivo. Mi hai fatto passare una notte in bianco, sai? Non so che cosa mi stia prendendo, non mi era ancora capitato di affezionarmi così a una persona.”
Lui mi guardò, e mi rispose: “Forse la mancanza di tua mamma ti ha portato a provare sentimenti verso le persone del tuo stesso sesso.”
“Non saprei – dissi io – comunque spero solo che, se mai tra noi nascerà qualcosa, non ci capiti mai di doverci lasciare.”
Dopo un breve silenzio tra di noi, riprese: “Vieni a trovarmi, ogni tanto.”
“Se mi dai l’indirizzo, lo farò volentieri.”
Il mio cuore batteva ancora più forte dopo che decise di darmi l’indirizzo: ci teneva anche lui. Qualche giorno dopo mi recai a casa sua a trovarlo, a sua insaputa, e arrivato sul posto scesi dall’auto, la chiusi e andai a bussare a una finestra. In un primo momento non mi sentì, ma alla fine venne ad aprire. Era tutto contento della sorpresa, tanto quanto io lo ero nel rivederlo: gli ero di nuovo vicino. Per me esisteva solo lui, non l’avrei sostituito con nessun altro. Aiutandoci e stando vicino l’uno all’altro, passammo tre mesi indimenticabili, fatti di sincerità e affetto. Alla sera, frequentavamo insieme la pineta, dove ci eravamo conosciuti. Incontrai altri due suoi amici, che tutte le volte che ci vedevano arrivare, per prenderci in giro dicevano sempre “Ecco che arriva il pulcino sotto l’ala!”. Lui era alto quasi un metro e novanta, mentre io solo uno e sessantasette, e stavamo sempre appiccicati.
Un giorno, Doriano mi fece una proposta, probabilmente perché aveva percepito da qualche mio atteggiamento la curiosità e il desiderio di cambiare partner per sperimentare il sesso. Così affrontò l’argomento, e mi chiese se l’idea di farlo in tre o più persone mi stuzzicava. Dapprima lo guardai sorpreso, ma la voglia di provare era molto forte, e così accettai.
Ci trovammo in pineta una sera, eravamo in quattro lungo un sentiero, e appena fummo in grado di trovare un luogo appartato in cui nessuno potesse vederci o disturbarci, facemmo sesso. Io prima di allora non avevo mai provato a farlo in gruppo, e mi piacque molto. Da quel momento, io e il mio compagno diventammo molto amici con gli altri due, e ci si trovava spesso per andare a mangiare insieme, senza che nessuno si intromettesse nel nostro rapporto. Arrivati al terzo mese, una sera commisi uno sbaglio che in seguito pagai molto caro.
Ero ancora molto attratto da Doriano. Quella sera, andai a trovarlo per stare insieme con lui tutta la notte. Ad un tratto mi venne un piccolo sbalzo di temperatura: lui, che lavorava presso un ospedale, aveva già capito tutto e senza dirmi nulla si recò nella stanza accanto, prese una siringa e tornò da me, per iniettarmi una sorta di aspirina.
“Ora ti faccio una puntura, mi raccomando: corri a casa immediatamente perché potrebbe farti reazione.”
Io annuii e mi preparai per andare subito a casa. La sua, però, era tutta una messa in scena perché aveva capito che nel mio comportamento c’era qualcosa di sospetto. Ci salutammo e io partii. Avevo proseguito fino ad arrivare al ponte dopo al quale, svoltando, si andava alla pineta, e tutto era filato liscio. Ma quando fui lì, qualcosa mi obbligò a girare l’auto e a dirigermi alla pineta. Non mi ero reso conto che era tutta una scusa, la sua.
Arrivai sul posto e scesi dall’auto, mi portai all’interno a piedi e iniziai a girare a vuoto. Ad un certo punto, incontrai una persona che conoscevo già da tempo. Ci salutammo e cominciammo a conversare tra noi. Io ero completamente all’oscuro del fatto che Doriano era partito poco dopo di me.
All’improvviso, apparve lui nel buio. Io rimasi immobile, senza parole, e il ragazzo con cui stavo parlando si allontanò da noi. Mi venne vicino, e appoggiando una mano sulla mia spalla, mi disse: “Io sono più scaltro di te, Daniele. La siringa era una scusa, avevo capito tutto.”
Poi ne se andò di corsa, senza lasciarmi rispondere né spiegare. Io avevo capito d’un tratto o sbaglio enorme che avevo commesso. Tornò da me la persona con la quale stavo parlando prima della comparsa del mio compagno e mi chiese chi fosse, e se avevamo litigato.
“No, affatto, – risposi io – sono io che ho sbagliato tutto. Sono stato a casa sua fino a poco fa, poi lui, vedendo che non stavo un granché bene, mi ha fatto una puntura, dicendomi di andarmene a casa il più presto possibile. E invece era tutta una scusa, e come al solito la mia ingenuità mi ha fregato...”
“Sei ancora in tempo a recuperare, io e te non stavamo facendo altro che parlare!”
“E’ proprio questo il guaio. Io l’ho deluso! Non dovevo venire fino a qua, non dovevo fare tutto questo. Gli voglio bene e avrei fatto di tutto perché la nostra storia non finisse, invece... qualcosa è andato storto.”
“Sai cosa ti dico? Vagli incontro, e chiedigli scusa, digli veramente come sono andate le cose!”
“Non conterà a nulla.”
“Tu prova comunque: vuoi che vengo anche io con te?”
“Non lo so... sto male e non so come comportarmi!”
Mi invitò a seguirlo, e insieme ritornammo verso l’uscita, quando improvvisamente mi bloccai: lui era già in compagnia di un altro giovane, e non appena li vidi, mi si spezzò il cuore. A quel punto, non mi rimase altro da fare che rassegnarmi, ormai sentivo di averlo perso. Il ragazzo che mi aveva accompagnato e si era dimostrato un amico, mi stette vicino. Andammo alla mia auto, dove continuammo la nostra conversazione. Volevo aspettare Doriano per chiarire l’accaduto. Dopo poco, l’amico mi salutò e mi diede un appuntamento per la prossima volta: lo ringraziai per essermi rimasto accanto in quel momento difficile, e rimasi solo.
Non ero ancora riuscito a capire che cosa avesse provocato in me quel comportamento, che mi aveva portato a commettere quel terribile errore, e non riuscivo a darmi pace. Piangevo come un bambino, cosa mai avrei potuto dire a mia nonna!
Finalmente lo vidi uscire dalla pineta: era solo, e rimasi fuori dall’auto ad aspettarlo mentre si avvicinava. Aveva parcheggiato vicino a me. Mi guardò, e si vedeva che era molto triste.
“Permettimi almeno una parola” gli dissi.
“Cosa cerchi da me?” rispose, tagliente.
“Lo so, ho sbagliato, ma posso chiederti almeno scusa?”
Si staccò dalla sua auto e mi venne incontro.
“Tu sei giovane, e hai tutta la vita davanti, sicuramente troverai di meglio.”
“Ma io voglio stare con te!” piagnucolai.
“Io non dò un’altra possibilità a chi mi fa del male. Tu me l’hai fatta davvero grossa, mi hai deluso, mi hai preso in giro.”
“Perché non mi concedi una possibilità per recuperare, ti prego...”
“No, è finita.”
Il dolore che avevo dentro scoppiò violento, mi voltai di spalle per non lasciarmi vedere da lui e mi misi a piangere.
“Inutile piangere, – disse Doriano – dispiace anche a me, ma io su questi errori non passo sopra come se fosse niente. Vedrai, troverai un altro che ti darà di più.” Così, mi abbracciò tenendomi stretto senza farmi girare.
“Non sarà più la stessa cosa” sussurrai io.
“Si è fatto tardi, io me ne vado.”
Lo pregai di stare con me ancora un po’, ma decise che era meglio andarsene e ci salutammo. Salì in auto e partì, mentre io piangevo come un bambino: la sofferenza per averlo perso bruciava tantissimo, perché ero consapevole che era stata tutta colpa mia. Me ne andai anche io, e una volta arrivato a casa, piansi tutta la notte nel mio letto.
Mia nonna mi chiese cosa stava succedendo, ma non potevo dire la verità: così, inventai una scusa, le dissi che avevo conosciuto una ragazza che mi aveva lasciato. Dispiaciuta, anche lei si mise a piangere, compartecipando al mio dolore.
Cercai di tornare alla mia vita normale, ma la voglia di rivederlo e di provare a ricostruire il mosaico degli affetti fu più forte anche di me stesso: qualche giorno dopo, tornai alla spiaggia. Nel tratto di strada che portava al parcheggio, c’erano case ancora in costruzione. Io parcheggiai davanti alla spiaggia, mi misi a sedere sul muricciolo all’angolo per vedere se sarebbe ritornato. Non più di mezz’ora dopo, lo vidi arrivare.
Avevo paura di affrontarlo, e mi precipitai dentro alle casette in costruzione per non farmi vedere da lui. Osservai quello che faceva e dove stava andando. Mentre andava verso la spiaggia, si fermò un secondo con l’auto proprio all’altezza del punto dove io mi trovavo, guardandolo dal mio nascondiglio. Non scese, evidentemente pensando che non fossi io. Ripartì e parcheggiò nel solito posto, e lo vidi entrare nella pineta. Il mio cuore batteva forte, tanto che mi misi di nuovo a piangere.
Poco dopo averlo visto sparire dentro la pineta, ne uscì un ragazzo che riconobbi. Lo vidi venire verso di me, che nel frattempo ero uscito dal punto in cui mi ero nascosto, e sapevo in cuor mio che era già venuto a conoscenza di quello che era successo tra me e Doriano, probabilmente proprio da lui.
Lo lasciai avvicinare, e una volta che mi fu giunto davanti mi salutò e mi chiese come stavo.
“Così così...” dissi io.
“Perché piangi?”
“Nulla, cose mie...”
“Se vuoi ne possiamo parlare...” rispose, comprensivo.
“Non risolveresti nulla.”
Lo dissi con un tono così risoluto, che mi chiese se avessi litigato con Doriano. Io rimasi sulle mie: “Anche se fosse...”
“Non ti ho mai visto così scontroso, sai?” si meravigliò lui.
“Non sempre le cose vanno bene. Per me, adesso, non vanno proprio.”
“Ho capito, ti lascio in pace, me ne vado.”
Lo trattenni scusandomi, e dicendogli che non avrei voluto trattarlo così: il problema era che stavo davvero male, e la causa di tutto quello ero stato proprio io.
“Per colpa mia è finito tutto.”
Mi domandò cosa fosse successo, facendo finta di niente, e gli chiesi se effettivamente nessuno gli aveva detto nulla.
“Doriano mi ha accennato qualcosa...” rispose, vago.
“Non è vero, - lo accusai, – tu sai già tutto. Se no come mai poco dopo che lui è entrato in pineta, ne sei uscito tu?”
Lo costrinsi a confessare.
“Beh sì, è vero, in effetti mi ha detto tutto. Mi ha anche detto che non gli dà noia il fatto di incontrarti. Se entri nella pineta anche quando c’è lui, di certo non ti mangia, sai?”
“Preferisco soffrire, a questo punto. Anzi, sai che ti dico? Ora me ne torno a casa, e mi tolgo la vita!”
Ero completamente sconvolto, e il mio sguardo era così disperato e deciso, che lo spaventai.
“Stai scherzando spero!?” mi disse.
“No, affatto. Che cosa sto a fare al mondo quando le cose vanno storte??”
“Ma ti senti bene? Vuoi che lo vada a chiamare?”
“No, per carità! Comunque... qualcosa combinerò. Ora ti saluto, me ne vado.”
Mi allontanai e andai per la mia strada. Preoccupatissimo, lui andò di corsa da Doriano per dargli la notizia che avevo iniziato a straparlare e a dare segni di cedimento. In poco tempo, entrambi si precipitarono da me. Ero ancora all’interno del parcheggio, quando lui mi apparve davanti improvvisamente.
“Cosa stai combinando?!”
L’amico al suo fianco intervenì: “Lo sai che cosa mi ha detto prima, no? Che appena arrivava a casa si sarebbe suicidato!”
Ero molto depresso, e non appena mi vide capì che nelle condizioni in cui mi trovavo, il gesto poteva essere inevitabile. Io gli avevo volto la schiena, si avvicinò a me e voltandomi con una furia inaudita mi gridò: “E’ vero ciò che hai detto??”
Con un filo di voce, risposi: “Sì. A che serve vivere?”
Improvvisamente vidi arrivarmi uno schiaffo in pieno viso, accompagnato dalla sua voce che mi sfidava: “Provaci!”
Dal nulla apparvero i carabinieri, e ci trovammo costretti a scappare subito da quel posto. Loro da una parte, io dall’altra. Disperato, cercai di raggiungere di corsa la strada perché volevo buttarmi sotto a un’auto. Ma loro mi videro e capirono al volo la mia intenzione. Si precipitarono verso di me, salvandomi all’ultimo secondo da un’auto che stava sopraggiungendo: l’impatto sarebbe stato fatale, ma nel momento stesso in cui loro mi presero, l’auto frenò di colpo. Ero ancora tutto intero.
“Stai dando i numeri??!” mi gridò Doriano.
“Per favore, lasciatemi andare, non voglio più vivere!”
Mi teneva stretto un braccio mentre mi parlava. Era furioso.
“Viani qua! Cosa pensi di poter ottenere ammazzandoti?!”
Si era riunita un po’ di gente lì attorno, e fummo costretti a spostarci in un luogo più appartato per discutere.
“Nulla ormai può cambiare le cose. Il nostro rapporto è finito. Possiamo rimanere buoni amici, se vuoi. Cerca di reagire!”
Si offrì di accompagnarmi all’auto, ma gli dissi che ce la facevo da solo e non volevo il suo aiuto. Mi chiese se ne ero sicuro, e io dissi di sì. Mi precipitai alla mia auto, vi montai sopra e me ne tornai piangendo verso casa. Durante il tragitto di ritorno mi si annebbiò la vista per le lacrime, facendomi fare per poco un incidente, ma riuscii ad arrivare a destinazione senza provocare danni.
Questa fu la prima storia d’amore che ebbi con una persona del mio stesso sesso. La sofferenza che mi aveva provocato la fine della nostra storia continuò ancora, per circa un mese: ero nei luoghi che frequentava tutte le sere, ma alla fine dovetti convincermi che non c’era proprio più nulla da fare. Con Doriano rimasi buon amico, anche se dopo esserci persi di vista non seppi più nulla di lui.
UNA VITA DIFFICILE
Dopo questa mia prima fallimentare esperienza sentimentale, ritornai alla vita di sempre. In quel periodo frequentavo e mi confidavo spesso con un mio caro amico di scuola. Ci raccontavamo tutto, e io arrivai a confessargli anche la mia omosessualità e la storia dolorosa che avevo vissuto con un altro uomo. Stette ad ascoltarmi con attenzione, e alla fine mi disse:
“Hai mai pensato di cambiare vita, di trovarti una ragazza e sposarti?”
“Sei impazzito?! – risposi io, - a me non piacciono le donne, non ci riesco! Lo so che per te e gli altri è difficile accettarmi come sono, ma io non ci posso fare nulla, questa è la mia vita. Se mi volete accettare bene, altrimenti mi troverò altri amici...”
“Ma non è un problema, per me. Io ti ho già capito e accettato, ma immagina gli altri quando verranno a saperlo!”
“Faccio del male a qualcuno? Io non ho difficoltà, se loro ne avranno, ognuno a casa propria!”
Io continuavo a fare le ose di sempre. Ripresi a frequentare la spiaggia e conobbi molti giovani, ma mi resi conto che col passare degli anni, non era più come prima, in quell’ambiente: fare amicizia diventava sempre più difficile, tutti ti cercavano per sesso. Io ero ancora molto giovane.
Un giorno mi trovavo a Bologna, in una sauna che frequentavo: proprio lì notai un cartello, dove pubblicizzavano una scuola di recitazione. Mi annotai i dati, dopodiché mi misi in contatto con quelli della scuola. Per me era un vero sollievo, abitando con mia nonna non avevo molti svaghi. Così, sfruttai questa occasione per farmi nuove compagnie. Quando diedi la notizia a mia nonna, in un primo momento criticò e non accettò la mia decisione, ma col passare del tempo non disse più nulla a riguardo. Per fortuna, nessuno sospettava nulla.
Un giorno, finite le lezioni a scuola di recitazione, tornai all’auto e mi resi conto che non si metteva più in moto. Proprio in quell’occasione, c’era uno sciopero dei treni che finiva la mattina seguente. Ero a piedi.
Mi venne in mente la scuola di recitazione, e pensai che se avessi avuto fortuna, avrei trovato i miei colleghi ancora presenti. Corsi immediatamente e tornai sui miei passi, ma una volta arrivato alla scuola, non trovai nessuno. Non c’era altra soluzione.
Era una giornata fredda, non sapevo come fare. Avevo sonno e provai a dormire chiuso in auto. Il freddo gelava i vetri dei finestrini, ma non volevo lasciare la mia auto incustodita. Mi addormentai e mi riposai per un’oretta circa. Quando mi svegliai, mi accorsi che attorno a me si erano formati gruppi di tossici e di prostitute. Un viavai che durò molto, mettendomi paura. Continuai a stare schiacciato giù, contro al sedile, in modo che non mi vedessero, e rimasi ad aspettare che se ne andassero via. Dopo un po’ i gruppetti si spostarono in un altro punto. Vidi la polizia girare nei paraggi, così ne approfittai per recarmi in stazione a dormire: anche lì la gente non era troppo rassicurante, ma ero molto stanco e così mi addormentai di nuovo. Mi svegliai la mattina seguente.
Al mio risveglio, tornai all’auto per vedere se sarei riuscito a metterla in moto, ma nulla, non volle saperne. Telefonai a mia nonna, preoccupatissima, per avvisarla dell’inconveniente, poi mi misi a cercare un meccanico per far riparare l’auto. La lasciai a Bologna da un carrozzaio, e presi il primo treno per ritornarmene a casa.
Tutte queste esperienze, i viaggi, le conoscenze in qualche modo mi aiutarono a scoprire nuove cose, nuovi mondi a cui non ero abituato. Col tempo, oltre a coltivare la mia vita sessuale, imparai anche come mettere annunci pornografici su riviste specializzate. Fu un altro conoscente a portarmi nel mondo della pornografia, dicendomi che in quel modo potevo fare soldi. La cosa mi incuriosì talmente che accettai la sua proposta.
Mi convinsero a comprare una telecamera, in cui spesi la bellezza di settecentomilalire: ci riuscii grazie a sacrifici e risparmi, ma non fu facile. I miei non sapevano niente di tutto questo. Qualche tempo dopo, iniziai la mia nuova carriera.
L’annuncio fu pubblicato, così cominciarono le prime telefonate. Non mi rendevo minimamente conto che quello era un settore pericoloso.
Iniziai le riprese, e mi diedero centomilalire per la realizzazione di questo filmato, commissionatomi da una coppia etero. Ero molto contento, tanto che ero impaziente di ricevere altre chiamate. Le coppie che mi telefonarono all’inizio furono quattro, poi ne seguirono tante altre. Nel frattempo, lavoravo anche in un’impresa di pulizie. Coi miei nuovi amici dissi che volevo essere sicuro che il mio datore di lavoro non sarebbe mai venuto a saperlo. Loro mi risposero di stare tranquillo, perché nessuno sarebbe venuto a conoscenza di nulla. Diedi loro fiducia, e continuai a portare avanti questi servizi: filmavo le coppie mentre facevano sesso, e la cosa mi entusiasmava parecchio.
La mia vita privata procedeva sui soliti binari: conobbi nei soliti posti un ragazzo sui trentacinque anni, del quale poi mi innamorai. Lui aveva perso il suo compagno da poco, suicidatosi in casa sua per un esaurimento nervoso. Per lui era stato un duro colpo, la loro relazione durava già da cinque anni.
Il nostro incontro avvenne a Bologna, in sauna. Ci eravamo chiusi nello spogliatorio per evitare che altre persone potessero disturbarci. Parlammo di molte cose, e mano a mano che approfondivamo la nostra conoscenza, nasceva attrazione da parte di entrambi. A me dispiaceva moltissimo vederlo in quello stato di depressione, e dal primo momento cercai il modo di farlo stare allegro. Ci abbracciammo forte, senza fare sesso. In quel momento, bastava solo quello. Poi ci lasciammo, perché lui doveva tornare a casa, dandoci un appuntamento per il sabato successivo.
Io rimasi lì, il mio pensiero era per lui, non mi interessava nessun altro. Quando me ne andai per tornare in stazione, non riuscii a trattenere il groppo in gola, e mi misi a piangere: mi sentivo innamorato veramente. La gente mi guardava, mi chiesi cos’avesse mai da guardare, non avevano mai visto una persona piangere? Scacciai il fastidio e continuai per la mia strada, e raggiunsi la stazione. Avevo un unico pensiero: volevo rivederlo ancora.
A mia nonna raccontai una bugia: le dissi che mi avevano chiamato per un servizio fotografico, e così trovai i modo di raggiungerlo senza destare sospetti, e poter stare insieme a lui.
Il paese dove abitava era piccolo: la casa gli era stata data dal Comune. Era bellissima, due stanze al piano superiore, un bagno, le scale, una sala, una cucina e un ampio giardino fuori pieno di verde.
La sera in cui andai a trovarlo lo rese molto contento. Andammo a fare la spesa insieme, mi mostrò il paesino in cui abitava, molto grazioso. Ad un certo punto lo vidi un po’ strano. Sembrava quasi si volesse allontanare da me. Dentro me, mi chiedevo se fosse una questione di feeling, magari, pensai, non ero la persona adatta a lui. Però poi trascorremmo quella serata in modo così tranquillo, che pensai che la crisi fosse passata.
Il giorno dopo mi invitò ad andare con lui sui colli bolognesi a vedere la basilica di San Luca. Accettai volentieri: dopo essere arrivati, parcheggiammo l’auto e ci incamminammo a piedi.
Ad un certo punto, mentre eravamo impegnati nella salita, in lui qualcosa cambiò. D’un tratto, lo sentivo sempre più lontano. Se gli facevo delle domande, sembrava quasi infastidito e la sua reazione era molto sgarbata. Mi trattava come se non ci fossimo mai conosciuti. Il suo comportamento mi infastidiva parecchio.
Il cammino per raggiungere la basilica era di circa tre chilometri e una volta che arrivammo in cima, ebbe un’altra crisi. Iniziai a chiedergli il motivo del suo comportamento, perché ne soffrivo da impazzire. Si faceva sempre più assente e lontano. Non avendo da lui alcuna risposta ai miei dubbi, mi allontanai per vedere se questa mia reazione lo avrebbe fatto tornare in sé.
Mi cercò. In un primo momento non ne volli sapere, mi ero nascosto dietro a una grossa pianta per non fami vedere. Poi, dispiaciuto, uscii e gli andai incontro.
“Si può sapere dov’eri finito?!” chiese lui.
“Ero laggiù, dietro a quella pianta. Meditavo” risposi io.
“Meditavi su cosa?”
“Sul tuo comportamento – dissi. – E’ tutt’oggi che sei strano, come se non ti interessasse più nulla di me.”
Quello che gli avevo detto aveva colpito nel segno. Stette zitto per un po’.
“Cerca di capire” – mi rispose alla fine, - questa è la basilica dove io e lui ci siamo detti che non ci saremmo mai lasciati...”
“Ormai è passato del tempo, non pensi che sia meglio reagire?”
“Per me è ancora troppo presto...”
Quando lo sentii dire così, mi sembrò di ricevere una pugnalata.
“Allora, per quale motivo mi hai cercato, e mi hai fatto innamorare?! La cosa allora non ti interessa?”
“Non lo so. So solamente che mi dispiace averti fatto soffrire...”
Senza lasciargli il tempo di aggiungere altro, mi allontanai di corsa piangendo, e raggiunsi il parcheggio. Mi raggiunse trafelato, mi prese per un braccio e disse: “Si può sapere che ti è preso?!”
“Hai il coraggio di chiedermelo? Ti sei servito di me per passare un momento di serenità, ma io non ti ho mai interessato, non è così?”
“No, ti sbagli! Anche io provavo qualcosa nei tuoi confronti, però non so dirti fino a che punto.”
Stavo guardando l’orizzonte mentre lui parlava, ero affascinato dal bellissimo paesaggio che si ammirava da lì ma dentro soffrivo tantissimo.
“Spero mi perdonerai per quel che ti ho fatto” concluse.
“No, non riesco – gli risposi. - Questa è una cosa grave, non si può perdonare. Per favore, voglio essere lasciato un attimo in pace!”
Non ebbe il coraggio di continuare oltre: “Va bene. Ti aspetto in macchina” mi disse.
Se ne andò tristemente, e io guardai di nuovo l’orizzonte cercando di capire se anche io avevo la mia dose di colpa, se sbagliavo senza rendermene conto. Tornai all’auto, salimmo entrambi e io gli chiesi di lasciarmi in stazione, perchè avevo deciso di prendere il treno.
“Come vuoi” rispose lui.
Arrivati a destinazione, scesi dall’auto e mi precipitai a controllare quale treno ci fosse per tornarmene a casa. Visto che mancava poco alla partenza, lo ringraziai del passaggio e me ne andai, deluso, nella sala d’aspetto della stazione. Mi voltai spesso per cercarlo tra la folla, lo scorsi un paio di volte dopodiché scomparve alla mia vista. Il mio cuore era spezzato.
Dopo quella volta, non seppi più nulla di lui.
Mi trovavo ancora inserito nel circuito dei servizi fotografici, e nonostante i miei problemi a livello sentimentale, tutto andava a gonfie vele. I miei guadagni erano ottimi, e per questo in casa cominciarono i primi sospetti. Inoltre, le telefonate iniziavano a diventare tante, troppe.
Un giorno, mentre io mi trovavo al lavoro, arrivò una chiamata a cui rispose mia zia. Era una telefonata spinta, dall’altro capo del filo un uomo si mise a parlare con lei che, non essendo abituata a questo genere di situazioni, scoppiò a piangere.
Quando tornai a casa, la situazione precipitò. E iniziò l’interrogatorio.
“Si può sapere in quale giro sporco ti sei cacciato?!”
“Nessuno, - dissi io, facendo finta di nulla, - perché?”
“Allora come mai è arrivata una telefonata nella quale mi sono sentita dire delle porcherie? Voglio sapere la verità, in che brutto giro ti sei cacciato?!”
“Ma forse è stato solo qualche deficiente che si è divertito! Lo sai che ce ne sono tante di queste persone, passano il tempo a fare queste stupidaggini!”
Fui abbastanza convincente.
“Sei sicuro che non c’entrano nulla i tuoi servizi?”
“Ma no, assolutamente, è tutta gente seria.”
Mia zia decise di passarci sopra. Quando la conversazione finì, tirai un sospiro di sollievo: avevo paura che fossero venuti a conoscenza di tutto, ma fortunatamente così non era stato.
Passò qualche mese, dopodiché un annuncio sospetto arrivò nelle mani della mia datrice di lavoro. Un giorno, all’uscita del solito orario lavorativo, mi fermò la mia caposquadra.
“Daniele, puoi fermarti un altro po’? Ho bisogno di parlarti. E’ una cosa che da te non mi sarei mai aspettata.”
Rimasi sorpreso. Non pensavo assolutamente che qualcosa di compomettente fosse già arrivato tra le mani della mia responsabile. Col cuore in gola, le risposi: “Cosa può essere mai successo di così grave?”
Prese dall’interno della borsa un foglietto e lo aprì davanti a me.
“Mi sai dire che cos’è questo?” chiese.
Io rimasi senza parole.
“Nulla di ché. Sarà sicuramente uno scherzo che qualche buontempone ha voluto farmi!” risposi io, tentando di allontanare i sospetti.
“E tu ti aspetti che io ci creda.”
Iniziò un vero e proprio interrogatorio, tanto che, subissato di domande a raffica, non riuscii a resistere, mi lasciai andare e dissi tutta la verità. Sul posto di lavoro la situazione era diventata molto imbarazzante, e in un primo momento pensarono addirittura di licenziarmi per non avere altri problemi di questo tipo. Poi, per fortuna, col tempo ci passarono sopra, ricordandomi però che se non avessi smesso, mi avrebbero lasciato a casa davvero.
Dopo aver corso questo grave rischio, feci di tutto per togliere l’annuncio che era rimasto ancora pubblicato, per non avere più problemi di alcun tipo. Sul lavoro, vennero a conoscenza del fatto anche le mie colleghe: quando ci si trovava a lavorare insieme, mi lasciavano sempre in disparte perché non accettavano di avere un collega gay. Questa cosa mi dava molto fastidio, e quando mi capitava di vederle mi sentivo in imbarazzo: la situazione che si era creata mi faceva passare la voglia di incontrarle.
Con le avventure sentimentali cercai così di colmare i vuoti che sentivo e i problemi che dovevo ogni giorno affrontare negli altri settori della mia vita.
Col tempo il sesso diventava sempre più pericoloso. Non usavo mai alcun tipo di precauzione, in quanto mi sentivo sano e non mi preoccupavo di nulla. Inoltre, continuavo a frequentare sempre più spesso luoghi dove potevo essere un facile bersaglio per ogni genere di malattie. Ma io me ne fregavo, e facevo di testa mia.
In televisione avevo spesso sentito parlare dell’HIV, ma non ci avevo mai dato il giusto peso. Se non ché, una sera tornai a casa dal lavoro con la febbre alta, la nausea e una debolezza tale che mi impediva di stare in piedi.
Andai subito dal medico, che in un primo momento pensò a una banale influenza. Visto che non se ne andava, mi fece una richiesta di analisi per verificare da dove provenivano questa febbre così alta e il vomito.
Passò qualche settimana e ricevetti finalmente gli esiti: quando li sottoposi al mio medico, lui li osservò attentamente e notò che qualcosa non andava. I miei valori, invece di aumentare, calavano.
Giorno dopo giorno, io stavo sempre peggio, e perdevo peso. Mi fece rifare le analisi un’ultima volta, inserendo anche la verifica dell’HIV. Visto che i miei valori calavano sempre di più, mi fece ricoverare subito in ospedale. Non mi rendevo ancora conto che quel che portavo addosso era la peste del Duemila, e non ci davo peso. Chiesi però al mio medico di non dire nulla ai miei famigliari: mio zio, il fratello di mio padre era un suo amico e volevo tutelarmi da eventuali fughe di notizie. Mi venne garantito il segreto professionale e io fui più tranquillo.
Qualche settimana dopo il mio primo ricovero, venni di nuovo mandato in ospedale, dove rimasi tre giorni, per fare altri accertamenti. Mio padre mi domandava sempre che cosa mi stesse succedendo, era all’oscuro di tutto. E anche io non volli credere alle mie orecchie, quando mi diedero la terribile notizia. Purtroppo scoprii la verità: ero sieropositivo.
A quel punto, il mio medico non seppe o non volle tenere il segreto, e riferì tutto a mio zio che, saputa la tremenda notizia, venne a trovarmi. Rimase a parlarne insieme a me per una mezza giornata, e cercammo di escogitare un modo per non farlo sapere a mio padre, che sicuramente non avrebbe accettato la cosa. Io mi confidai totalmente a lui: riuscii a dirgli tutto, spiegandogli per filo e per segno come potevo aver preso questa malattia. Lui ci rimase molto male, non si sarebbe mai aspettato di avere un nipote omosessuale.
Dopo i tre giorni all’ospedale, tornai a casa. Mio padre non conosceva la verità, e io non gliela dissi. Il mio malessere si ripresentò: febbre altissima, vomito, una nuova corsa all’ospedale dove rimasi un’altra settimana. A quel punto i sospetti di mio papà ritornarono più insistenti che mai: turbato, andò dal mio medico e affrontandolo faccia a faccia si fece dire che cosa avevo. Il medico tentò di non rispondere, ma alla fine dovette cedere e insieme a mio zio gli spiegò tutto.
La sua reazione fu immediata. Venne di corsa dentro alla stanza, e mi fece il terzo grado con una violenza tale che io non riuscii a dire una parola. Capì subito col mio silenzio che era la verità. Furioso, prese e se ne andò dalla stanza.
Io d’altro canto non sapevo più come fare, le mie condizioni peggioravano sempre di più, tanto che invece di una sola settimana, la mia degenza in ospedale si prolungò per un mese intero, a causa delle ghiandole linfatiche che con la malattia di cui soffrivo si erano irritate e mi tormentavano.
Quel periodo mi vedeva fermo sia col lavoro sia con l’orchestra con la quale suonavo. Per tutto il mese in cui rimasi all’ospedale, mio padre non si fece vedere, era ancora scosso da quello che mi era accaduto. Si fece rivedere nel momento in cui io fui pronto per uscire. Si presentò per riaccompagnarmi a casa. Una volta giunti a destinazione, ci sedemmo al tavolo e mi fece un discorso molto duro:
“D’ora in avanti, basta telefonate, basta uscite. La tua vita sarà divisa tra casa e lavoro, lavoro e casa.”
Mia nonna iniziava a dare i primi segni di squilibrio, a causa della sua età avanzata. Mio padre, inoltre, pensava col suo comportamento di poter ottenere ciò che voleva. Il problema in realtà era un altro: questa pessima notizia aveva fatto raffiorare antichi rancori e ferite mai cicatrizzate. Mio papà, infatti, si sentiva in colpa, e mi ripeteva spesso che se fossi rimasto con lui, durante la mia crescita, sarebbe stato meglio, e forse tutto questo non sarebbe mai successo. A dire il vero, non fu tutta colpa sua: in parte fu anche mia, perché non avevo avuto l’accortezza di stare attento a quello che facevo.
Ora sto vivendo con un nemico addosso, che da un momento all’altro potrebbe portarmi all’altro mondo.
Quando mi operarono, le mie condizioni di salute erano stabili, come se non avessi nulla. L’unico problema era mio padre, perché a causa delle sue imposizioni non potevo più uscire. Per un periodo di tempo accettai le sue condizioni, per fare calmare le acque.
Continuavo ancora a suonare con la mia orchestra. Una sera ci trovammo in un locale all’aperto della provincia. Nel momento di pausa, la mia ingenuità mi mise di nuovo nei guai. Feci vedere ai miei compagni il foglio rilasciatomi dall’ospedale, senza rendermi conto che così facevo un danno a me stesso.
Aprirono la lettera. Io notai subito il loro cambiamento. Dissi che era solo un po’ di male al fegato, per minimizzare, ma loro sapevano già la verità perché avevano letto il risultato scritto sul foglio. Rimasero senza parole, anche perché non pensavano che io fossi gay. In più, sapere che ero sieropositivo li spaventò. Tanto che, da quel momento, presero le distanze da me. Io confidavo nella loro comprensione, ma rendere a loro nota la mia malattia mi danneggiò solamente.
Alla fine della serata, se ne andarono a cena tutti insieme senza invitarmi, perché evidentemente avevano paura di essere contagiati: la loro reazione mi spezzò il cuore. Ero sul palco che mettevo via la mia fisarmonica, e visto il loro comportamento, chiusi la valigia e la caricai sull’auto. Gli occhi mi si appannarono di lacrime. Nonostante mi avessero visto andare via, non mi salutarono e non provarono nemmeno a fermarmi: per loro ero una persona da cacciare via e da evitare. Ero distrutto e disperato, non capivo che cosa li potesse portare a comportarsi in questo modo ingiustificabile. Ancora oggi quando mi capita di incontrare qualcuno di quel gruppo, non ci si scambia neanche un saluto: non si voltano, come se io non esistessi.
Un giorno, per strada incontrai la moglie del padrone dell’orchestra, e mi chiese come andava. Io, ancora arrabbiato e scosso da quella volta, risposi:
“E a voi, che importa di come sto?!”
“Come sei scontroso...” mi rimproverò.
“Voi, a quanto pare, non siete da meno.”
“Cerca di capire: noi abbiamo una famiglia.”
“Ah sì? Allora risponda a questa mia domanda: se sua figlia, o quella di un suo parente, si trovasse nel mio stato come vi comportereste? La caccereste come un’appestata?”
Non mi diede risposta. Facendo cenno di allontanarsi, mi parlò di nuovo:
“Prima di andare, vorrei invitarti alla festa del’Unità di Ponte Nuovo.”
Sembrava più che altro una giustificazione. Così, ci lasciammo senza darci nemmeno un saluto.
La mia vita era diventata piena solo di dispiaceri e momenti difficili da superare. Quella malattia aveva sconvolto il mondo, tanto che dalle persone venivamo considerati drogati. Non era giusto, ed era molto lontano dalla realtà.
UN NUOVO AMORE
Dopo la scoperta della mia malattia e le prime incomprensioni con la gente che mi era stata vicino fino a quel momento, anche in casa i rapporti con mio padre divennero sempre più tesi. Non accettavo più le sue condizioni, e tanto dissi e tanto feci che riuscii a convincerlo a darmi un po’ di libertà. Io ne approfittai subito per tornare a Bologna.
Avevo sentito dire che un cinema porno della città era frequentato da omosessuali, e la mia curiosità si fece audace: ogni volta che potevo, andavo alla ricerca di una persona con cui stare.
Era una domenica pomeriggio. Arrivai a Bologna e andai così in quel famoso cinema. Pagai il biglietto ed entrai, mettendomi seduto su una poltroncina a caso. C’era un viavai di persone, anche marchettari, e la cosa mi piacque.
Ad un certo punto, presi una decisione e mi misi a girare anche io come facevano gli altri. Quelli che che mi seguivano erano tantissimi, ma non a tutti diedi corda per fare sesso.
Improvvisamente, vidi appoggiato a un muro situato sotto la macchina da presa un uomo, sui quarant’anni. Gli passai davanti mille volte per farmi notare. Lui iniziò a fare lo stesso con me. Perdemmo un’ora a cercarci a vicenda. Mi misi in un angolo buio, e lui si avvicinò. Non sapevo che fare, avevo paura. Proprio in quel momento, arrivarono in una decina, circondandomi, e mi ritrovavo incastrato. L’uomo che mi interessava mi venne vicino: “Ma non ti fermi mai?” mi chiese.
Gli risposi che la mia era solo timidezza, e mi chiese da dove venivo. Lui era di Modena.
La sua mano iniziò ad accarezzare le mie parti intime.
“Non è meglio se ci spostiamo di qua? Ci sono troppe persone qua attorno.”
Ci mettemmo seduti sull’ultima fila di poltroncine, vicino all’entrata, e lì continuammo con calma la conversazione. Ci presentammo: lui si chiamava Silvano.
Ci guardavamo negli occhi molto intensamente, ci sentivamo attratti l’uno dall’altro. Mi raccontò di lui: era sposato, faceva un ottimo lavoro e cercava una persona con la quale vivere insieme, e con la quale instaurare una relazione fatta di sincerità.
Riflettei a lungo sulle sue parole, poi, viste le mie condizioni in famiglia che ogni giorno dovevo sopportare, ne approfittai per sfogarmi con lui: gli raccontai che non vedevo l’ora di fuggire di casa, che mi ero ammalato e che i miei non l’avevano presa bene.
Lui mi accettò subito, e cercò di consolarmi: “Certo che per i genitori non è mai facile capire e accettare situazioni come questa. Sono un padre anche io, e se fosse capitato a me non so come mi sarei comportato, ma non certamente come ha fatto tuo papà, che invece di starti vicino ha fatto sì che ti allontanassi da lui. E queste sono le conseguenze. Se vuoi, puoi venire a trovarmi.”
Io accettai con gioia, e ci scambiammo l’indirizzo, dopodiché ci lasciammo dandoci un appuntamento per il sabato successivo. Durante quella settimana pensai molto a lui, ci mandammo diverse lettere , e nelle mie scrissi quello che pensavo di lui.
Finalmente arrivò il giorno in cui dovevamo rivederci. L’appuntamento era all’uscita dell’autostrada. Lui fu molto puntuale, e lo seguii a casa sua.
Il suo appartamento era davvero grazioso, anche se piccolo. Entrai, appesi la giacca all’attaccapanni che si trovava dietro alla porta. Poi, mi avvicinai a lui e lo abbracciai fortemente, ringraziandolo per la sua disponibilità nel farmi trascorrere momenti diversi dalla mia solita vita. Mi disse che il problema non era sfuggire da essa, ma affrontarla, cosa che io non riuscivo a fare. La sua mentalità era molto diversa dalla mia, era quella “di una volta” e faticavo a trovare un punto di incontro, figuriamoci a fargliela cambiare.
A casa mia a situazione si stava piano piano alleggerendo: non ero ancora del tutto libero per poter decidere di fare le mie uscite tranquillo, ma i momenti passati con lui, anche se pochi, mi aiutavano a staccare la spina e a rilassarmi. Sicuramente, l’avvicinamento verso Silvano da parte mia non era solo affettivo: si comportava in modo paterno con me. Io vedevo in lui quello che mio padre non aveva o non voleva darmi.
Trascorse circa un anno, la nostra frequentazione continuava a gonfie vele. L’unico incubo era, ogni volta, il mio ritorno a casa: mio padre non sapeva nulla della mia convivenza con Silvano, e io me ne stavo ben zitto per evitare che lo venisse a sapere. Coi miei parenti, i fratelli di mio padre, la situazione era diversa, anche se il nuovo Daniele da loro non era ancora stato accettato totalmente. Riuscivo comunque ad avere quantomeno un dialogo.
Col tempo, mi decisi a raccontare loro cosa stavo facendo, ed espressi il desiderio di andarmene da casa mia, e abbandonare quella situazione pesante. Dissi con loro che mio padre non doveva sapere nulla, ma mi risposero che non potevano fare una cosa del genere, e che sarebbe stato meglio se tutti assieme, ci fossimo riuniti per chiarire il tutto. Con papà non parlavo più da secoli, i miei zii invece cercavano in tutti i modi di farmi ragionare.
Un giorno mi capitò di andare a trovare Silvano, e di stare insieme a lui tutta la notte. Era un modo per vedere la reazione di mio padre, anche se la cosa mi preoccupava parecchio: grazie al mio compagno superai la nottata abbastanza serenamente. La mattina seguente, tornai a casa verso le otto, aprii la porta piano piano ed entrai: senza dire nulla, andai nella mia camera e mi buttai sul letto. Lui stava dormendo. Con lo sguardo fisso sulla parete, pensavo a come affrontare il problema qualora si fosse presentato. Il cuore mi batteva forte. Eppure, quando si svegliò non disse nulla per tutta la giornata: lo trovai un comportamento strano, non aveva avuto reazione come se sapesse già che sarei tornato a quell’ora, e qualcuno glielo avesse anticipato.
Proprio in quel periodo mia nonna aveva cominciato a stare poco bene: io avevo da tempo iniziato a chiedere aiuto ai suoi figli, perché non riuscivo ad occuparmi di lei da solo e a tempo pieno. Avevo minacciato di lasciare perdere tutto se non si fossero presi anche loro le giuste responsabilità. E così, era intervenuto mio padre: capii solo dopo che lui veniva a casa nostra utilizzando questa scusa, ma con ben altri interessi. Quando si tratta di denaro, ahimé, tutti si fanno avanti. Specialmente lui.
Io prendevo un buono stipendio, mia nonna aveva due pensioni, feci il quadro della situazione e capii tutto. Ma continuai in silenzio a portare avanti le mie cose.
A Silvano chiesi se riusciva a trovarmi un lavoro dalle sue parti. Dopo qualche tempo, mi procurò un colloquio, vista l’urgenza e la forza con cui mi volevo trasferire. Fu un successo, mi dissero che passate due settimane avrei potuto cominciare nella nuova impresa di pulizie, e così mi recai subito sul mio posto di lavoro per chiedere il trasferimento a Modena. Rimasero assai sorpresi da questa mia decisione, a tutti dispiaceva che me ne andassi. Li convinsi che era la cosa migliore che potevo fare per risolvere la situazione in casa mia.
Cercarono in tutti i modi di fermarmi, ma io fui irremovibile: volevano parlare con mio padre ma io non volli, perché nessuno doveva sapere della mia scelta. Ai parenti con cui avevo un buon rapporto, però, dissi tutto: ci rimasero male, e tentarono di convincermi a tornare sui miei passi.
“E a tuo padre cosa dirai?”
“Nulla, lui non deve sapere.”
“Non è megio parlare anche con lui, è pur sempre tuo padre!”
“Per me non lo è più, ormai.”
“Ma in questo modo vi perderete!”
“La mia vita ora è questa. E’ diversa, particolare. E lui non la accetterà mai. Continuare insieme non ha alcun senso, meglio stare lontani l’uno dall’altro.”
“Speriamo tu abbia fatto la scelta giusta. Lo sai che poi non si torna più indietro...”
“Lo so, e sono pronto ad affrontare tutte le conseguenze.”
Compresero che non potevano fare nulla e che non sarebbero mai riusciti a farmi cambiare idea. E così, non mi rimaneva altro da fare che preparare le valigie in tutta tranquillità, aspettando il grande giorno.
Prima della partenza subentrò un ostacolo imprevisto. Nel frattempo, infatti, mio padre era venuto a sapere tramite i miei datori di lavoro che mi ero licenziato, e che me ne andavo. Quando tornò a casa, ci fu una violenta discussione tra me e lui. Io non capivo che cosa avessi mai fatto di così sbagliato. Rimasi impietrito a guardarlo, dopodiché scappai a rifugiarmi in camera mia.
Per fortuna mia nonna non aveva compreso la gravità della situazione: se fosse stata bene, non sarebbe successo nulla di certo. Mio padre, vedendomi fuggire e chiudermi in camera, si mise a piangere perché capì che ormai mi aveva perso. Anche i miei parenti cercarono di calmarlo, dicendogli che se non avesse fatto qualcosa per parlarmi con calma, ci saremmo persi e il rapporto si sarebbe logorato.
Nel giro di poco tempo preparai tutto ciò che mi serviva: non mi rimaneva altro che andarmene via. Dentro di me sentivo un po’ di dispiacere, ma ormai avevo imboccato una strada senza ritorno. Così, prima di partire decisi di scrivere un biglietto dedicato a mio padre, perché lo leggesse e capisse:
“Perdonami se tutto questo non te l’ho detto a voce. In questa città mi sono fatto male da solo. Forse è stato meglio così, tra me e te c’è tanta differenza. Speravo di vedere un padre diverso, ma purtroppo non ce l’hai fatta. Nel posto in cui mi trasferisco, sicuramente starò bene, ho già il lavoro perciò non ti preoccupare. La mia vita qui ormai era segnata, non potevo più continuare. Pero mi perdonerai il fatto di non averti detto queste cose di persona, ma non ci sono riuscito. Cerca di capire: abbiamo forse sbagliato entrambi, ma non torno più indietro. Cerca di stare bene, ti farò sapere.”
Finalmente, mi lasciavo alle spalle le amarezze, e da quel momento iniziava per me la vera vita. Silvano era una persona perbene, cercava di accontentarmi in tutto, e mi aiutava a dimenticare quello che stavo passando. Dopo il mio trasferimento, decisi di andare a trovare mia madre al cimitero, perché avevo riconquistato un poco di serenità. Decidemmo così un pomeriggio di partire. Giunti al cimitero, attesi qualche secondo prima di uscire dall’auto, perché mi era venuta una crisi di tristezza. Quando l’attimo passò, scesi e le portai un fiore.
Appoggiai la mano sulla sua lapide e in un momento di solitudine interiore mi rivolsi a lei: “Mamma, perché sei andata via da me? Anche se sei nella tua nuova casa, sappi che io sono sempre vicino a te. Dammi la forza per continuare, e se questa forza verrà a mancare, chiamami dove sei ora, e la mia vita sarà molto migliore.”
Dissi una preghiera, mi alzai e inseme uscimmo dal cimitero per andare a trovare mia zia, che abitava poco distante. Giunti da lei, ci accolse molto contenta, ed entrammo. Ci offrirono da bere e così iniziammo a parlare.
“Ma dimmi un po’, dove sei sparito? Nessuno sa nulla di te, ormai chiamavamo Chi l’ha visto!” disse lei. “Tu padre? E’ al corrente di tutto?!”
“Sì certo, sa che sono andato via ma non sa dove. A me di lui non interessa più nulla.”
“Ma Daniele! E’ pur sempre tuo padre...” rispose.
Il mio compagno stava in silenzio perché non era una cosa che lo riguardava, e non voleva intervenire.
“Ma questo signore chi è?” chiese mia zia, indicandolo.
“Scusa, non te l’ho presentato. Lui è Silvano, la persona che in questo momento mi sta ospitando e che mi ha trovato il lavoro.”
Dopo le presentazioni, lei tornò subito all’argomento che le premeva.
“Perché non dire a tuo padre dove sei, sicuramente ci soffrirà!”
“Doveva pensarci prima – dissi io, duramente, - ormai non torno più indietro, sto bene dove sono.”
Mia zia ci invitò a rimanere per il pranzo, e noi rimanemmo volentieri. Conversammo di tantissime altre cose. Mi sembrava di essere tornato indietro, in un passato remoto, quando da piccolino andavo a trovare la zia. Ebbi così occasione di rivedere anche i miei cugini.
Lo spettro di mio padre veleggiava nelle nostre conversazioni, tanto che ad un certo punto, mia zia si lasciò sfuggire parole che riguardavano mia madre.
“Guarda che la mamma non è morta per la malattia, ma per colpa di tuo padre.”
Mio zio intervenne subito per zittirla: “Ma cosa vai a dire! Doveva rimanere un segreto!”
“Cosa?! – dissi io. – Ora voglio una spiegazione. Che cosa c’è che non ho mai saputo, e che invece dovrei sapere?”
“La verità è che tua mamma, quando si rese conto che tuo papà non era adatto a lei era già troppo tardi, perché aveva già due figli grandi, tu e tuo fratello. E così, ha dovuto subìre cose che non ti posso dire...”
Cercai di scavare e di capire che cosa ci fosse di così tanto compromettente da doverlo tenere nascosto anche a me, ma non riuscii a fargli dire più nulla a riguardo. Subentrò mio cugino con un altro argomento, e la conversazione su mia mamma finì così. Io rimasi scioccato, chiedendomi che cosa fosse successo: ormai ero abbastanza adulto per sapere la verità, ma pensarono che fosse meglio non dirmi nulla per la paura che io facessi pazzie contro mio padre. La mia reazione fu comunque molto forte: essere messo a conoscenza di quel fatto mi provocò solo tristezza e disperazione, ma dovetti accettare le condizioni che i miei zii mi avevano imposto.
“Allora, tutto bene?” mi chiesero alla fine della giornata.
“Sì molto, anche se non sono riuscito a capire il vostro silenzio improvviso riguardo quella questione...” dissi titubante e speranzoso.
“Non c’è altro da sapere. Cerca di stare bene tu” mi risposero.
Ci salutammo, dandoci la mano, ringraziandoli dell’ospitalità. Ci invitarono a tornare presto, poi noi uscimmo e ripartimmo in auto, dirigendoci verso casa.
In quel periodo, mia nonna peggiorava di giorno in giorno. Il suo stato di salute non era dei più rosei e non riconosceva più nessuno. Io d’altro canto non riuscivo ad andarci spesso, proprio a causa del lavoro. Un giorno, accadde l’irreparabile. Suonò il telefono. Era Roberto, mio fratello, che in modo molto freddo e schietto mi diede la notizia: “Guarda che la nonna è morta.”
Rimasi immobile, senza parlare, il mio compagno mi vide in quello stato e mi chiese chi fosse. Come paralizzato, gli diedi la cornetta del telefono in mano e corsi in camera a piangere.
Silvano si informò subito per capire che cosa mi avesse provocato una reazione così sconvolgente. Appresa la notizia della morte di mia nonna, fece le condoglianze a mio fratello e tentò di farmi parlare di nuovo con lui. Io ero distrutto dal dolore, e non ne avevo la forza: gli chiesi di farsi dire quando era previsto il funerale, perché piangevo come un bambino e non volevo che Roberto mi sentisse in quelle condizioni.
Avuta l’informazione, si salutarono e Silvano concluse la conversazione. Vedendomi in quello stato, non sapeva cosa fare, cercò di tranquillizzarmi in tutti i modi ma io avevo preso molto male la notizia: la cosa lo faceva soffrire perché non reagivo, non ci provavo nemmeno, ero come assente. Per me era come vivere un incubo: nel giro di poco tempo me n’ero andato di casa, avevo scoperto verità scomode su mia mamma e avevo perso la mia adorata nonna. Non ci voleva proprio.
Sentii il mondo crollarmi addosso, la sua morte mi aveva tolto un grande punto di appoggio. Mia nonna aveva appena compiuto novant’anni, e venni a sapere che si era spenta come una candela. Mio padre si occupava di lei, e quel giorno le diede da mangiare come al solito e la mise a letto. Si allontanò solo il tempo di accogliere mia zia, che nel frattempo si era presentata alla porta. Al loro arrivo al suo capezzale, la nonna si era già addormentata per sempre. Una morte silenziosa.
Si era messo in movimento poi tutto il condominio, che la conosceva da sempre, un viavai di persone che volevano darle l’ultimo saluto. Per fortuna io non assistetti alla sua morte, perché non so come avrei reagito nel vederla spegnersi con me lì a fianco a lei. Sarebbe sicuramente stato un trauma, che mi è stato risparmiato dal Destino.
Il sette Gennaio del 1993 ci fu il funerale. Il mio compagno, vedendo che non avevo ancora superato la crisi, fece in modo di convincermi che andare al funerale non era la cosa giusta da fare. Mi avrebbe fatto più danno, secondo lui. Ma io fui irremovibile, volli andare a tutti i costi. Col suo appoggio morale, e con lui a fianco, mi recai alla camera mortuaria di Ravenna. Giunto lì, caddi in una crisi profonda.
“Non entrare se non ce la fai, lei lo sa che tu ci sei!” mi disse Silvano.
“Io glielo devo...” risposi io.
Mi trovavo nel cortile fuori dalla camera mortuaria. Tutti si trovavano lì ad aspettare me. Piano piano, entrai per vederla l’ultima volta: era bella, volevo toccarla, ma non ne ebbi il coraggio. Trattenevo dentro di me il mio dolore, avevo paura potesse scoppiare da un momento all’altro e farmi urlare.
Ritornai immediatamente fuori, c’erano fiori e corone ovunque, ma nei miei parenti c’era uno sguardo diverso dal solito, probabilmente perché mi ero fatto accompagnare da Silvano, che non faceva parte della famiglia. Non lo salutarono nemmeno, ma lui rimase comunque al suo posto, con dignità.
Era una bella giornata, anche se molto fredda. Vidi gli uomini delle pompe funebri chiudere la cassa dove stava mia nonna, caricarla sull’auto e portarla al cimitero. Ricordo che, prima di morire, aveva messo da parte i soldi che le sarebbero serviti per quel giorno: lei voleva un bel funerale, voleva poter passare da casa e poi andare al cimitero ed essere messa in un forno, come tutti gli altri suoi parenti. Erano queste le sue volontà.
Constatai invece, con rabbia e dolore, che non avevano realizzato il suo desiderio. Dovetti guardare mentre la calavano nella buca a terra, pensando a cos’avesse mai fatto di male per non vedere rispettate le sue ultime volontà.
Con lei avevo vissuto tutta la mia infanzia. Il periodo più bello della mia vita era stato con lei. E mentre ripensavo a quello che ci aveva legato, capii che non avrei mai dimenticato. Un’infanzia, una vita, una storia, un racconto vero e indimenticabile, narrato da un figlio addolorato, che vive ancora nel passato; un ricordo che non lo lascerà mai.
LA FINE DI UNA STORIA
Il lutto fu molto difficile da superare. Mi ci volle un po’ di tempo per lasciare alle spalle la sofferenza. Nonostante tutto il dolore che avevo provato, la mia vita continuava e raggiunsi nuovamente un po’ di felicità, anche se con mio padre i rapporti non riuscivano ad essere buoni.
Un giorno, poco tempo dopo una mia visita a mia mamma al cimitero, quando colsi l’occasione per passare a salutare anche mia zia, ricevetti una telefonata proprio da parte sua. Squillò il telefono, e risposi.
“Ciao Daniele, sono zia Maria.”
Aveva un tono strano, diverso dal solito, ma subito non ci diedi peso.
“Ciao, che sorpresa!” le dissi. Non ebbe nessuna reazione.
“Devo dirti una cosa...” rimasi in attesa di quello che aveva da riferirmi.
“L’altro giorno è venuto qui tuo padre, e ho saputo ciò che volevo sapere.”
Non capivo quel che significasse.
“Quello che volevi sapere? Ma di cosa stai parlando?” le chiesi.
“Desidero che tu non venga più qui a trovarmi.”
Io rimasi per un attimo senza parole, poi, ripresomi dalla sorpresa cercai di chiederle che cosa fosse mai successo.
“Ho saputo tutto. Pertanto, ti saluto.”
Mi sbattè giù il telefono in faccia, impedendomi addirittura di risponderle. Non comprendevo quale fosse la causa, evidentemente grave, di questo suo comportamento. Così rifeci il numero. Fu lei a rispondere.
“Le conversazioni vanno finite, non lasciate a metà. Posso sapere cosa è successo?!”
“Ti ho già salutato” disse la zia, buttandomi di nuovo la cornetta in faccia.
Il mio pensiero si rivolse subito a mio padre: intuii che probabilmente era stato lui a raccontare qualcosa di strano su di me, tanto da creare una situazione del genere. Il mio compagno mi chiese cosa fosse successo: si trovava in cucina, così andai da lui e mi sedetti, per parlare un po’.
“Mia zia mi ha appena detto che non vuole più vedermi...”
“Come mai?” mi chiese Silvano.
“Vallo a chiedere a lei. Ho tentato di chiedere spiegazioni...” e gli raccontai quello che mi aveva detto prima di interrompere bruscamente la chiamata.
“Sicuramente tuo padre le ha detto tutto di te: la malattia, la nostra convivenza...” anche lui confermò i miei sospetti.
“Ora voglio provare a telefonare a lui. Sono proprio curioso di sentire cos’ha da dire.”
Lo chiamai, arrabbiato, ma non risolvetti nulla. E intanto mi chiedevo per quale motivo mi stava capitando tutto questo, non mi sembrava di aver tolto nulla a nessuno, e non capivo che cosa volessero da me.
“Ti ha sputtanato bene tuo padre...”
“Sì, ma cosa crede di aver risolto? Non tornerò più indietro.”
“Fatti la tua vita, e dimentica!”
“No. Questo è troppo anche per loro. Verrò a sapere prima o poi cosa è successo, non può finire qui.”
Speravo che le discussioni con mio padre fossero finite, ma col tempo vidi che non era così. Infatti, l’occasione si ripresentò molto presto.
Con la scusa che voleva costringermi a tornare a casa, si era impadronito del mio libretto di risparmio e non me lo voleva più restituire. Era un ricatto bello e buono, ma non cedetti perché non avevo alcuna intenzione di rovinarmi la vita tornando ad abitare con lui. Provai in tutti i modi, con le buone, per non arrivare ad risolvere la situazione tramite avvocato. Ma purtroppo la sua testardaggine fu più dura della mia pazienza.
Fui costretto a denunciarlo e a querelarlo, e finalmente ottenni indietro quel che era mio: il libretto tornò nelle mie mani. Nonostante fosse stato proprio mio padre a causare questo disastro, lui, mio zio e tutti i miei parenti mi si rivoltarono contro e si resero ostili, tanto che chiusero i rapporti con me.
Da quel momento, non seppi più nulla di loro.
Io continuavo la mia vita, la convivenza con Silvano andava avanti ormai da due anni e qualche mese. In quel periodo, era nata in me la passione per la fotografia, e quando ci recavamo in montagna insieme nei fine settimana, fotografavo tutto ciò che mi circondava, animali, fiori, paesaggi, mi piaceva tutto.
Le mie capacità miglioravano sempre di più, tanto che mi decisi a chiedere un aiuto a Silvano per inserirmi in questo ramo: aveva molte conoscenze e una buona dialettica, ma era anche molto geloso di me e invece di darmi una mano, fece di tutto per ostacolarmi. Aveva paura che mi portassero via da lui e mi mise i bastoni tra le ruote.
Glielo chiesi una volta, poi due. Provai a insistere ma non riuscii a cambiare le sue idee né a rassicurarlo. La cosa mi deluse moltissimo. A quel punto non mi rimaneva altro che dirgli che, se non mi avesse aiutato, non so se la nostra relazione sarebbe andata avanti ancora.
Rimase molto stupito, tanto che la prese a ridere, senza credere a una sola parola di quello che gli avevo detto. Mi aveva liquidato così, ma la situazione si trascinò avanti fino a quando, un brutto giorno, imbottito di tranquillanti, gli dissi in faccia che la nostra relazione era finita. Non volevo più continuare, non me la sentivo. Solo a quel punto la cosa diventò seria anche per lui.
Nel giro di ventiquattr’ore mi sostituì con un’altra persona.
Quando l’effetto del farmaco finì, mi resi conto dell’errore che avevo commesso. Ormai per me era finita per sempre. Il senso di colpa mi buttò giù talmente tanto che tentai persino di togliermi la vita.
Silvano nel giro di poco tempo invitò il suo nuovo compagno in casa sua, e non passò molto che venne addirittura ad abitare con noi. Capendo di essere di troppo, decisi di andarmene ma non sapevo cosa fare né dove trasferirmi.
Chiesi così aiuto a un mio caro amico, che riuscì a ospitarmi per un po’. All’insaputa del mio ex compagno, preparai le mie valigie. La situazione si era fatta troppo critica, quando ci si trovava, al mattino o alla sera, le discussioni erano inevitabili. Lui voleva buttarmi fuori a tutti i costi, non gli interessava che io avessi un posto dove andare. Finalmente riuscii a traslocare dall’amico con cui avevo già preso accordi, senza dire nulla a Silvano e al suo nuovo compagno.
Ritornati a casa, e vedendo che io non ero più lì, si chiesero dove fossi e, avendo il sospetto di dove potevo essere andato, ebbero il coraggio di telefonarmi per verificarlo. Mi dissero, con una grande faccia tosta, che nessuno mi voleva buttare fuori di casa. Ci misi una pietra sopra e la finii lì.
Dovevo affrontare la vita tutta da solo. Poco dopo il mio trasferimento, il mio amico mi aiutò a cercare un appartamento, e fui fortunato a trovarne uno nel giro di poco.
Incominciai così la mia nuova vita da single: frequentavo locali, mettevo o rispondevo ad annunci, al solito. Tramite uno di questi annunci, mi capitò di conoscere un ragazzo, a cui dovevo fare un servizio fotografico.
In quel periodo non avevo il telefono. Dovetti quindi chiedere l’aiuto di un amico e utilizzare il suo numero: tramite lui, riuscivo a parlare con questo ragazzo.
Mi sembrava una persona molto dolce, mi aveva fatto capire che voleva una storia, anche per poter uscire di casa, perché non andava più d’accordo coi suoi genitori. Ci accordammo perché venisse da me per fare il servizio, e ne approfittai per invitarlo a stare qualche giorno come ospite, per conoscerlo meglio.
Quando andai a prenderlo alla stazione, mi feci accompagnare da un amico, e notai subito che quest’ultimo era rimasto molto colpito dalla sua bellezza: alto circa un metro e ottanta, magro, slanciato, ne fui attratto anche io. Come modello mi colpiva, ma avendo avuto modo di parlare con lui e di sondare il suo carattere, mi piaceva anche come tipo di ragazzo.
Da quel momento, però, nacque un feeling tra loro, e l’intesa che avevano si fece sempre più forte col passare del tempo, ma ero così ingenuo che non volevo vederla: lui diceva di volermi bene, e io credevo alle sue parole, mai avrei pensato che il mio amico mi potesse tradire. Trascorsero così tre mesi, prima che io potessi aprire gli occhi e capire che cosa stava realmente succedendo. Durante tutto quel tempo, io spesso mi confidavo con lui, preso a volte da momenti di sconforto, e gli dissi di me, della mia malattia e di quello che avevo passato a causa di essa. Lui mi ripeteva si continuo che non mi dovevo preoccupare, perché nessuno sarebbe venuto a saperlo e che i miei segreti con lui erano ben custoditi. E io mi fidavo. Solo col tempo capii di aver commesso un gravissimo errore a lasciarmi andare.
Mi ero fatto un bel gruppetto di amici, da qualche tempo. Improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, nessuno mi veniva più a trovare. All’inizio non ci diedi troppo peso, ma poi tramite persone fidate scoprii tutta la verità.
Era stato proprio lui, per gelosia o per invidia, a raccontare tutto del mio privato per farmi terra bruciata attorno e lasciarmi solo, per rubarmi gli amici che stavo frequentando. In questo modo, anche lui venne smascherato, e perdemmo entrambi il nostro posto nel gruppo.
Questo suo gesto gli creò dei guai seri, soprattutto da parte mia: visto che lo ospitavo da me, decisi con cattiveria di mandarlo fuori di casa. Non volevo crederci, lo avevo giudicato una persona diversa, retta e onesta, e invece si era rivelato uguale a tutti gli altri, se non peggiore.
Per vendicarsi di essere stato sbattuto fuori, si divertì ancora continuando a mettere in giro voci su di me, raccontando i fatti miei e la mia malattia. Ero arrivato sul punto di denunciarlo, ma non riuscii a trovare le prove necessarie perché nessuno mi voleva aiutare. Dovetti mio malgrado subire questa umiliazione. I pochi amici che mi erano rimasti cercarono in ogni modo di farmi dimenticare tutto, e mi ripetevano spesso di fregarmene, di tirare dritto per la mia strada. Ma lo sapevo solo io quanto era dura e difficile passeggiare tra la gente e sentirmi tutti gli occhi addosso, a causa di un ignorante che per i suoi rancori personali o per invidia aveva sparlato di me. Cercai in tutti i modi di superare questa sofferenza.
In questo periodo della mia vita parecchi si disturbarono per me. Un amico mi trovò un appartamento, ma non potei accettarlo perché era in comune con altri ragazzi della zona in cui abitavamo, amici che frequentavamo io e lui. Io non feci molto per contraccambiare e così presero un po’ le distanze, allontanandosi da me. Ancora a distanza di anni mi rimproverano e mi rinfacciano il mio comportamento, nonostante non siamo più in contatto.
Da quel momento la mia vita diventò triste, continuai a vivere in un posto malfamato dove droga e prostituzione erano all’ordine del giorno. Mi pentii veramente di quello che avevo fatto, ma non cambiò nulla, e gli amici non tornarono indietro. Provai quindi a trovarmi un appartamento da solo, e l’unica soluzione che trovai fu quella di prendere il denaro del trattamento di fine rapporto, licenziandomi per il pagamento della cauzione. Nel Novembre del 1995, quindi, decisi che per risolvere i miei problemi sarebbe stato meglio per me lasciare il lavoro e licenziarmi. Il mio fu un calcolo totalmente sbagliato, perché invece di risolverli, li complicai ancora di più.
Gli amici che frequentavo, quando vennero a sapere del mio licenziamento mi dissero papale papale che ero stato un cretino, perché non avrei combinato niente così facendo: sostenevano che poteva esserci un altro modo, pur mantenedo il mio vecchio posto di lavoro. Io sostenevo, invece, di aver fatto la cosa giusta, perché ero convinto che avrei sicuramente trovato un altro lavoro.
Preso il licenziamento, finalmente misi a posto tutti i miei debiti e nel contempo andai alla ricerca di un nuovo posto. La cifra che avevo preso poteva permettermi di tirare avanti un bel po’ senza lavorare, e così feci, senza rendermi conto che, giorno dopo giorno, i soldi calavano. Andavo anche a divertirmi e la cosa peggiorò la situazione. Feci così la domanda di disoccupazione, continuando a cercare disperatamente, senza risultati. Non riuscivo più a pagare l’affitto e non sapevo più cosa fare. Avevo solo voglia di morire. Il padrone insisteva e veniva a chiedermi i soldi e io ero agli estremi.
La mia situazione si stava facendo sempre più critica. Telefonavo a destra e a manca, ma non trovavo nulla e iniziai a disperare. Gli amici mi incoraggiavano, ma mi rendevo conto di essere stato uno stupido a non seguire i consigli di nessuno e a fare di testa mia. Non volevo andare a dormire sotto ai ponti, e proseguendo per quella via, avrei rischiato e ci sarei di sicuro arrivato.
Un giorno, guardando la televisione, mi capitò di vedere una trasmissione su Rete 4 che riguardava sia una agenzia matrimoniale che un cercalavoro: mi dissi che forse era la volta buona e così partecipai. Fu una bella esperienza, ma con pochi risultati, tanto che ritornai punto e a capo.
Volevo farla finita, non avevo più la forza di continuare, i soldi erano agli sgoccioli. Il padrone dell’appartamento veniva spesso a chiedermi l’affitto e io non ero ancora riuscito a trovare nulla.
Ebbi un colpo di fortuna improvviso: il mio amico Gianni, vedendomi in quello stato, si era dato da fare e nel suo piccolo paese aveva cercato un lavoro per me. Mi telefonò: “Daniele, forse ho trovato un lavoro qua da me in un albergo.”
“E dove vado a dormire?”
“Vieni a dormire in casa mia, insieme a mia madre. Questa è una possibilità che ti posso offrire.”
Io accettai e gli chiesi quando avrei dovuto fare le valige e partire. Mi consigliò di andare un giorno a fare il colloquio col padrone, così poi io e lui ci saremmo accordati.
“Grazie, non so proprio come ringraziarti. Spero solo riusciremo ad andare d’accordo.”
Il mio cuore batteva ai mille all’ora dalla contentezza. Avvisai anche il padrone del mio appartamento che avevo trovato un lavoro e che così, in poco tempo, avrei potuto saldare i miei debiti. Lo misi tranquillo per un po’.
Venne finalmente il grande giorno. Partii alle nove del mattino e arrivai a destinazione alle due del pomeriggio. Notai il paesino incantevole, ma non mi fu possibile visitarlo subito perché avevo appuntamento col padrone per sentire quando avrei potuto iniziare. Il paese era bello così come il posto di lavoro, e il padrone era una persona molto gentile. Due giorni dopo iniziai.
Il destino volle che mi feci subito un marchio sulla fronte. Mentre aiutavo il mio amico Gianni a sistemare alcune cose in casa sua, presi contro a uno spigolo in un mobile: mi feci un grosso taglio e mi diedero tre punti. Il primo giorno di lavoro, appena mi videro con il cerotto sulla fronte si misero a ridere e dissero: “E’ il benvenuto del nostro paese.”
Mi diedero il compito di lavapiatti e tuttofare, aiutavo anche la signora che si trovava a tagliare le verdure e stava in cucina. Mi sembrava di essere a casa mia, ero circondato da persone educate e gentili che avevano sempre voglia di scherzare. L’unica persona buona ma difficile era la madre che col suo modo di fare faceva esaurire un po’ le persone, anche se nello stesso tempo era molto cordiale. Avevo trovato l’America, finalmente potevo stare tranquillo, lavoravo, mangiavo e stavo bene grazie a Gianni che in quel momento di difficoltà aveva saputo aiutarmi, tirandomi fuori dai guai. A lui devo molto. Chi è quell’amico che ti trova un lavoro e ti ospita a casa sua, anche senza conoscerti bene?
Purtroppo la nostra convivenza durò poco, solo due settimane, e finì per una banale sciocchezza: Gianni, in un attimo di sconforto, mi mise alla porta e così dovetti adattarmi. Feci le valige e me ne andai, licenziandomi anche dal lavoro. In un primo momento non dissero nulla, poi vedendo la mia decisione tentarono e fecero di tutto per farmi rimanere, ma io per paura che si ripresentasse di nuovo la stessa situazione decisi di andarmene. Avevo con me tre valige di roba. Ero molto deluso dal comportamento di Gianni.
Tornato a casa, si ripresentò il problema affitto. Riuscii a saldare il debito per poco tempo e non trovando lavoro, il problema ritornò ancora peggiore. Per circa un anno ce la feci a sistemarmi, poi si fece dura. Con Gianni il rapporto si riallacciò solo dopo un anno, e proprio insieme a lui provai a chiedere aiuto ai miei vecchi amici, sentendomi rispondere che meritavo di finire sotto ai ponti. A quel punto non seppi proprio più che fare.
Gianni intervenne un’altra volta, nonostante ciò che era successo tra noi,e mi convinse a provare tramite il sussudio del Comune, cosa che io non ero convinto di fare, ma provai ugualmente. Iniziai col farmi pagare l’affitto e finalmente riuscii a mettere il cuore in pace. Poi andai a fare domanda per le case popolari, e a distanza di un anno con molti sacrifici ottenni quello che mi serviva, un piccolo appartamentino.
Mi arrivò una telefonata da un ristorante, in cui cercavano personale, e ci lavorai per tre mesi risolvendo in parte la mia disperazione. Ma trascorso questo periodo tranquillo, mi ritrovai di nuovo costretto a casa.
Tramite un amico che ci lavorava già, avevo sentito dire che assumevano in una fabbrica dove facevano pasta. Ero molto contento della notizia, e andai a fare il colloquio. I responsabili mi risposero che, se volevo lavorare per loro, dovevo presentare le analisi del sangue, compreso il test per l’HIV. Lo guardai stupito, rimanendo senza parole. La delusione di scoprire che ancora una volta qualcuno che credevo fidato aveva approfittato della mia ingenuità per farmi sentire diverso, fu davvero grande. E così, anche quella speranza svanì di colpo, com’era arrivata.
Qualche giorno dopo, ci fu un risvolto positivo in tutta la faccenda: un mio caro amico mi invitò a casa sua, e venendo a conoscenza della mia situazione critica, mi fece un prestito di denaro con cui poter pagare almeno l’affitto. Era il Novembre del 1996, e grazie a lui, trovai un lavoro fisso, voltando finalmente pagina e abbandonando l’incubo di insicurezza e precarietà che avevo fino a quel momento vissuto. Mi tolsi da quel palazzo schifoso, e in me tornò la felicità.
Decisi così di cambiare totalmente vita: stroncai ogni rapporto con le persone che si erano divertite a farmi del male, e smisi di frequentare i posti della città in cui abitavo, per recarmi a Milano e fare nuove amicizie. Sentivo dentro di me che evadere da lì era la miglior cosa, per dimenticare tutto.
Infatti, dopo un po’ di tempo feci la mia prima conoscenza milanese. Tramite riviste, notai la pubblicità di una bella sauna, grande e pulita, non molto distante dalla stazione dei treni. Così un giorno mi ci recai, entrai nei camerini e mi spogliai, feci una doccia, dopodiché mi misi a esplorare l’ambiente sconosciuto, alla ricerca di una persona con la quale fare sesso e, magari, iniziare una relazione.
I ragazzi erano davvero belli, alti, con fisici atletici. Mi guardai attorno e cominciai a girare per i camerini, dove molti di loro si mettevano nudi per attirare l’attenzione di chi passava. Più avanti, adiacenti c’erano le doccie e, vicino a queste, la sauna. Provai ad entrare: faceva caldo e a causa del vapore non riuscivo a vedere bene. Mi spostai all’interno della sauna, e potevo assistere a scene eccitanti: c’erano gruppi di persone che facevano l’amore tra di loro, così decisi di partecipare ai loro giochi.
Dopo un po’ fui costretto ad uscire perché con tutto quel caldo non ce la facevo più, e iniziai ad esplorare l’ambiente fuori. Vidi una scala che portava al sottotetto, e mi accorsi, non subito, che alcuni salivano per recarsi al piano superiore. Incuriosito da questi movimenti, provai a seguirli e mi accorsi che era una mansarda adibita a incontri privati. All’interno c’era buio totale.
Inizialmente avevo timore ad entrare, poi, vedendo che tutti entravano e uscivano liberamente, mi decisi. Non vedevo nulla, ma all’improvviso sentii tutto. La cosa fu molto piacevole: mani scivolavano su tutto il mio corpo e mi toccavano ovunque, mi sentivo penetrare senza poter vedere chi fosse, era una cosa spettacolare. Tornai al piano di sotto, nella sauna. Si era nel frattempo formato un bel gruppetto di giovani che facevano sesso tra loro, e si impegnavano anche in rapporti orali. Era fantastico assistere a queste scene in mezzo alle nuvole di vapore. Partecipai anche io divertendomi molto, fino a quando il gruppo si sciolse, e rimase solo qualche persona.
Un ragazzo in particolare attirò la mia attenzione. Mi avvicinai e stetti vicino a lui rimanendo fermo, immobile e silenzioso. Intravedevo il suo sguardo e un po’ alla volta, mi resi conto che si era avvicinato. Io ero molto teso, avevo paura di sbagliare persona. Ci scambiammo sguardi profondi, e d’un tratto sentii la sua mano appoggiarsi sulla mia. Tenevo gli occhi bassi, ma quando li alzai per guardarlo, ne nacque un bacio appassionato.
Le persone che si trovavano con noi in sauna, appena ci videro si buttarono addosso a noi per fare sesso. Inizialmente ci lasciammo toccare, ma poi decidemmo di andare fuori, per conoscerci meglio.
“Finalmente ora possiamo vederci in faccia, - esordii io, - cominciavano a infastidirmi tutte quelle mani.”
Ci presentammo, dandoci la mano, e lui disse di chiamarsi Ernesto. Mi propose di entrare in un camerino, per stare più a nostro agio e in disparte, lontano da occhi indiscreti. Non ce n’era uno libero, così finimmo in un angolo a conversare. Era un ragazzo dolce, carino e simpatico, molto coccolone. Parlammo di tante cose, ci raccontammo tutto di noi, fino a quando si liberò finalmente uno stanzino ed entrammo, appoggiandoci sul lettino.
“Qui si sta un po’ meglio. Possiamo continuare le nostre chiacchere. A che punto siamo rimasti?” chiesi io.
“Ti stavo raccontando dei miei, che sono morti uno poco distante dall’altro.”
Veramente un destino atroce. Stava soffrendo ancora tanto per loro.
Finimmo per fare sesso, e si fece tardi. Guardai l’ora e gli dissi che dovevo scappare, per non perdere il treno. Visto che anche lui doveva andare in stazione, mi propose di uscire insieme.
Andammo così a fare una doccia, dopodiché ci rivestimmo parlando un po’:
“Mi dispiace di non poter rimanere ancora, ma il lavoro, sai com’è...”
“Anche per me è la stessa cosa, - dissi io, - ma avremo modo di rivederci ancora, almeno lo spero.”
“Sicuramente!” mi tranquillizzò Ernesto.
Appena pronti, uscimmo dal locale e ci precipitammo a prendere l’autobus che ci avrebbe portato in stazione. Durante il viaggio parlammo ancora dei nostri casini e dei nostri problemi. Arrivati a destinazione, mi presi un panino al bar per il viaggio di ritorno. Dover partire mi rattristava un sacco.
Milano era davvero bella, ma non era affatto facile abitarci. Piaceva a entrambi, ma tutti e due mancavamo di due cose fondamentali per viverci: una casa e un lavoro adeguati. Ci ritrovammo in stazione a controllare i binari dei nostri rispettivi treni: uno era al quindici e l’altro al ventidue. Ci trovammo uno di fronte all’altro, per i saluti.
“Cosa posso dirti.. mi ha fatto molto piacere conoscerti, spero di rivederti presto.”
“Anche io, lo spero” e ci abbracciammo davanti a tutti. Lo vidi un po’ titubante, così gli chiesi se si faceva dei problemi in mezzo alla gente. Io avevo smesso di farmene ormai da un bel po’. Il microfono annunciò la partenza del treno per Ancona, così salii in fretta e furia, mi recai nel primo scompartimento che trovai, tirai giù il finestrino e lo salutai di nuovo. Era circa la metà ottobre del 1997.
Per circa un mese, né io né lui ci facemmo sentire. Arrivarono le feste natalizie ed ero molto triste, perché non mi andava di passare le feste da solo. Non avevo ricevuto ancora nessuna notizia, quando all’improvviso un giorno il telefono squillò. Era proprio lui, era Ernesto.
“Che sorpresa! Non ci speravo più!” dissi, tra la contentezza.
“Scusami, ma con il lavoro ho avuto molto da fare. Come stai?”
Fu una bella conversazione, in cui ci aggiornammo sulle nostre rispettive vite. A entrambi andava bene, ma non c’era nulla di nuovo e la vita procedeva più o meno come sempre.
“Daniele, per le feste natalizie cosa fai di bello?”
“Non lo so, non ho ancora deciso nulla.”
“Che ne diresti di passare il Natale qui da me? Certo, però, dimenticavo che sono coi miei genitori...”
“Allora possiamo fare a Capodanno!” proposi io. Lui accettò con entusiasmo e lo invitai da me, perché avevo già organizzato una cena insieme ad altri miei amici. Gli dissi che lo aspettavo per il ventidue di Dicembre, così avremmo potuto passare qualche giorno insieme, prima della festa.
Non vedevo l’ora che arrivasse il grande giorno. Il mio cuore batteva forte, mi ero affezionato a lui e provavo qualcosa nei suoi confronti, qualcosa che non riuscivo a contenere. Lo pensavo giorno e notte. Speravo in una relazione seria tra noi due, e volevo non finisse come le precedenti, dove mi avevano solamente usato e poi buttato via.
Il giorno concordato mi recai in stazione a prenderlo e lo accompagnai a casa mia. I festeggiamenti erano alle porte, e in effetti trascorremmo un bellissimo Capodanno in compagnia: ero davvero felice, avevo ritrovato un poco di serenità, i miei amici erano molto disponibili, e aspettammo insieme lo scoccare della mezzanotte e l’arrivo del nuovo anno.
Dopo la cena, facemmo baldoria a volontà, con musica a tutto volume, e ad un certo punto della nottata ce ne andammo in discoteca. Fu un’occasione e una festa davvero speciale, non volevo crederci, insieme a Ernesto mi sembrava tutto migliore.
La sera del primo dell’anno, però, fu assai triste per me, perché lui doveva ripartire e tornare a casa sua. Anche lui era giù di morale, lo capivo, entrambi pensavamo la stessa cosa: volevamo poter stare insieme per altro tempo ancora, ma purtroppo non ci era possibile.
Lo riaccompagnai in stazione, fece il biglietto e insieme ci sedemmo sulla panchina del binario due.
“E’ arrivato un pessimo giorno” gli dissi.
“Sembra di sì...” mi rispose, mogio.
“Spero tu sia stato bene in questi giorni.”
“Non poteva andare meglio! Stare con te è stato magnifico, ma devo dire che anche i tuoi amici sono stati molto simpatici!”
Arrivò il treno al binario, nel frattempo, e ci alzammo entrambi: sotto lo sguardo sbalordito di tutti, ci abbracciammo intensamente. Infine, ci scambiammo un ultimo saluto, mentre il treno partiva. A me scese qualche lacrima di commozione, e notai che anche a lui era capitata la stessa cosa.
Ci rivedemmo per l’Epifania, e quella volta fui io ad andare da lui: volli fargli una sorpresa, e al mio arrivo inaspettato mi accolse volentieri. Passammo l’intera giornata assieme: facemmo sesso, poi mi portò a vedere il paese dove abitava, un paese piccolo ma incantevole, in provincia di Milano. Guardammo le bancarelle, una più bella dell’altra, mi fece visitare le chiese, tra cui una molto famosa, e ci fermammo a prendere un gelato. La giornata trascorse in un baleno, e arrivò il momento di lasciarci di nuovo.
“E’ arrivato il momento più brutto...” mi disse, mentre salivo sul treno.
“Purtroppo sì. Cosa dire, grazie del bel giorno che mi hai regalato, mi sono divertito molto. Il ricordo mi rimarrà sempre nel cuore.”
“Allora, quando ci si rivede?” mi chiese.
“Non saprei, presto sicuramente! Non voglio perderti, e forse ti voglio...” non riuscii a finire la frase, e lo salutai ringraziandolo dal finestrino del treno in partenza.
Riuscimmo a vederci solo un mese dopo. In tutto quel tempo mi aveva tormentato un pensiero fisso: ero indeciso se parlargli della mia malattia, avevo paura che potesse venire a saperlo da altri. Così, chiesi consiglio ad alcuni amici, perché pensavo fosse troppo presto, ma loro mi dissero che, se davvero gli volevo bene, avrei fatto meglio a dirglielo. Non mi davo pace, avevo il terrore che questa verità lo allontanasse da me. Avevo paura di perderlo.
Quando ci incontrammo, passammo di nuovo dei bei momenti insieme. Ad un certo punto, però, mi vide un po’ strano, e mi chiese: “Qualcosa non va? Ti vedo giù...”
Risposi che non avevo nulla. L’ansia e il tormento si facevano sempre più forti, tanto che durante la cena, mentre mangiavo quello che mi aveva preparato, non riuscii più a nascondergli il mio stato d’animo.
“Cosa c’è? – mi disse. – E’ tutt’oggi che sei strano...”
“Beh, a dire il vero, ci sarebbe una cosa che dovrei dirti. Solo che non so proprio da dove iniziare...”
“Prima cominci, e prima ti liberi da questo peso.”
Io avevo notato su una sua giaccia il fiocchetto rosso di solidarietà per i malati di AIDS, e pensando a questo, tirai un sospiro di sollievo e gli parlai. Eravamo l’uno di fronte all’altro: lo guardai intensamente e con parole forzate gli feci capire qual’era il problema, e di quale infezione fossi affetto. Lui comprese subito ma, per un istante, restò senza parole. Non so dire bene che cosa provò: forse un sentimento di angoscia e dolore, prospettando le eventuali sofferenze che avrei subìto negli anni a venire, ma immediatamente ritrovò la forza d’animo. In fondo era già stato provato da altri lutti: aveva visto sua madre andarsene in silenzio, sotto l’effetto della pietosa morfina che ne placava il dolore, e dopo soli quattro mesi esatti il padre, pienamente cosciente, si era spento come una candela, facendosi il segno della croce.
Pensai subito che avevo sbagliato, che non mi avrebbe accettato.
“Ti prego, non stare in silenzio, - gli dissi, - dì quello che pensi, se ti infastidisce, posso anche allontanarmi e andarmene via.”
Commosso, disse: “Mi spiace per te, è terribile. Ma che uomo sarei se voltassi le spalle a un amico che soffre, che attende giorni difficili, giorni che gli auguro non arrivino mai! Ti accetto per quello che sei: tu hai un virus, non sei un virus!”
Ero senza parole. Piangendo, gli andai incontro e lo abbracciai forte: “Davvero? Non lo stai dicendo solo così, per dire? Grazie, avevo una grande paura che mi rifiutassi.”
“E perché dovrei? Sei uguale agli altri.”
“Non sai quanto sono felice. Questa è una cosa che non posso dire a tutti, è troppo delicata, posso raccontarla solo alle persone di cui posso fidarmi. Ho già sbagliato una volta, e non voglio ripetere lo stesso errore.”
E così finimmo abbracciati, piangendo. Mi consolò dicendomi che la ricerca farmacologica stava facendo progressi nella cura di questa terribile malattia e da allora, durante il periodo che ci frequentammo, mi aiutò anche a trovare le parole e la forma adatta per questo mio libro. Per combinazione del destino, i segni dell’immunodepressione cominciavano a farsi notare, sempre più evidenti, e mi aspettavo che presto mi avrebbero prescritto la cura.
Da quel momento io e lui ci vedemmo sempre più spesso. Andavamo in giro per locali, mi fece vedere tutta la città di Milano, iniziammo a viaggiare e a fare i turisti insieme. Instaurammo una relazione molto bella e ricca. La nostra storia durava da circa sei mesi, quando all’improvviso la mia serenità si interruppe di nuovo: una nuova disgrazia era dietro l’angolo.
LA MIA INGENUITA’
Amo molto l’arte della fotografia. Mi piace fotografare ogni cosa che mi circonda. In particolar modo, mi piace fare pratica con le foto di nudo maschile e femminile. Mi davo da fare per cominciare, ma mi mancava la parte fondamentale, i modelli e le modelle.
Non trovando altro rimedio, decisi di prendere le mie solite riviste dove mettevo annunci, e provare a metterne anche di quel genere. Compilai il modulo nell’ultima pagina come sempre, inserii qualche mia foto e spedii il tutto all’indirizzo. Dopo circa un mese, iniziarono le telefonate, e ne eliminai la maggior parte perché non erano affatto attendibili. Piano piano, arrivò qualche telefonata più seria e io intrapresi la mia carriera di fotografo. I giovani che venivano da me non erano tanti, ma ero riuscito a realizzare foto che, anche se non eccelse, avevano attirato l’attenzione di qualche aspirante modello, tanto che un giorno mi arrivò una chiamata dalla città di Napoli. Era di un ragazzo che desiderava un book fotografico.
Accettai volentieri, gli dissi di venire da me a Modena, e ci accordammo perché salisse nel giro di una settimana. Ricordo che era un sabato mattina quando giunse a Modena. Erano le otto, e io, finito il mio turno di lavoro, mi precipitai in stazione a prenderlo.
Lo vidi sulla porta d’entrata della stazione, e rimasi sbalordito. Prima di andargli incontro, lo osservai dalla testa ai piedi per verificare la sua identità. Alto un metro e ottanta, capelli biondi, vestito da militare, con una borsa a tracolla. Quello che non mi piaceva di lui era quel suo modo di vestire. Non credevo fosse proprio lui, e invece mi sbagliavo.
Lo feci salire sul mio motorino, e andammo diretti a casa. Dentro di me mi chiedevo se veramente fosse un fotomodello, perché aveva l’aspetto di tutto fuorché di quello. Arrivati a casa, ci presentammo.
“Non mi hai ancora detto come ti chiami...”
“Sandro” rispose lui.
“Scusa se te lo chiedo, come mai da Napoli hai scelto Modena per venire a fare delle foto?”
“Mi ha colpito molto il tuo annuncio. L’ho trovato più serio degli altri.”
“Grazie del complimento!”
“E’ così, poi io sono sempre in giro per il mondo a fare book fotografici, per potermi un giorno inserire nel settore.”
“Ma tu hai già fatto altri servizi?”, gli chiesi io.
Lui mi rispose che aveva lavorato per alcuni nomi famosi. Io lo osservavo, ma la mia idea era quella che non avesse fatto nulla di tutto ciò che diceva.
“Il viaggio è stato lungo, potrei riposarmi un po’?”
Gli dissi che poteva riposare quanto voleva. Prese sonno subito e dormì per circa un’ora, dopodiché si svegliò e nel primo pomeriggio iniziammo il servizio, che durò tre ore: gli feci quattro rullini da trentasei pose.
Finito il servizio fotografico, vedevo in lui una certa attrazione per me: desiderava fare sesso, e tra una toccata e l’altra coinvolse pure me. Non facemmo più del dovuto, perché lui non mi piaceva più di tanto. Alla fine, se ne andò dicendo che sarebbe tornato a casa.
“Come, te ne vai a casa? Giù a Napoli? Starai scherzando...”
“No, perché?!”
Mi domandavo il motivo della sua scelta, andare e tornare in giornata, e non lo capivo proprio.
“Ok, - dissi, - allora vieni la prossima settimana così guardiamo come sono venute le foto.”
Ci salutammo e promettemmo di rivederci.
Dopo circa due giorni, mi chiamò chiedendomi se potevo dargli ospitalità, perché i suoi genitori lo avevano buttato fuori casa senza dargli spiegazioni. Io gli risposi che non potevo, che non conoscendolo bene non volevo farlo entrare in casa mia. Mi ringraziò comunque.
Passò qualche altro giorno, e di nuovo mi chiese di ospitarlo per un po’. Io, che sono una persona molto buona, sentendo una cosa del genere mi intenerii. Mi piangeva il cuore, tanto che accettai la sua proposta e lo invitai come ospite. Solo per qualche giorno.
Si presentò il giorno dopo. Arrivò con addosso uno zaino pesante, colore verde militare. Appena mi vide, si mise a piangere perché non sapeva dove andare. Gli ripetei che più di tanto non potevo ospitarlo e che dopo poco avrei dovuto mandarlo via. Accettò le mie condizioni.
Nel frattempo venne il momento di andare a ritirare le foto fattegli la settimana prima. Le foto erano riuscite molto belle, perfette direi, tanto che gli chiesi se mi autorizzava a pubblicarle nella rivista dove aveva trovato il mio annuncio. Ancora non mi rendevo conto in quale casino mi stavo cacciando. Rispose che potevo farne ciò che volevo, e così feci.
Le mandai quindi alle edizioni per farle pubblicare e farmi notare con un po’ di pubblicità, e dimostrare a eventuali fotografi professionisti come lavoravo.
In quei giorni cercavo di capire se avevo fatto la cosa giusta oppure no. In Sandro c’era qualcosa che non andava, si era preso troppa confidenza approfittando della mia ospitalità. Alla sera usciva tardi, per andare a conoscere altri ragazzi. I giorni diventarono mesi, e io notavo che ogni sera tornava un po’ brillo e con molti soldi. Non mi ero reso ancora conto che si era incastrato in qualche giro sporco.
Un giorno, però, con alcuni amici andai nei luoghi che frequentava e scoprii tutto. I miei amici, che in una occasione avevano avuto modo di conoscerlo, capirono subito che mi ero messo in un brutto guaio, e mi consigliarono di buttarlo subito fuori di casa. Così, tentai di far capire a Sandro che non potevo più tenerlo, ma lui col suo modo di fare seppe mettermi con le spalle al muro per rimanere da me. Ci provai in tutti i modi, ma non riuscii a fargli cambiare idea con le buone.
Una sera, mentre si cenava, gli intimai per l’ennesima volta di andarsene, o lo avrei fatto buttare fuori dai carabinieri. Vistosi alle strette, iniziò con le minacce. Approfittò del fatto che era uscito sul giornale l’annuncio che proprio lui mi aveva permesso di pubblicare tempo prima, e minacciò di denunciarmi. Imparai inoltre che era uscito dal carcere poco tempo prima che ci conoscessimo, e questo mi mandò in bestia. Non sapevo più che fare.
I miei amici continuavano ad insistere dicendo che dovevo buttarlo fuori, ma con minacce del genere dovevo stare attento anche io. Pur di impossessarsi dell’appartamento, mi fece addirittura perdere il posto di lavoro.
Per disperazione , scappai di casa senza méta a riflettere sul perché la mia testa mi facesse cadere in queste trappole. Rimasi via per ben tre giorni, dopodiché tornai e trovai ad attendermi Sandro e i miei amici: mi dissero che se non avessi fatto rotorno a casa avrebbero chiamato i Carabinieri. Ero in uno stato nervoso tale che non volevo parlare con nessuno. Ero stanco della vita, volevo farla finita. Passai sette mesi in quello stato, per me era diventato un incubo. Nel frattempo, chiesi a un avvocato che cosa potevo fare, ma la risposta fu negativa. Mi disse che non ci potevo fare molto, che avevo sbagliato a non fargli firmare un foglio di liberatoria: dato che lui era un ragazzo di strada, mi poteva fare del male e denunciarmi perché avevo pubblicizzato il mio lavoro utilizzando la sua immagine senza autorizzazione. Non potevo fare nulla. Mi suggerì di trovare un sistema che non mi danneggiasse economicamente, e prendere tempo per poi togliermelo dai piedi.
Erano già sei mesi che frequentava casa mia, ogni giorno che passava il suo modo di vivere diventava sempre più pesante e difficile da sopportare per me. Ero disperato. Stava cercando di coinvolgermi nel suo sporco giro ma non ci cascai e finalmente, dopo sette mesi di calvario riuscii a trovare una soluzione. Parlai con un mio amico trans, che abitava nello stesso mio condominio, e insieme a lui finalmente buttai Sandro fuori di casa, anche se poi lui si trovò un appartamento proprio sotto di me, al primo piano. Non ci volevo credere, ma purtroppo era andata proprio così. Finito l’incubo, la mia vita tornò alla normalità di sempre.
UNA COLLEGA DI LAVORO
Era un giorno mite, né troppo freddo né troppo caldo. Appena finito il mio turno di lavoro, una mia collega mi invitò a vedere la fiera di Sant’Antonio, che si teneva in centro. Lei è una ragazza molto bella, alta, capelli castani, gentilissima. Accettai subito il suo invito e mi recai in fiera insieme a lei. Le bancarelle erano tante, c’erano parecchie cose da guardare peccato che in quel momento nessuno dei due avesse in tasca molti soldi. Vendevano di tutto, dai soprammobili ai vestiti. Nonostante avessimo poca confidenza tra di noi, quel momento fu magico, sembrava che ci conoscessimo già da anni. Girammo in lungo e in largo tutta la fiera, la gente ci guardava e osservava la nostra sintonia, che traspariva nonostante non fossimo amanti. A lei questo dava un po’ fastidio, a me per nulla, d’altro canto eravamo una coppia come tante altre. Finito di visitare la fiera, decidemmo di andare a prendere un buon gelato. Continuammo la nostra conversazione parlando di noi e di tante altre cose della nostra vita. La guardavo fissa negli occhi per cercare di capire se poteva essere una persona con la quale confidarmi tranquillamente, ma capii che non era ancora il momento. Finito il gelato, la accompagnai al motorino che si trovava vicino al nostro posto di lavoro. Ci salutammo e ci demmo appuntamento per il giorno dopo.
Mi sentivo molto felice nonostante non provassi alcuna attrazione per lei, ma c’era grande sintonia a livello di pura amicizia. Anche sul lavoro la simpatia che provavo per lei non l’avevo per nessuno, tanto che nell’ambiente, appena si resero conto del nostro lieve allontanamento nei confronti degli altri colleghi, iniziarono subito a prenderci in giro. Il giorno dopo mi diede appuntamento, e si andò per le vie del centro. Notammo una caffetteria speciale dove, oltre a servire il caffè, avevano del buon the di tutti i tipi, da quello alla menta a quello alla fragola, ai mirtilli, l’indiano e tanti altri. Decisi di prendere un succo di frutta, mentre lei prese un caffè. Nel frattempo, chiedemmo di assaggiare i sapori che provenivano dai barattoli di the appesi al muro, sopra la macchina del caffè. Erano uno più buono dell’altro, tanto che insieme comprammo due etti di the al mandarino e due al gusto cinese. Dopo l’acquisto, riaccompagnai la mia collega al motorino, promettendole di rivederci il giorno seguente.
Per qualche giorno non volle venire in giro con me e io ci stavo male perché pensavo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma trascorso questo breve periodo, ci rivedemmo e tornammo ancora insieme per le vie del centro. A un certo punto, notai in lei una certa curiosità. Cercavo di stare attento per non fare la fine che avevo fatto tempo prima. Parlammo di tutto, in generale, compresa anche la malattia dell’AIDS. A quel punto mi resi conto che forse potevo sfogarmi e non tenere più tutto dentro. Quando toccò il tasto io cercai di schivare, lei lo aveva intuito ma non ne era sicura.
“Guarda che se hai dei problemi a me puoi dirlo.”
“Che problemi? Il mio è solo un esaurimento.”
“Lo vedo che in te c’è qualcosa. Hai paura a confidarti. Io ti ho detto i miei e tu puoi dirmi i tuoi.”
“Mi posso fidare al cento per cento? Posso essere sicuro che quello che si dice tra noi non va in bocca a nessun altro?”
“Non ti preoccupare, fidati.”
Ero titubante ma alla fine mi rivelai.
“Vanda, devi sapere che io sono sieropositivo.”
“E ti tormentava così tanto dirlo?”
“Vedi tu, se per te è una cosa che si può dire facilmente al primo che capita.”
“Ma tu sei anche omosessuale?”
“Sì, lo sono.”
“Perché hai paura a parlarne?”
“Non lo dico facilmente perché in passato ho già avuto esperienze negative, e tutta Modena sa i fatti miei a causa della mia ingenuità.”
“Mi sispiace, povero daniele. Ecco perché sei così silenzioso, non parli con nessuno. Adesso è tutto chiaro, comunque se anche hai sofferto non te ne devi vergognare, io sarò sempre tua amica.”
Dal mio viso iniziò a scorrere qualche lacrima. Lei prese il fazzoletto dalla tasca e me lo porse.
“Perché piangi? Non fare così...”
“Sono molto sensibile quando mi confido e le persone mi accettano io mi metto a piangere.”
“Beh ora è meglio che andiamo, ti ho fatto rattristare troppo.”
“Ma no, se vuoi stiamo ancora!”
“E’ meglio che ci vediamo domani. Su di morale, sappi che io ci sono.”
Ci lasciammo così. Tristemente tornai a casa. Pensai molto alle parole che mi aveva detto. Possibile non ci fosse nessuno che ci accettasse? D’altronde la vita era la nostra. Noi sieropositivi non abbiamo intenzione di contagiare nessuno.
Il giorno dopo ci ritrovammo fuori dal lavoro per andare a prendere un gelato, e seduti su una panchina, ritornammo allo stesso argomento.
“Ma dimmi una cosa, come sei stato contagiato?”
“A dire il vero precisamente non lo so, so solo che sicuramente è avvenuto a Bologna nei locali che frequentavo. All’epoca non davo peso alle precauzioni e ora eccomi qua, a soffrire per un errore commesso.”
“Gli errori si pagano, ma non pensavo a un prezzo così alto.”
“In queste cose ora come ora bisogna guardarci bene, e usare le apposite precauzioni. Tantissima gente ancora non lo fa, per questo si sente parlare ancora di AIDS.”
“Non mi era ancora capitato di conoscere persone affette da questo virus. E quelle macchie che hai, che cosa sono?”
“Punture di zanzara, che non riesco a guarire perché mi gratto.”
“In quel caso il rischio esiste?”
“No, se tu non hai tagli, comunque sia in tutti i casi nessuno deve toccarmi. E se un giorno dovesse capitarmi di stare male, e cado a terra, nessuno deve aiutarmi per soccorrermi. Poi, non sai un’altra cosa che ancora adesso mi tormenta.”
“Cosa?”
“Un giorno, in un posto frequentato dai noi omosessuali, conobbi una persona con la quale feci sesso. Alla fine mi accorsi che il preservativo che avevo usato era rimasto dentro al suo corpo, compreso lo sperma. Quando me ne resi conto, mi allarmai e mi allontanai subito, senza fargli capire nulla. Lui si accorse del preservativo rotto ma non immaginava nulla. Io invece che sapevo tutto il resto, mi rifugiai da un amico per raccontargli l’accaduto. Non sapevo cosa fare. Avevo un senso di colpa immenso, non mi davo pace. Quella persona era già in serie difficoltà fisiche e io con quel fatto potevo averlo danneggiato il doppio. Chiesi al mio amico se fosse stato meglio riferirgli tutto, ma lui mi rispose: - Vuoi essere denunciato?! Ormai è successo e tu le precauzioni le hai usate. Si sono rotte! – Se il preservativo si fosse rotto da vuoto era una cosa, ma quello era pieno, il rischio c’è al cento per cento.”
“Ormai non puo fare più nulla.”
“Non troverò il coraggo di andare ancora là, è troppo forte il senso di colpa. Hai capito quanti sbagli ho commesso?”
“Ma hai mai saputo se fosse effettivamente stato contagiato?”
“No, però ho notato che quando faceva sesso con altre persone, e non aveva il partner fisso, le precauzioni non le usava mai.”
“Allora che paura devi avere? E’ incredibile questa storia. Ora è meglio che andiamo, si è fatto tardi.”
Ci salutammo, ma fortunatamente con lei era rimasto aperto un canale di fiducia e di dialogo che non mi fece sentire a disagio, nonostante lei conoscesse tutte questi aspetti della mia vita che ai più tenevo nascosti.
UN AMICO VERO
Nonostante queste disavventure, continuai a mettere sempre annunci con la speranza di essere più fortunato. Come al solito, le chiamate erano tante, ma dopo l’esperienza con Sandro guardavo molto bene prima di fare venire qualcuno. Dopo un po’ di tempo, mi arrivò una telefonata dalla provincia di Genova. La voce dall’altra parte del filo era titubante, e mi chiedeva se fossi stato io a lasciare la richiesta.
“Mi chiamo Gianni.”
“Dimmi, ti interessa l’annuncio?”
“Sì... no, - era indeciso, - volevo chiederti come mai hai messo quella frase, che alludeva al fatto che hai chiuso l’attività a causa di qualcuno.”
“Ah sì, purtroppo ho avuto una piccola disavventura a causa della quale sono stato costretto ad abbandonare la fotografia per un po’. Ora invece sono alla ricerca di volti nuovi.”
“Ah, ho capito” rispose lui.
“Ma tu mi chiami perché vuoi essere fotografato?”
“A dire il vero, ho trovato per caso il giornale sul vagone di un treno, mentre tornavo a casa coi miei colleghi di lavoro.”
Io non ci potevo credere, e così gli chiesi informazioni.
“Ti giuro, - disse ridendo, - ero in compagnia dei miei colleghi quando loro, mettendosi a sedere, improvvisamente notano un giornale, ed eclamano: “Guarda, un giornale di culi!” Io, che non avevo mai visto prima una rivista di questo tipo, sono rimasto stupito, e prima di scendere a destinazione, senza farmi vedere, l’ho nascosta dentro al mio zaino da spalla. Poi mi sono fermato in un posto riservato per non farmi vedere da nessuno, ho letto il tuo annuncio che mi ha colpito molto.”
“Ho capito, ma tu di cosa sei alla ricerca?”
“Se devo essere sincero, non lo so!”
“Allora cosa mi hai chiamato a fare?” chiesi io. Poi aggiunsi: “Comunque, la tua voce è molto bella.”
“Grazie del complimento. Cosa fai nella vita?”
“Lavoro in una coop sociale come addetto alle pulizie. E tu?”
“Io lavoro in un albergo.”
“Ma da dove chiami?”
“Dalla provincia di Genova.”
Rimanemmo al telefono circa mezz’ora, raccontandoci di noi. Affrontammo anche l’argomento genitori. Io gli dissi che ero rimasto solo col padre, e che tra noi il rapporto non era molto forte. Lui invece mi raccontò che viveva con la madre, con problemi di salute gravi, ma curabili. Da subito, anche se solo telefonicamente, nacque una piccola amicizia.
Gianni era molto gentile e cordiale, proprio la persona di cui ero alla ricerca. Da quel momento iniziammo a sentirci tutti i giorni al telefono, in attesa di un incontro. Un’attesa che durò circa un anno.
Era il Duemila. In quel periodo ero pieno di telefonate per il mio annuncio di lavoro. Era un sabato sera, e proprio in quell’occasione stavo aspettando due persone per un book fotografico.
Le telefonate arrivarono contemporaneamente, tanto che non seppi chi far venire per primo. Gianni, prima di giungere in quel di Modena, mi chiamò per avvisarmi del suo arrivo, e non solo per quello.
“Vorrei ricordarti, Daniele, che se vengo da te vengo solo per amicizia. Mi piace che sia ben chiaro, perché non voglio nascano malintesi tra noi.”
“Ti ho detto che per me non ci sono problemi, vai tranquillo.”
“Ok, allora guarda, io arrivo a Modena alle cinque del pomeriggio, vieni a prendermi?”
“Mi dispiace, ma devo aspettare anche un’altra persona!”
“Sicuramente per gli annunci...”
“Proprio così! Però ci credo solo quando lo vedo.”
“La sai una cosa? L’argomento sta stuzzicando anche me, mi piacerebbe vedere come funziona. Te l’ho detto che fino a qualche tempo fa ero insieme a una ragazza, e forse chissà, guardando quella rivista è nata in me una certa curiosità.”
“Guarda, - gli dissi io, - per chi non è dentro al giro è molto difficile, questo mondo è falso.”
“Beh, puoi insegnarmi tu!”
“Io?” risposi stupito.
“Non stiamo troppo al telefono, continueremo stasera.”
“Ok Gianni, come vuoi. Appena arrivi prendi l’autobus numero quattro, che ti porta proprio sotto casa mia. Digli di lasciarti alla fermata prima del 336.”
Ci salutammo e chiudemmo lì la conversazione.
Erano le due del pomeriggio, mi rimaneva ancora poco tempo e in casa dovevo ancora pulire per non farmi vedere in disordine. Arrivare le cinque, mi misi al balcone ad attenderlo. Ero molto curioso di vedere coi miei occhi chi era questa persona così dolce, gentile e sempre allegra.
Suonò il campanello, e al mio “chi è?” rispose lui in tono allegro. Lo feci salire al secondo piano, e appena lo vidi, davanti alla porta, mi piacque subito. Mi abbracciò forte come se già mi conoscesse e non ci vedessimo da tempo. Alto un metro e ottanta, sugli ottanta chili, slanciato, di bella presenza e molto elegante.
“Siamo riusciti finalmente a incontrarci!” esclamò lui.
“Che aspetti? Vieni dentro! Non ti attende una casa grande, è tutto qui.”
“Beh, casa piccola, ma carina.”
“Mettiti comodo, lo prendi un caffè?”
“Sì, grazie!”
Mentre ero intento a preparare il caffè, lui, curioso, si mise a osservare la casa, balcone compreso.
“Hai un balcone che è davvero gigante.”
“Sì, qui hanno fatto più grande il balcone dell’appartamento.”
“Vedo che sei un amante delle piante...”
“Sì, guai a chi me le tocca, sono geloso!”
“Ma chi ci abita, in questo carcere?”
“Meglio che non lo dico. Non vorrei spaventarti. Sono tutti extracomunitari, puttane, e così via.”
“Ma come fai a stare in un posto del genere?”
“Sono già dieci anni che vivo qui, basta farsi gli affari propri e nessuno ti disturba.”
“Mai e poi mai verrei ad abitare in un posto così.”
“Non ti dò torto, ma all’infuori di qui, dove lo vai a trovare un altro appartamento?”
“In una città grande come Modena?”
“L’apparenza inganna... uhh il caffè!”
Misi le tazzine sul tavolo, presi in mano la caffettiera e servì il liquido nero e fumante. L’aroma riempì la stanza.
“E’ stato lungo il viaggio?”
“Cinque ore. Abito in provincia, nell’entroterra Ligure.”
“Deve essere davvero bella la città dove abiti.”
“Sì, ma è molto piccola. Hai per caso la rivista dove eri pubblicato?”
Annuii e andai a prenderla. Si trovava nel mobile accanto al letto. Gliela porsi, rimettendomi a sedere, e lo guardai mentre ne sfogliava le pagine.
Mentre lo osservavo, la mia fantasia viaggiava. Pensavo a come sarebbe stato bello fare sesso con lui. Di tanto in tanto mi lanciava occhiate, e capì in fretta che ero attratto da lui.
“Non fare brutti pensieri, - disse, - non sono qui per quel motivo.”
“Quali brutti pensieri...?”
“Ecco, questo è il tuo annuncio!”
“Sì, è lui. Allora ti è piaciuto...”
“Ti dirò, se non fosse capitata quell’occasione, non avrei mai saputo che esistono questo genere di giornali.”
“Ma dai, chi non sa che esistono queste riviste!”
Nel frattempo ricevetti una telefonata: era proprio Francesco, il ragazzo che stavo aspettando. Gli dissi che non potevo raggiungerlo perché avevo un altro ospite, e gli diedi istruzioni su come trovarmi e come arrivare a casa mia. La conversazione si chiuse in fretta.
Dissi rivolto a Gianni: “Era la persona dell’annuncio.”
“Allora stasera fichi fichi!” rispose lui, scherzando.
“Sì, ma tu dove vai?”
“Se mi indichi dove posso trovare questo giro dei culi, posso andare a curiosare, sempre se lo trovo.”
“Non è difficile, ora ti spiego.”
Mentre gli indicavo i luoghi giusti, suonò il citofono: era Francesco.
“E’ arrivato! Spero sia un bel ragazzo.”
Lasciato Gianni a sfogliare la rivista, mi affacciai di fretta al balcone per vedere com’era. Pensai subito che non era affatto male, uno e settantacinque di altezza per ottanta chili, longilineo. Gli dissi di salire e si presentò alla mia porta. Ci presentammo, e lo introdussi anche a Gianni.
“Ho appena fatto il caffè, ne vuoi?”
“Grazie, volentieri...”
Ad un tratto, non parlava più nessuno. Ci pensò proprio Gianni a rompere il ghiaccio, col suo solito spirito di iniziativa.
“Abiti lontano, Francesco?”
“Vengo da Bari.”
“E da laggiù sei venuto fin qui a conoscere Daniele...”
“Sì, ho letto il suo annuncio e l’ho trovato molto serio, così ho colto l’occasione per fare una nuova conoscenza.”
“Ce ne sono molti anche da te, di gay?”
“Sì, ma è decisamente tutta un’altra vita.”
“Ho capito. Ma sei venuto qui ancora?”
“Sì, ma per caso...”
Io e Gianni ci lanciammo uno sguardo, ridendo complici. Poi fu la volta di Francesco a fare domande.
“E tu invece di dove sei?”
“Della Liguria.”
“E’ molto che vi conoscete?”
“Oggi è la prima volta, di persona...” disse Gianni, e io aggiunsi “.. dopo circa un anno che ci sentiamo telefonicamente.”
“Ma state insieme?”
“No, siamo solo amici” rispose lui.
Francesco rimase senza parole: “E’ raro trovare amici come voi!”
“Puoi dirlo forte” disse Gianni ridendo.
Ad un tratto, mi venne in mente un’idea per organizzare la serata.
“Cosa mangiamo questa sera? Stiamo qui o andiamo fuori a gustarci una pizza?”
“Non vorrei disturbare...” disse Francesco.
“Nessun disturbo! Che decidiamo? Qualcuno è più bravo di me a cucinare?”
“Ho capito, - esclamò Gianni, - mi faccio avanti io. D’altro canto mio padre mi ha insegnato, prima avevamo un albergo ristorante.”
Io rimasi piacevolmente stupito: “Non me lo avevi ancora detto.”
“Beh, allora se tu cucini io metto i piatti” disse Francesco, che non voleva rimanere senza fare nulla.
“E io? Cosa faccio?!?”
“Tu ti fai una sega!” scherzo Gianni.
Li trovavo davvero bravi, sorridenti, allegri e sempre con la battuta pronta. Scherzavano tra loro, e Gianni mentre preparava da magiare si lanciava in filastrocche e storielle divertenti.
“La sapete questa? Siamo lì che montiamo come dei montoni, passa un gruppo di culattoni. Uno mi dice: oh mio bel maschione, se mi fai il culo ti dò un milione. Di milioni te ne do tre se il culo lo fai a me!”
Scoppiammo a ridere tutti insieme, e tra una battuta e l’altra arrivò anche il momento di cenare. Durante la cena, parlammo ancora di noi, del nostro lavoro, delle nostre vite. Una bella serata.
“Complimenti, una cena davvero ottima!”
“Sì, davvero” dicemmo in coro io e Francesco.
“Ora basta complimenti, - rispose Gianni, - pensiamo piuttosto alla serata. Dove pensi di andare Francesco? Ops, mi ero dimenticato...”
“Guarda che puoi stare anche tu” gli rispose lui.
“Cosa? Stai scherzando?”
“No, allora cosa fai?”
Gianni ci pensò un po’ su, poi disse rivolto a me: “Daniele, dove si trova il posto dei culi? Passerò il tempo lì, sempre se lo trovo.”
“Non è difficile, - gli indicai io, - prendi via Ruffini, all’incrocio giri a destra, e arrivato al supermercato Coop dopo dovresti capire da solo.”
“Spero di trovarlo.”
“Va bene, allora ci vediamo più tardi. Scusa Gianni se non vengo con te.”
“Sei una puttana! Scherzo dai!” mi rispose sorridendo.
“Buona serata!” gli augurai. E lui matto come sempre: “Buona scopata!”
Gianni uscì, lasciando soli me e Francesco che facemmo migliore conoscenza e arrivando a letto. Era una persona dolce e sentimentale, e anche ben dotato. Con lui fu solamente un momento di sfogo, che passò molto velocemente e si concluse in fretta. Ospitai entrambi, dopodiché la mattina seguente, Francesco tornò a casa mentre Gianni rimase ancora qualche giorno: ebbi così occasione di conoscerlo in tutto e per tutto.
LA MALATTIA DI MIO PADRE
Un giorno, ricevetti una telefonata da parte di mio fratello, che mi disse che nostro padre si trovava nell’ospedale di Rimini. Io, saputa la tremenda notizia, mi precipitai là di corsa, e una volta arrivato, potei vederlo solo attraverso un vetro.
“Ma cosa è successo?! – chiesi io, tutto concitato. – Come mai si trova in quelle condizioni??”
Mio fratello Roberto mi spiegò che era andato, come al solito, a fare accertamenti a Sant’Arcangelo. Ma mentre si trovava in ospedale, era scoppiato un incendio che aveva investito proprio la stanza in cui era lui, provocandogli un’intossicazione.
Non avevo parole: piangevo davanti al vetro, mentre mio fratello cercava di darmi coraggio, dicendomi che il papà ce l’avrebbe fatta. Era legato e intubato dalla testa ai piedi. Vederlo in quello stato mi faceva stare malissimo. Chiesi a Roberto se potevo entrare, e rispose di sì. Così, mi recai in una stanza dove il personale ospedaliero mi fece vestire per poter accedere nella sala rianimazione. Poi, mi recai lentamente al suo capezzale.
Non parlava, non si muoveva nemmeno, e io, mi rivolsi a mio fratello che guardava da dietro il vetro, per sapere che cosa potevo fare, come dovevo comportarmi. Rispose di prendergli la mano, perché così poteva sentirmi.
Era un momento difficile per me, piangevo ed ero disperato. Presi la sua mano, e gli chiesi: “Papà, mi senti?”
Le sue mani erano fredde. Non vedevo nessuna reazione. Tornai fuori e, in un momento di dolore rabbioso, esclamai “Ma perché proprio a noi?!”
Roberto mi invitò alla calma, dicendomi che il babbo ce l’avrebbe fatta sicuramente.
Papà rimase in rianimazione per diversi mesi, nell’ospedale di Rimini. Ogni volta che riuscivo, andavo a fargli visita. Abitavo per conto mio, perciò per me le spese erano molto faticose da affrontare. Mio fratello e sua moglie pensavano invece che, siccome loro ce la facevano, allora potevo farcela anche io, ma la verità era che dovevo affrontare un affitto e tutte le spese da solo, mentre lui e la moglie lavoravano entrambi, e si davano una mano. Ma mi rimproveravano ogni volta perché, a loro avviso, non rispettavo il mio dovere di figlio.
Quando finalmente mio padre uscì dal coma, iniziarono i problemi veri. Mio fratello, che sosteneva che dove abitava lui “ci stava stretto”, fece di tutto per addossarmi mio padre. Da parte mia, abitavo solo in un piccolo appartamento, mi trovavo in difficoltà economica, e non sarei proprio riuscito a tenerlo da me. Inoltre, abitavo in una struttura dove droga e prostituzione erano all’ordine del giorno. La sera non si poteva uscire, e si doveva stare attenti: che vita potevo assicurargli?
Cercammo di metterci d’accordo ma Roberto rimase della sua opinione. Non trovando altra soluzione, misero mio padre in una casa di cura, ma in quel modo io non ero in grado di pagare la struttura, tanto che preparai tutti i documenti da presentare in comune. Vedendo che non riuscivo a dare la mia parte di denaro, mi inviarono a casa una lettera.
“Caro fratello,
sono obbligato a scrivere questa lettera per informarti come stanno le cose, visto che tu eviti il tuo dovere di figlio. Tu sai che il babbo ha lo sfratto esecutivo, e che dai giorno 31/12/98 sarà senza casa? Il Comune non promette di poter fornire un alloggio per quella data, e la nostra disponibilità per ospitarlo è praticamente nulla, viste le dimensioni dell’appartamento. In aggiunta a questo, l’incidente occorsogli in ospedale lo ha reso praticamente invalido, bisognoso di cure per il resto della sua vita. Per questo motivo, ti invitiamo ad andare a trovarlo, e a parlare con noi seriamente del suo futuro. La mia intenzione è trovargli un posto in un centro per anziani, abilitato per la cura medico-ospedaliera che gli sarà necessaria. Se continui a ignorare il problema mi riterrò libero di agire come meglio credo, ricordandoti, in questo caso, che se ci sarà da pagare non sentiremo scuse di mancanza di denaro, perché la legge parla chiaro. Tanti saluti, Roberto.”
Erano convinti che io fossi in grado di sostenere la cifra che avrei dovuto pagare per aiutare nostro padre, e che questa lettera avrebbe cambiato le cose, ma avevo già le mie spese da sostenere, e non potevo competere con loro, nella cui famiglia lavoravano tutti, compreso loro figlio. Per qualche mese non ci fu nessun tipo di rapporto tra noi, solo silenzio, fino a quando non mi fecero sapere che avevano rinchiuso mio padre in una casa di cura.
Io ci rimasi un po’ male, ma accettai la cosa. Mi rimproverarono di non fare la mia parte, anche se anni prima, quando era stato il mio momento, mi avevano sbattuto la porta in faccia dopo aver saputo che ero gay e sieropositivo. I rancori tornarono così a galla: da quel momento, i rapporti tra me e mio fratello si diradarono e noi ci distaccammo sempre di più, e le poche volte che ci sentivamo per telefono, litigavamo di continuo.
Vista la situazione con Roberto, andavo da solo a trovare mio padre, perché non volevo vederlo. Sua moglie, di tanto in tanto, si faceva sentire e mi chiamava per sfogare la sua rabbia e la sua cattiveria su di me.
Un giorno, mentre ero proprio con lei al telefono, capitò a casa mia un conoscente che sentì il tono della chiamata: per calmarla, se la fece passare e finse di essere il mio avvocato, riuscendo a farla tacere e ragionare con un po’ più di tranquillità. Ma nonostante questo tentativo, la relazione tra me e loro non migliorò affatto, e a volte dovevo andare da mio papà sopportando la loro presenza.
Finalmente, dopo qualche mese mio padre uscì dal coma, e si svegliò: Andai nella sua stanza e mentre tenevo la sua mani, sentii stringere la mia, segno che era coscente anche se non ancora del tutto sveglio. Crollai, e piansi come un bambino: mi aveva fatto felice.
“Te lo avevo detto che si sarebbe svegliato...” mi disse Roberto.
“E meno male! Pensavo non ce l’avrebbe fatta...”
Anche i medici dell’ospedale si meravigliarono, perché avevano ormai disperato di riuscire a salvarlo.
Tutto finì bene, e mio padre tornò a casa. Fu un duro colpo per lui scoprire che mio fratello e sua moglie erano stati costretti a dare in affidamento il suo amato cane, tanto che per un po’ di tempo, non li volle più vedere. Anche a me era dispiaciuto molto, quel cane era dolce e affettuoso, ma non avrebbe potuto certo seguirlo in casa di cura e non sapevamo dove tenerlo.
La struttura che Roberto aveva scelto, a mio padre non piaceva per niente. Sopportammo mesi terribili a causa di questo, dopodiché finalmente riuscì a convincersi. Un giorno andai a trovarlo nella casa di cura in cui si trovava, insieme a un mio conoscente. Pensavo che mio fratello mi invitasse a cena a casa sua come ai vecchi tempi, per farmi rivedere anche i miei nipoti, invece mi sentii dire che vicino alla struttura c’era una pizzeria, e che avrei potuto mangiare lì. Ci rimasi male, e ne soffro ancora molto, non è bello essere allontanato da tutti, compresi i tuoi famigliari e i tuoi parenti. Per colpa di mio padre, che era andato a dire in giro la mia storia, persi parecchi contatti e non ebbi più notizie da molta gente, che credevo mi volesse bene.
Da parte mia era avvenuto invece un certo cambiamento, sin dalla mia visita a una città particolare, in un momento nero della sua storia. Non so che cosa mi spinse e mi ispirò a visitarla, ma la notte prima della partenza ebbi una strana sensazione, come se qualcuno mi avesse chiamato. Non lo capii nemmeno io, ma non era pazzia, la mia: sentii il desiderio interiore, quasi il bisogno di andare ad Assisi, in quel momento, a tutti i costi. Dentro di me qualcosa mi diceva che lì avrei trovato la felicità.
E così, in una mattina fresca e piovosa, presi il treno da Bologna, diretto a Roma, che si fermava anche ad Arezzo e Assisi. Appena prima della partenza, avevo comunicato a Ernesto di questo mio improvviso viaggio, e lui mi consigliò di non andarci perché proprio in quei giorni in quelle zone si era scatenato un terremoto di quarto e quinto grado della scala Mercalli, che aveva provocato danni davvero pesanti. A me questo non interessava, desideravo troppo andare e così partii ugualmente.
La prima tappa fu ad Arezzo. Quel che provai all’arrivo in stazione fu incredibile. Sceso dal treno, uscii dall’atrio e avvertii qualcosa che mi spingeva a dirigermi lungo la strada di fronte all’uscita, che mi resi conto portava a una chiesa. Era la chiesa di San Francesco. Mi sentivo come se qualcuno mi avesse ipnotizzato.
Esternamente era bellissima, il desiderio di vederla all’interno era ancora più forte, ma non entrai per l’emozione. Il mio viaggio proseguì per le vie della città, tutte a salire e a scendere, e nonostante la pioggia cercai comunque di visitare il paese fino a quando me lo avrebbe permesso. Il pensiero che potesse arrivare una nuova scossa mi metteva un po’ paura, ma ero talmente preso che non mi importava nulla. Visitai altre chiese, ma non ebbi mai la forza di entrarvi, perché mi ricordavano mia nonna, quando ci andava a pregare.
Il tempo non mi permise di continuare la mia visita, così tornai in stazione sperando che ad Assisi non piovesse. Mi rimisi in viaggio, arrivai e, una volta sceso dal treno, vidi il disastro che era accaduto: la stazione era completamente distrutta, le persone, per fare i biglietti, si recavano presso un container di emergenza. Guardavo con dolore e tristezza quello che era successo: vedevo macerie in ogni luogo, la gente spaventata continuava la vita di sempre. In quel momento, sperai di non trovarmi mai in una situazione come quella.
Di fronte a me vedevo Assisi. La cittadina da lontano era veramente bella, tanto che ne rimasi rapito, e all’improvviso dentro di me sentii una voce che mi diceva: “Vai, qui troverai pace e serenità... benvenuto!”.
Mi sentivo un po’ strano, ma felice. Dieci minuti dopo arrivò il pulman che mi porò in paese. Dal piazzale dove si era fermato, si poteva vedere la basilica di San Francesco, coperta da un lato a causa del terremoto.
La città mi colpì e mi commosse molto, e continuavo a scattare foto con la mia macchina fotografica per immortalarla in ogni suo aspetto. Dal piazzale mi recai a piedi alla cattedrale. Era Pasqua, e dopo il disastro che era successo, non mi sarei mai aspettato di vedere un tale afflusso di turisti. Entrai e rimasi sbalordito dalla bellezza degli interni e dai suoi dipinti e tutto ciò che mi circondava. Volevo fotografare, ma non me lo permisero. I turisti venivano fatti entrare poco alla volta, perché si aveva paura di un’altra eventuale scossa.
Mi portai davanti all’altare, mi feci il segno della croce e, mettendomi in ginocchio, con l’animo che piangeva dissi: “Non so chi sei, ma ti ringrazio. Sono davvero felice che mi hai chiamato da lassù. Cercherò di ritornare alla preghiera, anche se non posso prometterlo. Spero che questa città ritorni al più presto come prima. Grazie ancora.” Recitai un’Ave Maria, cercando in tutti i modi di non farmi vedere mentre piangevo, ma non ci riuscii. Tutti mi guardavano, ed ero talmente imbarazzato che mi spostai velocemente, per andare ad accendere un cero per i miei morti.
Di solito, non riesco a stare all’interno di una chiesa per più du due minuti, invece chissà perché, in quel momento rimasi a lungo all’interno della basilica. Mi spostai sulla mia sinistra per visitare la tomba del santo patrono. Giunto di fronte al luogo santo, cercai di reagire ma non ci fu nulla da fare, e mi commossi di nuovo. La lapide era semiaperta, sentivo dentro di me la voglia di urlare, ma mi trattenni a fatica, perché non volevo sembrare un pazzo. Quella tomba aperta mi fece ricordare mia nonna, quando me la portarono via. Ad un certo punto, sentii il bisogno di uscire al più presto, per non stare ancora peggio. Prima, però, toccai con la mano la tomba e a voce alta dissi: “Grazie di essere esistito e di avermi portato felicità!”
La gente attorno a me rimase stupefatta, e mentre mi allontanavo piano piano, mi guardava in modo strano: io, invece, in quel momento ero la persona più contenta del mondo. Feci il segno della croce e uscii.
Volevo visitare la chiesa di Santa Chiara, ma a causa del terremoto non mi lasciarono entrare. Così, ripiegai su Santo Stefano, accesi un cero anche lì, mi misi in ginocchio nella prima panca che trovai di fronte a me: “Padre Nostro che sei nei cieli, tu che di lassù stai a guardarmi, prega per tutti quelli che soffrono, aiutaci a superare tutte le nostre difficoltà. Avrai sempre la nostra fede. Ave Maria, piena di grazia...”
Si era fatta ora di tornare a casa. Guardai le piccole bancarelle che incontravo lungo le vie del paese, e comprai un oggetto che mi ricordasse quel bellissimo momento. Purtroppo avevo poco tempo, e non riuscii a vedere tutto quello che avrei voluto. Ringraziai Assisi e quella chiamata, che mi aveva offerto così tanta ricchezza.
Qualche settimana dopo, Ernesto mi chiamò per sapere com’era andato il mio viaggio.
“Molto bene, - dissi io, - non immagini quanto sono felice, ora! Ho provato delle emozioni che, se le raccontassi, passerei per matto!”
“Era molto affollato?” mi chiese.
“Sì, anche troppo. Nonostante quelo che è successo, la gente non ha avuto paura di affrontare un momento così drammatico. Davvero un viaggio incredibile, Ernesto, non lo dimenticherò mai! Ora ti devo lasciare, ci sentiamo la prossima settimana.”
“Ok, alla prossima. Mi ha fatto molto piacere che sia andato tutto bene.”
La relazione con lui stava durando da solo tre mesi, e già mi sentivo soffocare, nonostante gli volessi un gran bene. La voglia di conoscere persone nuove era sempre più forte, tanto che un giorno lo chiamai, per chiedergli se il week end successivo avesse da fare: avevo assoluto bisogno di andarlo a trovare, parlargli e affrontare quell’argomento.
Presi il treno e arrivai a Milano, da lì cambiai per arrivare fino al paese in cui abitava. Quando giunsi a destinazione, lui era già lì che mi aspettava sul binario: lo salutai dal finestrino, e sceso dal vagone gli andai incontro a braccia aperte. Non attendeva da molto, solo dieci minuti. Salimmo nella sua auto e ce ne andammo a mangiare un gelato. Fu lui a iniziare la conversazione.
“Allora, tutto bene dal tuo viaggio ad Assisi?”
“Sì, tutto bene, anzi, mi sento molto meglio! Che ne dici se dopo il gelato, andassimo alla sauna?”
“Se lo desideri, per me non c’è nessun problema” mi rispose.
“Allora dai, dopo andiamo a fare il biglietto...” mi guardai attorno. “Chissà perché, questa città mi fa venire la voglia di venire ad abitarci.”
“Non è semplice, - disse lui, - anche qua gli affitti sono molto salati, forse di più rispetto alla tua zona. E come faresti poi col lavoro?”
“Per quello non avrei problemi: chiederei il trasferimento e fine del problema! Ottimo questo gelato...” ci giravo intorno, senza decidermi a parlargli di quel che mi premeva.
“Sì, molto! Allora, che cosa mi dovevi dire?”
La sua domanda mi spiazzò, non sapevo da dove iniziare.
“Riguarda la nostra storia, vero?” mi chiese.
“Sì, proprio così...” risposi io, a occhi bassi.
“Visto che non ci riesci tu, allora inizio io. Non hai più voglia di stare con me, non è vero?”
“Sì, vedi... non voglio continuare una storia di cui non sono convinto, col rischio di trascinarla avanti e farti del male, capisci?”
Ernesto mi rispose, con la rassegnazione nella voce.
“Lo avevo capito che tra noi non sarebbe durata.”
Visto che avevamo deciso di andare a Milano, salimmo sul treno sedendoci a metà del vagone, in un posto poco affollato, per parlare con calma.
“Per continuare il discorso, - disse lui, - anche io se devo essere sincero sentivo qualcosa che non andava. Probabilmente è la distanza, chi lo sa...”
“E’ evidente allora, se abbiamo avuto questi pensieri, che la cosa non può andare. Ci stai male?” gli chiesi, preoccupato.
“No, forse è stato meglio così. Rimaniamo buoni amici e basta.”
Ernesto e io ci stringemmo la mano, senza rancore né tristezza. Dopo quel momento, seguirono sei mesi molto belli, nonostante l’interruzione del rapporto sentimentale, e rimase tra di noi solo una buona amicizia, tanto che quando capita ci frequentiamo ancora.
Qualche tempo dopo, ricevetti una sua telefonata: era un invito per andare a visitare Bergamo, e così accettai. Quello stesso fine settimana mi recai da lui per andare in questa città affascinante e suggestiva. Sia la città bassa, coi suoi monumenti e giardini eleganti, sia la città alta mi piacquero molto.
Della città bassa mi colpirono la chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, e anche quella di Sant’Anna nel rione di Borgo Palazzo. Sempre all’interno del perimetro, ci recammo alla chiesa dei cappuccini, che non riuscimmo a visitare perché proprio in quel momento celebravano la messa, ed era vietato entrare.
Eravamo indecisi se andare a Bergamo alta in funicolare o a piedi, e decidemmo di usare le nostre gambe. La giornata prometteva abbastanza bene. La scalinata era lunghissima, due o tre chilometri. Mentre salivamo, scattavo foto: non avevo mai avuto prima di quel momento l’occasione di visitare Bergamo e volevo serbarne il ricordo tangibile.
Finalmente arrivammo alla porta di San Marco, l’entrata della città alta. Da lassù si godeva un panorama davvero stupendo, si sentiva il profumo dei fiori e il paesaggio era da mozzare il fiato. Ci fermammo per uno spuntino, dopodiché continuammo la nostra visita, recandoci alla rocca dove erano custodite armi della Seconda Guerra Mondiale.
Il tempo si stava facendo scuro ma continuammo il nostro giro, questa volta prendendo però la funicolare per andare a vedere le rovine romane, il giardino botanico e le statue di marmo scolpite con immagini di guerra. Uno spettacolo incredibile. Talmente bello, che mi piacerebbe rivederlo.
Quella fu una giornata veramente speciale, che mi fece capire che io ed Ernesto avremmo davvero potuto essere buoni amici, senza che il breve flirt avuto potesse intaccare o rovinare il nostro rapporto.
Averlo vicino era un’isola felice tra le onde agitate dei miei problemi. Infatti, di lì a poco scoprii, attraverso dei controlli accurati, che la mia malattia stava progredendo. E fu una cosa che mi tolse serenità e felicità.
MALATTIA E DEPRESSIONE
Quando il medico mi disse che la mia malattia stava progredendo, mettendomi in pericolo di vita, non volli accettare quella dura realtà e gli dissi che avrei preferito morire subito, e farla finita, piuttosto che sopportare una situazione del genere. Il mio medico, però, cercò di mantenermi calmo.
“Non temere, - mi disse, - non è nulla. I valori si sono semplicemente abbassati, ma se farai questa cura, sicuramente tornerai come prima.”
“Non voglio vivere con questo incubo!”
“Non la prendere così tragicamente” mi consolò.
“E’ una parola accettare la realtà...”
“Sapevi benissimo, - intervenne, - che prima o poi sarebbe scoppiata, no?”
“Sì, ma ho paura...” ero disperato.
“Pensa al fatto che sei più fortunato di altri: sei in una fase in cui è come se tu non avessi nulla, nonostante siano passati già dieci anni da quando hai contratto il virus. Non ti preoccupare.” Prese i medicinali dall’armadietto e me li porse: “Ecco, questa è la cura che devi fare, ti ho scritto come la devi assumere, e mi raccomando, segui le istruzioni!”
“L’avanzamento della malattia proprio non ci voleva.”
“Sei giovane, e ce la farai. Continua come hai sempre fatto. Naturalmente, devi fare più attenzione a te stesso e agli altri, comunque, su con la vita!”
Mi incoraggiava, ma il mio stato d’animo era crollato: ero finito in una crisi depressiva allucinante. Non sentivo la forza per ricominciare.
Iniziai la cura che mi aveva dato il medico, e dopo un anno notai che stava veramente facendo effetto. Finalmente, riuscii a prendere la mia malattia con più tranquillità, e anche la mia vita piano piano diventò più spensierata.
Un giorno, vidi la pubblicità sul parco di Vanzago che mi colpì molto, tanto che decisi di andare a visitarlo. Era un sabato, la giornata era bella, e presi il treno tutto contento. Arrivai nel primo pomeriggio, imboccai la via che dalla stazione portava al parco e feci una passeggiata di ben quattro chilometri, tanto era lontano. Arrivato là, tutto era chiuso. Controllai se dentro ci fosse stato qualcuno, ma nessuno rispose.
In un primo momento, avevo pensato fosse semplicemente ancora troppo presto. Ma i minuti e le ore passavano, e visto che nessuno apriva, presi nuovamente la via del ritorno.
La contentezza era svanita. Ci tenevo molto a visitare quel parco, tanto che mi prese una crisi e, in quello stato di prostrazione, passai momenti di confusione in cui non sapevo dove mi trovavo, né quel che volevo fare.
All’improvviso, mi tornò alla mente Ernesto, e visto che non ero troppo distante da lui, decisi di andare a trovarlo: lo avvisai telefonicamente per dirgli che sarei arrivato nel primo pomeriggio. Così però non fu, e a causa di un ritardo mi ritrovai ancora alla stazione di Milano Garibaldi.
Ero in totale confusione, guardavo le persone fisse, guardavo sul tetto e la gente mi osservava con aria strana. Mi ripresi, e salii sul metrò per recarmi da lui. Arrivato alla fermata centrale scesi e, una volta fuori, mi dimenticai di nuovo completamente che cosa ci facevo in quel luogo. Lui mi stava aspettando, ma io ero da tutt’altra parte e si erano fatte le sette di sera, e mi ritrovavo ancora davanti alla stazione. Non riuscivo a decidere cosa fare.
Osservavo dei ragazzi bucarsi, e la mia testa mi suggeriva di provare, per farla finita una volta per tutte, e che fosse quella buona. Non so che cosa mi fece tornare in me, ma capii che stavo facendo una pazzia, mentre c’era una persona che mi stava aspettando. Resomi conto di quel che mi era successo, mi precipitai a telefonargli, per dirgli che arrivavo sul serio.
Mi aspettò fino alle dieci di sera, e quando arrivai finalmente a destinazione lo vidi teso. Presi la scala mobile e mi recai da lui.
“Si può sapere che fine avevi fatto?!” mi chiese.
“Non so come dirtelo, ma ho avuto una piccola crisi, che mi ha provocato un’amnesia: non capivo quel che facevo...” evidentemente, non riuscivo a spiegarmi bene.
“Ma cosa dici!” sbottò lui.
“E’ la pura verità! Stavo per fare una cosa assai grave...”
Mi chiese che cosa, e gli raccontai la strana tentazione di bucarmi insieme ai ragazzi sconosciuti in stazione.
“Pensavo di farla finita. Ma poi qualcosa mi ha fermato, e sono ritornato in me stesso...”
Ernesto mi tranquillizzò, ma nessuno dei due riusciva a darsi spiegazione del fatto accaduto.
La mattina seguente era la Fiera delle Palme, e ci alzammo alle otto del mattino per recarci in centro a vedere quel che succedeva. Dopotutto, era un modo come un altro per dimenticare la giornata precedente e la mia crisi di amnesia, e io non dissi di no alla proposta del mio amico. Ci recammo in un bar a fare colazione, e subito dopo in piazza, dove ci aspettavano bancarelle, spettacoli, visite alle chiese e una mostra fotografica.
Ad un tratto, Ernesto mi chiese se nel pomeriggio mi sarebbe piaciuto accompagnarlo al parco di Riva d’Adda, e io accettai di buon grado.
Ci dividevano circa venti chilometri dalla destinazione. Capii che lui faceva tutto questo perché non mi vedeva ancora molto sereno, e pensò bene di farmi distrarre per impedirmi di ripiombare nello stato inspiegabile del giorno prima. Prima mangiammo qualcosa, poi partimmo.
Appena arrivati, non credetti ai miei occhi: una scenografia spettacolare riproduceva in modo credibile e veritiero paesaggi ed esseri viventi che si erano estinti milioni di anni prima. Entrammo, il parco era gigantesco, e molti i visitatori, soprattutto bambini di diverse scuole elementari.
“Allora, come ti sembra?” disse Ernesto.
Ero incantato, non riuscivo a proferire parola. Quel profumo, quel paesaggio, quegli animali mi avevano affascinato.
“Ancora non mi hai risposto!” scherzò lui.
“Non so che dire. Troppo bello. Forse è dovuto al fatto che da piccolo non ho avuto occasione di vedere meraviglie simili, e per me è la prima volta. Ti ringrazio tanto della felicità che mi stai offrendo, sono molto contento.”
Iniziammo il giro nel parco, e fotografai tutto: anche se era un’illusione, sembrava vero, tanto che quando ci imbattemmo nel primo dinosauro, che si trovava nascosto da un albero, presi addirittura paura. Provai una sensazione strana, come se quell’animale stesse realmente rincorrendomi. Nel frattempo, scattavo foto. Incontrammo tutti i tipi di animali preistorici, come stegosauro, triceratopo, iguanodonte, platybelonte. C’era anche lo plasiosauro, che era erbivoro, e il dimetrodonte, carnivoro. Oltre a questi, anche tutti i dinosauri più pericolosi dell’epoca.
Una cosa che mi colpì molto fu la scenografia all’interno delle caverne, uno scenario davvero incredibile, fantastico, che meritava di essere visto.
Ernesto però, alla sera doveva esibirsi in chiesa per il concerto che il Comune di Melzo aveva organizzato, e così tornammo a casa, entrambi contentissimi.
“Fortuna che ho seguito il tuo consiglio, perché non so come avrei reagito.”
“Se ti dovesse capitare di nuovo, esci, sfogati parlandone con qualcuno, ma non rimanere mai da solo se no la testa ti fà dei brutti tiri. Hai capito quel che voglio dire, no?” mi disse.
“Va bene, ce la farò.”
Si stava facendo tardi, e lui dovette aggregarsi al gruppo per il concerto. Già mi era capitato, tempo prima, di assistere all’esecuzione di qualche brano, e sapevo che facevano pezzi molto belli e toccanti. Così commoventi che mi rattristavano. Sul momento, non sapevo proprio che fare.
“Io devo andare, tu cosa fai?” mi chiese Ernesto.
“Mah, sono indeciso, sai quella musica tocca troppo il cuotre e preferirei non essere presente.”
“Perché mai? Reagisci, e vedrai che poi starai meglio.”
“No, davvero, non me la sento. Fai conto che l’abbia già ascoltata...”
“Guarda che se non vieni mi arrabbio, ci terrei molto ci fossi anche tu.”
Tirai un bel sospiro, e accondiscesi alla sua richiesta. Erano le nove di sera, la chiesa aprì al pubblico, lui era già dentro che faceva le prove e io mi trovavo al centro della piazza, tormentandomi e chiedendomi se era il caso di andare oppure no. Le persone che incrociavo erano molto contente, così mi avvicinai al portone della chiesa, entrai e provai ad ascoltare il concerto.
Mi trovavo nell’ultima panchina vicino al ponte, la chiesa si riempiva sempre di più e notai che le persone mi guardavano spesso: io non capivo che cosa avessero da osservarmi tanto.
Il primo brano fu davvero commovente, sia per le parole sia per la melodia, e dovetti resistere alla tentazione di andarmene, rimettendomi seduto. Rimasi lì calmo più che potevo fino al quinto bravo, poi non riuscii più a trattenermi e in me scattò il panico. Decisi di uscire senza farmi notare dalla gente né da lui, ma Ernesto mi controllava ogni tanto e vide la mia reazione e seguii i miei movimenti. Rivolsi lo sguardo nella sua direzione, e mi allontanai. Mi misi ad aspettare nel parcheggio davanti alla chiesa, e mi sedetti su una panchina, piangendo a testa bassa come un bambino. Una signora di passaggio, vedendomi, mi chiese se qualcosa non andasse, e io le risposi che non c’era nessun problema, mentre mi asciugavo le lacrime dal viso. La donna si allontanò ed entrò in chiesa per ascoltare il concerto, ma notai che spesso si voltava a guardarmi, con aria triste.
Nel frattempo, il gruppo fece una pausa ed Ernesto, non vedendomi più tra il pubblico, e pensando mi fosse venuta un’altra crisi, si precipitò fuori a cercarmi. In un primo momento non mi vide, io mi ero seduto, nascosto dietro a un albero, e quando mi chiamò a voce alta non risposi. Si mise a girare nella zona e finalmente mi vide.
“Si può sapere che cosa ti è preso?! Perché sei scappato via?!”
Io piangevo: “Meglio se ne me vado, non me la sento di continuare.”
“Te ne vai ora che ormai il concerto è finito? Dove credi di andare, non hai visto che ore sono? Io vado a finire gli ultimi pezzi, non farmi stare in pensiero e torna dentro.”
Mi alzai dalla panchina e insieme ritornammo in chiesa.
“Ora ti senti più calmo?” mi chiese. Io risposi di sì, e lui mi salutò dicendomi che ci saremmo rivisti dopo la conclusione.
Gli ultimi brani furono molto meglio, così ebbi la forza e la passione di stare ad ascoltare. Finì così in concerto e dopo poco Ernesto mi venne incontro.
“Allora, ti è piaciuto il finale?”
“Tantissimo, gli ultimi brani non mi hanno fatto soffrire” gli risposi.
“Meno male. Ascolta, in sacrestia hanno allestito un piccolo rinfresco, che ne dici, ti va di andare?”
“M io non faccio parte dei cantori...”
“E allora? Ho già parlato con il don e ha già dato il suo consenso.”
“Ma mi troverei in imbarazzo, non conosco nessuno...”
“Tu sei con me, non preoccuparti!”
Mi invitò al rinfresco, festeggiammo allegramente coi presenti il successo del concerto. Poi lui si aggregò ai cantori, mentre io mi misi in un angolo ad aspettare. Tutti mi offrivano chi da bere, chi da mangiare, Ernesto si staccò dal gruppo e andò a brindare col parroco. Dopodiché, mi venne insontro proprio insieme a lui, per presentarmelo. Ci stringemmo la mano e il sacerdote mi chiese se anche io ero un cantore.
“Magari. No, sono solo un amico di Ernesto, sono venuto qui per ascoltare il concerto.”
“Allora, dimmi un po’, ti è piaciuto?” mi chiese il parroco.
“Toccante, davvero speciale!” gli risposi.
Dal mio accento capì che non ero della zona, e così io gli spiegai che ero nato a Ravenna, ma mi ero trasferito e abitavo a Modena. Così si incuriosì, e chiese al mio amico da quanto tempo ci conoscevamo.
“Circa sette mesi, don!” gli rispose Ernesto.
“E’ davvero un bravo ragazzo, che Dio vi mantenga sempre uniti! E’ raro trovare vera amicizia nel mondo di oggi. Purtroppo mi stanno chiamando, vi devo lasciare!”
Lo salutammo, ed Ernesto mi chiese come lo trovavo. Io risposi con sincerità che mi era sembrata una persona molto valida, e così lui mi raccontò la sua storia in breve.
“Ha aiutato molte persone, a vestirsi, mangiare, trovare lavoro, in tutto. E’ davvero molto buono. Sei stanco?” mi chiese.
“Così così” risposi io. In realtà ero davvero sfinito.
“Finisco di salutare e andiamo!”
Lo lasciai andare, e così mentre aspettavo mi avvicinai all’altare sulla mia sinistra, feci il segno della croce e mi misi in ginocchio per dire una preghiera per i miei morti. Quando tornò e mi vide in quella posizione, mi si avvicinò chiedendomi se stavo pregando, e gli dissi di sì.
E così, si inginocchiò accanto a me e ci rivolgemmo entrambi al cielo:
“Padre, tu che sei nei cielo, prega per tutti noi che stiamo soffrendo, prega per nostra mamma e tutti i parenti che ci hanno sempre voluto bene e che, per diversi motivi, hai chiamato alla casa del Padre. Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra...”
Finita la preghiera, tornammo a casa.
Il mio riavvicinamento graduale alla fede era arrivato dopo tante delusioni. In passato avevo avuto troppa fiducia negli altri, e questo spesso mi aveva tratto in inganno. Nel 1998 mi accadde un fatto sgradevole, legato agli annunci pubblicati su una rivista vietata ai minori: io avevo risposto a uno di questi annunci, per lavoro, perché era il periodo in cui mi ero licenziato. Ci eravamo così sentiti per telefono, l’avevo trovato un ragazzo molto sincero e così decisi di incontrarlo. Presi il treno per Milano, poi la metropolitana fino alla fermata Romolo, arrivando così al luogo dell’incontro.
Giunto sul piazzale, mi accorsi subito che l’ambiente non era certo dei migliori, c’erano extracomunitari e parecchi spacciatori di droga. Trovai il punto preciso dell’appuntamento, e dopo poco mi si avvicinò un ragazzo con una bellezza particolare, chiedendomi che cosa stessi cercando. Io lo guardai, titubante, e risposi che stavo aspettando una persona. Sentendosi rispondere in quel modo, si allontanò con mia grande fortuna, perché mi aveva messo un po’ di inquietudine.
Così, iniziai a guardarmi attorno per vedere se arrivasse qualcuno, ma del mio uomo misterioso nessuna traccia. Mi spostai ai lati della piazza, tornai all’entrata del metrò, quando all’improvviso vidi un ragazzo venirmi incontro di corsa: indossava un giubbetto rosso, jeans, e aveva un orecchino sul lato destro. Si fermò poco distante da me e lo guardai attentamente per capire se poteva essere lui quello che stavo aspettando. Temporeggiai, feci un altro paio di giretti nelle solite zone e ritornai al punto di prima: quel ragazzo stava ancora lì, guardava continuamente l’orologio, e dentro di me mi chiedevo se fosse il caso di avvicinarmi e chiedergli informazioni.
Mi decisi e mentre stavo per farlo, arrivò una ragazza che lo salutò e si allontanò insieme a lui, svanendo così dalla mia vista. Un buco nell’acqua.
Non mi rimase altro che telefonare alla persona con cui avevo appuntamento: provai una volta, due, e mi rispondeva sempre la segreteria, fino a quando, improvvisamente, lui rispose. Appena comprese che ero io, buttò giù la cornetta e non si fece più trovare né sentire.
Tornai a casa deluso come non lo ero mai stato: persi completamente la fiducia nei nuovi incontri di quel genere e decisi di chiudere quel capitolo.
Nello stesso periodo, ero stato chiamato a Cernusco sul Naviglio, un paesino poco lontano al capoluogo milanese, per un colloquio in una ditta di pulizie. Chiesi a un amico come arrivare, e solo dopo un lungo viaggio giunsi a destinazione: alla stazione, non sapevo come muovermi e come raggiungere la ditta a piedi, così telefonai direttamente a loro chiedendo se potevano passare a prendermi. Furono molto gentili e dopo circa mezz’ora si presentarono i due responsabili: ci stringemmo le mani, mi chiesero se era da molto che aspettavo, poi mi invitarono a salire sull’auto per portarmi in ufficio.
Durante il tragitto, parlammo del più e del meno, compreso il lavoro. Mi chiesero se avevo esperienza nel campo, e come mai avevo scelto una città così lontana. Erano due persone molto buone ed educate. Arrivati a destinazione, mi invitarono a sedermi e iniziammo il colloquio ufficiale. Dopo circa un quarto d’ora, mi chiesero di rilassarmi un po’ facendo una passeggiata in paese, mentre loro discutevano privatamente sulla decisione da prendere. Accettai, e così, mentre davo un’occhiata alla cittadina, dentro di me sentivo che ce l’avrei fatta. Era un mio grande desiderio, e quando ritornai da loro in ufficio per concludere il colloquio, già facevo progetti come se abitassi già lì. Ero proiettato verso il mio futuro e lo vedevo già davanti a me, in un determinato modo. Mi diedero così la notizia.
“Ascolta Ravaioli, noi siamo molto sinceri, perché tu non ti faccia troppe illusioni. Il lavoro potrebbe anche esserci, ma tu come fai con la casa?”
“Conosco un amico che abita non troppo distante da qui e che potrebbe ospitarmi” risposi io.
“Ma tu hai davvero intenzione di abbandonare tutto? Se poi non funziona, perdi sia qui che a Modena.”
“E’ da tempo che desidero fare questo passo, e vorrei poterci riuscire, a costo di fare sacrifici.”
Ero determinato, e cominciavo a vederli un po’ titubanti.
“Ascolta, - dissero, - sta arrivando in questi giorni un appalto nuovo, non più di sei ore al giorno. In tutti i modi, bisogna che tu ti trovi una casa.”
“Se questo è il problema, domani mi metto subito alla ricerca, ma voi mi garantite il lavoro?” chiesi io.
“Il lavoro deve entrare a giorni...”
“E’ un’occasione che non voglio perdere. Io devo rimanere ancora un po’ di tempo a Milano, spero nel frattempo di perdere questa opportunità.”
Il colloquio finì così, ci salutammo e io me ne andai soddisfatto: coi pochi soldi rimasti mi divertivo allegramente, senza pensare alle eventuali conseguenze. Passarono due settimane e non avevo sentito assolutamente nulla da parte loro, così telefonai perché pensavo fosse accaduto qualcosa di negativo: mi risposero però che era rimasto tutto invariato, che ancora non era stato confermato nulla, e che stavano attendendo.
Vedevo i soldi scarseggiare, e non avevo ancora un lavoro, così dopo qualche giorno fui costretto a tornare a casa. Ero triste perché avevo sperato tanto che il mio desiderio potesse avverarsi, invece fui costretto fare le valigie e ripercorrere a ritroso il percorso da dove ero arrivato. Ricordo che in quel periodo, nella disperazione più totale, provai ad apparire anche in televisione, in un programma di Barbara d’Urso, ma anche lì fu un buco nell’acqua.
Passato qualche mese, una mia ex collega di lavoro mi trovò un posto, aiutandomi a risalire la china, e quando mi ero stabilizzato nuovamente, arrivò una telefonata da Milano da parte di quella stessa ditta da cui non avevo più avuto notizie: mi invitavano a salire, perché c’era lavoro, ma ormai io avevo già trovato, e dovetti rinunciare al mio sogno di trasferirmi. Lo avevo voluto con tutto il cuore, ma le circostanze non mi furono per niente favorevoli. E dovetti, così, tornare alla mia vita di sempre.
LA SOLITUDINE
Il 16 Giugno, era un mercoledì, lo ricordo come se fosse ieri, ricevetti una pessima notizia: mio padre era finito in ospedale. Non ci volevo credere. Il pomeriggio presi in fretta e furia il treno per Cesena, e trovai papà ricoverato in sala rianimazione. Mio fratello mi aveva avvisato che la malattia lo aveva gonfiato, e conoscendo la mia sensibilità mi disse di cercare di non stare male nel vederlo: fu impressionante da vedere, nonostante lo vedessi abbastanza cosciente faceva una fatica enorme a respirare. Gli occhi erano chiusi dalle bolle che erano gli cresciute su tutto il corpo, ma lui riuscì ad aprire gli occhi e a riconoscermi. Ebbi l’occasione di poterlo riabbracciare dopo anni che non ci vedevamo né sentivamo.
Le sue condizioni peggioravano di giorno in giorno, ora dopo ora, e pregavo che non fosse vero quello che mi ripeteva il medico: le sue speranze potevano sfumare da un momento all’altro. Quando me ne andai quel giorno, sentii un grande dispiacere per averlo visto in quelle condizioni.
La domenica successiva ritornai da lui, perché Roberto mi aveva accennato al fatto che era peggiorato: quando lo rividi, era trasformato, e non ressi mettendomi a piangere. Mi augurai che non mi lasciasse, ma fu questione di qualche notte soltanto: il 21 Giugno, alle due di pomeriggio, mio padre esalò l’ultimo respiro davanti alla moglie di mio fratello.
Il giorno dopo, mi ritrovai di nuovo in stazione, in mezzo a persone allegre, mentre io me ne andavo triste a dare l’ultimo saluto a papà. Trovai un posto vicino al finestrino alla mia sinistra, e guardai fuori, ma davanti a me non vedevo nulla, solo il vuoto. Poco dopo, si sedette un ragazzo molto bello, sembrava un fotomodello. Estrasse dalla sua borsa un giornale e si mise a leggere.
Di tanto in tanto mi lanciava occhiate fugaci, e non capivo la motivazione. Ad un certo punto, mi chiese una sigaretta, ma io non fumavo. Continuò a osservarmi e ad un certo punto pensai che volesse iniziare un discorso con me per poi portarmi a letto. Lo trovavo attraente, ma era un momento difficile di prostrazione e non era il caso.
“Qualcosa non va?” mi chiese. Ci guardammo negli occhi. Io ero talmente stupito che non risposi. Vedendo il mio comportamento, non smise di guardarmi. Io avevo la testa appoggiata al finestrino, col pensiero fisso a papà.
Quando mi vide piangere, si riavvicinò: “Qualcosa non va? Perché piangi?”
“Perché me lo chiedi?” dissi io.
“Sembri molto triste, se potessi aiutarti lo farei volentieri...”
“Ormai nessuno può più fare nulla.”
“Non è mai troppo tardi, se vuoi ne parliamo” mi rispose lui.
“Sei molto dolce e caro, ma purtroppo è tardi davvero. Mio padre mi ha abbandonato, è morto ieri...”
“Mi spiace, ti faccio le mie condiglianze, anche se non ci conosciamo.”
Lo ringraziai, e continuai ad ascoltarlo.
“Questa purtroppo è la realtà, siamo tutti coinvolti e non c’è nulla da fare: quando accade bisogna prenderla e tenersela. Pensa ai momenti belli passati con lui.”
In me qualcosa scattò, e iniziai a confessarmi.
“Erano otto anni che non ci vedevamo, e non ci sentivamo. Adesso che lui non c’è più non riesco ad accettarlo. Forse è anche colpa mia, quando sono andato a trovarlo mercoledì scorso l’ho abbracciato, e lui si è emozionato. E’ dovuto addirittura intervenire il medico, perché non respirava più...”
“Non è colpa tua, - mi interruppe, - sicuramente è stato contento di quello. Almeno vi siete riabbracciati, anche se in un brutto momento.”
“Sì, ma volevo dirgli ancora tante cose...” ero distrutto.
“Vedrai, passerà un po’ di tempo, dopodiché supererai anche questo dolore.”
Ci presentammo, si chiamava Rocco e andava a Siracusa a trovare i suoi genitori.
“Almeno i tuoi sono ancora vivi, - gli dissi. – Io ormai non ho più nessuno.”
“Hai sempre tuo fratello...”
“Sì, ma lui ha la sua famiglia.”
Parlammo per il resto del mio viaggio, e quando guardai fuori dal finestrino, mi accorsi che ero arrivato a destinazione.
“E’ stato un vero piacere incontrarti, e grazie del conforto che mi hai dato, nonostante non ci conoscessimo.”
“Stai su di morale, e non abbatterti” mi abbracciò, e mi fece di nuovo le condoglianze. Ci scambiammo il numero di telefono, mi ripetè che dovevo cercare di stare su di morale, più che potevo, e di trovare il coraggio per affrontare la situazione. Infine, ci salutammo.
Raggiunsi mio fratello, che mi aspettava con la sua famiglia. Per non pensare al mio dolore in quel brutto momento, chiesi a Roberto di portarmi nei luoghi dove avevo i ricordi migliori della mia infanzia. Al porto di Bellaria io e lui ci divertivamo a giocare, io raccoglievo i granchi vicino alla riva, sui sassi, e lui pescava insieme a papà. A distanza di tanto tempo, non esisteva più nulla di quel che ricordavo, tutto fu coperto da altri massi, utilizzati da chi prendeva il sole.
Ci spostammo al porto di Rimini, dove andavamo spesso: era rimasta la parte vecchia, mentre dall’altro lato avevano costruito un molo nuovo, molto bello da vedere, specialmente alla sera. Mio papà stava per compiere gli anni e volevo festeggiarlo, ma il destino se l’era portato via prima. Si era spento per sempre. E così, gli scrissi una lettera, per salutarlo.
“Ciao papà, spero che ora tu stia meglio. Anche se tra noi abbiamo avuto parecchi diverbi, prego che tu possa perdonarmi, così come io perdono te per il passato. Proprio ora che ci eravamo ritrovati, il cielo ti ha portato via, ma spero che di lassù tu possa avere il modo di aiutare me e Roberto, in tutte le difficoltà verso cui andiamo incontro senza la tua presenza. Ci mancano tanto il tuo modo di fare, la tua testardaggine nel fare le cose, che volevi sempre a modo tuo. Ti prego, torna ancora da noi, ti stiamo aspettando.”
La sua morte fu un duro colpo, che mi fece capire ancora di più quanto fosse importante avere qualcuno vicino, che si occupi di te e ti sostenga quando ne hai bisogno.
Una delle situazioni più difficili da superare è la solitudine, quella sensazione di trovarsi nel deserto pur essendo in mezzo a tanto rumore. C’è gente intorno a te, ognuno dice la sua, ma è come dire tutto e niente. A volte capita di trovarsi soli anche tra mille persone. E’ quello che è successo a me.
Ho passato tanto tempo con amici che pensavo affidabili, e che all’improvviso se ne andavano per la loro strada lasciandomi da parte, dimenticandomi. Improvvisamente, avevano mille impegni e non riuscivano a trovare nemmeno il tempo di un saluto.
Una volta, mi capitò di contattare un ragazzo che credevo un amico, per avere da lui informazioni, e mi sentii rispondere in malo modo: “Non disturbare! Non intrometterti nella mia vita privata!”
Addirittura, la persona alla quale avevo affidato la correzione delle mie memorie si manifestò irritata per una mia semplice telefonata, fatta in orari da lei non indicati. Queste situazioni mi hanno reso più difficile la vita, e di certo non mi hanno aiutato a uscire dal mio stato depressivo.
Per completare l’opera, si aggiunse a tutto questo l’impossibilità di inserirmi nuovamente nel mondo della musica, della fotografia, o semplicemente delle relazioni interpersonali, perché le persone con me creavano una barriera, non riuscendo ad accettarmi. Ma che male avevo fatto per meritare tanto odio da persone che prima mi erano amiche? Capitò una volta che mi aiutarono a realizzare, con tanto di pubblicità, una mostra fotografica. Quando vidi il risultato, però, mi sembrò solo un’accozzaglia di foto messe a casaccio, e mi resi conto del trattamento diverso che mi avevano riservato.
La mostra si teneva al castello di Arceto. Quando entrai, notai subito il modo in cui avevano esposto le mie fotografie. Solitamente, in una mostra espongono subito all’entrata il nome del fotografo, lì invece il mio nome non compariva da nessuna parte. Le foto erano appese però non si vedeva nulla, perché tutta la luce batteva sui tavolini invece che sulle foto. Era quindi impossibile vederle, senza illuminazione. Rimasi molto male perché pensavo che sarebbe stata come le altre mostre, e in quel momento rimproverai i miei amici dicendo loro che non mi piaceva per niente.
Probabilmente anche io commisi l’errore di rimproverarli, si erano dati comunque da fare ma le mie lamentele diedero loro fastidio, e per questo motivo si arrabbiarono con me.
L’unica corrispondenza che mi dà ancora un po’ di consolazione è quella con Ernesto, purtroppo saltuaria per via della distanza. Sembra che tutto sia contro di me, e spesso mi chiedo per quale ragione, per colpa di chi devo sopportare una simile umiliazione.
Anche sul lavoro mi ritrovo spesso ad essere lo zimbello dei colleghi e persino i superiori non intervengono in modo decisivo, nonostante le mie lamentele ampiamente giustificate.
L’unica cosa che mi rimane è cercare di tirare avanti, e come dice il mio amico Ernesto: “Fregatene”. In maniera più elegante, in fondo, lo dice anche Dante Alighieri: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa.”
Grazie a Dio qualcosa mi consola, ed è il mio stato di salute decisamente migliorato, anche se devo seguire le cure con costanza e determinazione.
Tempo fa, ho sentito una notizia di cronaca medica che riguardava la scoperta di un vaccino ancora in via di sperimentazione, che sarebbe in grado di evitare la replicazione del virus e quindi di lasciare chi lo ha già contratto in una situazione di malattia cronica stazionaria, ma non più pericolosa come una volta.
Questo fatto mi ha rincuorato molto e ha ridato speranza non solo a me, ma anche ad altre persone che si trovano in condizioni ben più gravi di quanto mi trovi io, e questo mi ha spinto a fare un’offerta per la ricerca.
Ho coronato il mio stato di serenità con un regalo a me stesso, durante queste ultime feste natalizie: due opere liriche di grande successo e molto piacevoli di Gioacchino Rossini, che desideravo da tempo, “Il barbiere di Siviglia” e “La gazza ladra”.